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Massimoduetocchi · Feb 6, 2026

Piatto Unico (se gradito) #36

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Massimiliano Chirico · Massimoduetocchi

Un saluto velatamente affettuoso, di quelli in cui tiro indietro la mano all’ultimo secondo, e ben ritrovati con la puntata numero trentasei di Piatto Unico (se gradito), la newsletter che non mi ha ancora permesso di smettere di lavorare per dedicarmi alla mia più grande passione: i video dei compro-oro! Se oggi potessi scegliere da zero la mia carriera lavorativa, se potessi pagare una piccola somma per azzerare i miei punti esperienza e distribuirli nuovamente, mi fionderei dritto sull’aprire un compro-oro. O quello o un’officina per riparare le macchine insieme al mio amico Michele e secondo me quest’ultima fino alla fine…

Io sono sempre Massimiliano, conosciuto sul web come “Il miglior intenditore di musica del pianeta”. Sono l’unico, in questa carrozza 6 dell’Italo Treno che da Roma Termini ferma a Bari Centrale, in grado di cogliere il gusto della mia vicina di posto che, tutta arroccata sul suo cuscino da viaggio, sta ascoltando in cuffia alcune tra le più belle canzoni di Gigi d’Alessio. Io ci vedo della bellezza in questo momento. I suoi capelli raccolti in uno chignon (come nei romanzi di Harry Potter, dove tutte le ragazze hanno sempre i capelli raccolti in uno chignon) ecco i suoi capelli raccolti in uno chignon fanno il paio col cuore spezzato di Gigi in Non dirgli mai; la sua aria stanca, la testa poggiata al finestrino, vanno invece a tempo con questa performance strepitosa: Gigi d’Alessio che canta Feel Good Inc. dei Gorillaz.

In questo preciso e cristallizzato momento cosmico sono molto stanco: ieri sera, io e il mio collega Fabrizio siamo partiti da Bari per raggiungere un cliente a Roma. In meno di ventiquattro ore siamo già sulla via del ritorno. Una grande sfacchinata. Ci siamo divertiti poco e col cliente non è andata bene. Porto a casa la sola, semplice e preziosa consolazione di aver passato un po’ di tempo con lui. Una bella persona, che conosco da poco. È stato molto gentile con me, mi ha guidato in giro con l’esperienza di chi ha vissuto dieci anni a Milano. Come è difficile trovare colleghi di lavoro normali, come te. Abbiamo guardato insieme la mega diretta Champions League del mercoledì mentre eravamo in treno, bevuto un po’ di birre, mangiato schifezze e parlato di cose nostre.

Che bello parlare delle cose proprie e avere qualcuno con cui parlarne. Io davvero, non capisco, quanto cazzo mi fa incazzare questa cosa non avete idea, non capisco come facciano a esistere certe persone che riescono a reggere ore e ore di conversazione senza raccontare un po’ di loro. Qualche aneddoto, dei ricordi felici. Niente. Non hanno mai niente da raccontare. Stanno lì, ‘mpalummati, sanno tutto di Sanremo, tutto di Fabrizio Corona, sanno sempre chi è in finale a Masterchef ma puoi star certo che anche nel momento più nero della loro vita, non ti racconteranno mai un cazzo. Vi odio perché in quanto esseri umani non siamo stati pensati per essere così. Vi odio perché io devo farmi carico della vostra inettitudine e mi tocca essere sensibile anche per voi. Vi odio, infine, perché se voi foste un po’ come me allora io potrei smetterla di essere così tanto come me e mi appoggerei a voi. Invece no, mi tocca continuare a scrivere i cazzi miei qui. Perché è necessario un certo tipo di equilibrio nel mondo e a me tocca rimediare ai vostri danni.

Non mi ringraziate.

Da alcuni mesi ho iniziato a correre. Fine luglio, credo. Faceva un caldo insopportabile quel giorno e non è partito il movimento automatico di vestirmi per la palestra. Sono rimasto seduto sul letto, a fissare i trucioli del tabacco che faccio cadere quando giro le sigarette. Chissà quanto si incazza Antonio. Nel naso spoiler della terrificante puzza di sudore targata Palestra Gym Body & Brain. Ho chiuso gli occhi e mi sono abbandonato a questo profluvio di essenze, riflettendo su quanto sia gretta e insensata la celebrazione della ghisa, dei bilancieri, delle canotte che diventano piccoli brandelli di stoffa che a fatica contengono corpi deformi, muscolosi e muscolari. Le palestre, le sale pesi e attrezzi in particolare, sono tra i posti peggiori che mi è capitato di vivere. In questa palestra di Bari sono stato, per pochi mesi ringrazziandaddio, il bersaglio preferito di un tipo. Uno carico a chiacchiere, per capirci. Si capiva lontano un miglio che fosse abbastanza senza sale. Uno di quelli che saluta tutti e abbraccia chiunque, che fa lo splendido.

Si è accorto di me per la prima volta vedendomi arrivare da lontano; dopo mezzo secondo stava già facendo battute sul mio baffo. L’ho sentito chiaramente, gli sono passato accanto mentre entravo. Ora, fermi un attimo. Un essere umano con una verve comica medio-bassa, prendiamo ad esempio uno nato dopo il 1985 che ride coi video de Gli Autogol, è perfettamente in grado di trovare almeno duecento cose ridicole nel mio corpo: la panza, il culo, i piedi alle dieci e dieci, la gobba, i fianchi, i capelli o il naso. Lui è riuscito nella mirabolante impresa di beccare l’unica cosa oggettivamente sensazionale che posso mettere in mostra: un bellissimo e folto baffo setolare, un pennello praticamente, con le prime note di bianco che danno quel fascino da uomo navigato. Ma quanto devi essere scemo per fallire così? Comunque, se ne stava lì, sotto la porta, a dare colpetti agli altri mentre fumavano. È iniziato tutto per caso, da un momento all’altro. Una roba passeggera, da ignorare. “Non è che ogni petra ‘ntrueppichi”1 dice il detto. Da quel momento non si è mai fermato, indicandomi e ridendo ogni volta che ci incrociavamo, dentro e fuori dalla palestra, che fosse da solo o in compagnia. Quando ha capito che lo stavo ignorando, ha iniziato a canticchiare il tema del livello 1-1 di Super Mario Bros. mentre ero nei paraggi, convinto di farmi uno sgarro. A me. Lo sgarro con Super Mario.

Poi ancora risatine, battute dette praticamente in faccia, sguardi ammiccanti e alla fine mi sono rotto il cazzo. Si è attivata una specie di modalità John Wick che non sapevo di avere. Mi sono messo a chiedere informazioni in giro, con fare circospetto e minaccioso.

Chi è?
Cosa fa nella vita?
Abita qua vicino?
Quel furgoncino bianco della ditta di ascensori è suo?
Si chiama Michele?

Ero fuori controllo. Il proprietario della palestra, un uomo così basso e tozzo da sembrare un file .zip, me lo ha subito descritto come un povero cristo: uno buono, socievole ma soprattutto (questo soprattutto lo ha specificato lui)

gay.

Quanto vorrei rivivere l’esatto momento in cui me lo ha detto. Era sollevato dal pensiero che gli omosessuali non possano essere aggressivi, violenti o offensivi. “Ma si si, tranquillo, quello è gay, non ti preoccupare, non potrà mai farti niente perché tanto tu sei eterosessuale e ti piace la fica e il sasso batte sempre le forbici. Ora guardami un attimo mentre faccio questo squat pesissimo, guarda i miei glutei come si contraggono”. Credo che fosse abbastanza sicuro di questo.

La mia mossa ha funzionato. Dopo qualche giorno sono andati a dirgli che stavo facendo domande ed è corso ai ripari. Ci siamo trovati uno davanti all’altro all’esterno, come in Hokuto no Ken. Non era mia la testa che stava per scoppiare. Era andato via da venti minuti eppure gironzolava ancora fuori. Mi stava aspettando, come se fossi la sua preda. Arrivo amore mio. Prima ti faccio la mossa dell’Uccello d’acqua del Sacro Nanto e poi ti dico che sei bellissimo, così ti spezzo anche il cuore. Nella mia testa avevo già immaginato un milione di volte quel momento. Tutti gli scenari scenari, tutte le parole da usare e gli errori da non commettere. Non ne uscivo mai sconfitto. In molti di questi miei film lo umiliavo fino a farlo stare male. In nessuno tiravo mai fuori la storia dell’omosessualità.

Mi è venuto incontro con fare amichevole. Voleva sdrammatizzare. Ha iniziato a mettermi le mani sulle spalle, a toccarmi le guance. A dirmi che non c’era cattiveria. Mi chiamava sempre “Amico mio” e sarebbe andato avanti all’infinito. Gli ho detto “Ascolta, non è una cosa carina quella che hai fatto. Tu hai capito subito che io vengo qui praticamente da solo, che sono nuovo da queste parti e non conosco nessuno e nonostante tutto hai coinvolto una decina di persone in questo giochetto di prendermi per il culo. Non si fa, non è bello, un’altra persona avrebbe potuto pensare di cambiare palestra. La gente ci sta male per ‘ste fesserie”.

Non se lo aspettava. È rimasto spiazzato. In quel momento avrei dovuto aggiungere “Non ti sei accorto che sei già morto. Ho colpito un tuo punto vitale e tra trenta secondi il tuo cuore esploderà”. Non l’ho fatto. Si è ripreso la sua lingua dalle mie mani e mi ha detto “Non ti credere, che anche io sono preso di mira come a te solo perché sono gay”.

Ha vinto lui. Per un secondo credo di aver capito “Anche io sono gay come a te”. Alla fine ci siamo abbracciati. Forse è tornato a casa felice di averla fatta franca. Io invece ero distrutto. Ho provato una tristezza infinita per lui e per me e quel giorno ho capito di essermi stancato, forse definitivamente e forse non solo delle palestre. Non ci casco più, me lo sento.

Non me ne frega più un cazzo di spendere poco o tanto, della palestra vicina o lontana da casa, della doccia, del lucchetto e delle scarpe di ricambio. Le palestre sono luoghi talmente tossici che anche il più coglione del paese si sente legittimato a fare una storia per gli Amici più stretti mentre prende per il culo quello che non sa fare gli esercizi. Inoltre, ho finalmente capito che mi disgustano pure gli effetti che la palestra ha sul mio corpo. Dopo un anno intero ho visto questo petto che scoppiava e che si induriva, queste braccia che si gonfiavano in modo innaturale e poi basta, poco altro. Ah, si, i calli sulle mani. Mi guardavo allo specchio e non ci vedevo nulla di interessante, nulla di attraente. Non un briciolo di autostima in più. Solo qualche muscolo appena accennato e l’irrefrenabile quanto stupida voglia di battermi i pugni sul petto come un gorilla pazzo coglione o come Giorgio Chiellini.

MA. Ma. Ho ripreso a giocare a calcetto. Me la sentivo un po’ questa cosa che volevo tenermi in movimento, che volevo provare qualcosa di diverso col mio corpo. Come quella volta in quinto superiore: ho mangiato taralli e frutta a pranzo e cena per tre mesi ed ho perso venti chili e una mattina mi sono svegliato con mia madre che provava a farmi il prelievo del sangue mentre dormivo e ho detto “Mamma ma che cazzo fai?” e forse era la prima volta che dicevo la parola cazzo a mia madre e lei poi si è calmata e mi ha raccontato che mio fratello ‘ABBÈ OVVIAMENTE le aveva detto che Giovanni l’amico suo era dimagrito tantissimo facendosi di cocaina e quindi voleva capire come stavo messo.

Tornare al calcetto è stato frustrante. Non mi muovevo. Non che fossi mai stato la rappresentazione del dinamismo eh, però stavo evidentemente pagando lo scotto dei novantadue chili, delle venti sigarette al giorno e di una alimentazione poco sana, soprattutto tra venerdì e domenica. Lontani ormai i tempi della nutrizionista Roberta Muri e del suo piatto unico (se gradito). Il fine settimana è la finestra in cui mi abbandono ai miei vizi, il mio momento Morgan fatto di innumerevoli birre con gli amici e caramelle gommose, braciole la domenica e poi, dal lunedì al venerdì, regime alimentare modello favelas. Legumi, frutta fresca, qualche uovo. Pesci pescati con le mani.

Volevo rimettermi in forma ma non sapevo da dove iniziare. Quale è la filosofia che regola certi esperimenti. Io conosco solo un metodo, che funziona al 100%, ed è anche l’unico modo in cui so fare le cose nella vita: spendi un po’ di soldi e fai in modo che la voglia nasca dalla paura di averli sprecati. Ho preso uno smartwatch su internet pagandolo quaranta euro; poi sono andato da Decathlon e ho speso altri cinquanta euro tra pantaloncini, marsupio e un paio di scarpe di ricambio e per finire ho portato a Bari il mio paio di Adidas da corsa bordeaux, quelle che ho preso da Nico quando sono andato in Egitto e alla fine le ho sempre usate come scarpe per uscire quanto mi fa impazzire sta roba delle “scarpe per uscire”. Un paio di scarpe fortunato, ora che ci penso: realizzate in Vietnam, arrivate in Italia, si sono spinte fino al deserto egiziano, fino ai piedi delle piramidi. Che culo che hanno le scarpe certe volte.

Posto pazzesco a Bari, vicino al Parco. Si chiama Gomma Park

Casa mia a Bari è nei pressi di Parco 2 Giugno, forse il più grande parco della città. Tanto grande da contenere: due campi da basket, un’area giochi per bambini, un chiosco, i bagni pubblici, un campo da bocce, un’area molto grande per fare picnic-lanciarsi il pallone-baciarsi-yoga, una fontana, ‘na specie di consultorio e almeno due vigili urbani a sera con rispettive moto. Sta in periferia, come i ritrovi dei drogati, ma è al centro di una zona dove gli appartamenti costano non meno di duecentocinquantamila euro. In pratica è il Sensation White dei runner baresi che vergogna chiamarli così, ma quando è successo che si chiama running e non più corsa, footing o jogging? Significano letteralmente la stessa cosa. Anche quelli che abitano più lontani, gli esperti che vanno a correre sul lungomare, almeno una volta sono andati a correre a Parco 2 Giugno.

Quel pomeriggio mi sono portato appresso le cuffie, il marsupio e la voglia. Non mi aspettavo nulla di particolare e infatti non ricordo un’uscita vedi già, lo noti il linguaggio tecnico, l’uscita particolarmente incoraggiante. Ho passeggiato per mezz’ora, atteggiandomi però manco fossi la bonanima di Kelvin Kiptum. Alla fine ho corso meno di due chilometri. Sette minuti e quaranta a chilometro. Praticamente più lento di quando torno a casa a piedi dopo aver pranzato da Ludovica e mi sto cacando addosso e mi dispiace farla nel bagno di casa sua, che poi i genitori devono pensare “Pazzesco questo, che tu gli offri il pranzo e lui ti caca in bagno” anche se io sono sempre molto favorevole a fare le proprie cose nei bagni degli altri, che alla fine per quello esistono.

La mattina dopo avevo le gambe in fiamme. Per alzarmi e sedermi dalla sedia dell’ufficio dovevo tirare fuori tutto il corredo di EEEEEEEH e AAAAAAAH e MAMMAMAMMAMAMMA ma ero soddisfatto, come quelli che si sentono bene a far sapere agli altri che stanno male. Aspettavo solo che i colleghi mi chiedessero “Eh ma come mai stamattina tutto dolorante?” solo per dire “Eh caro il mio fannullone dal culo gigante. Io ieri sono uscito per andare a correre e infatti ho corso” che poi era camminare ma comunque siamo lì.

Non vedevo l’ora di rifarlo e infatti il giorno dopo sono uscito di nuovo. E poi dopo due giorni l’ho fatto ancora e da quel momento non mi sono più fermato e alla fine del 2025 ho corso tipo seicento chilometri, più di cento al mese. Come Forrest Gump.

DUETOCCHI PER IL SOCIALE

Tornassi indietro di qualche mese, prima di mettermi a fare qualcosa di cui non so assolutamente nulla, chiederei consiglio anziché atteggiarmi a professionista. Purtroppo ho timore di fare la figura del coglione e certe cose le penso sempre dopo. Per farvi un regalo, ho chiesto qualche dritta a Francesco, un mio amico. Francesco fa il fisioterapista ma quando l’ho conosciuto era uno di quelli che faceva attività fisica tutto il giorno: gruppo sportivo, corsa e calcetto, forse inseguiva anche le persone per strada tipo hobby. Potrei raccontare tantissime cose della nostra amicizia ma stiamo già andando molto lunghi. Questo è ciò che mi ha risposto alla domanda: che consiglio daresti a chi vuole iniziare a correre?

Secondo me la prima cosa da fare quando si intraprende qualsiasi tipo di attività sportiva è chiedersi perché lo si sta facendo. Capire la motivazione che ci spinge verso quella determinata attività. Perché lo fanno i propri amici? Perché abbiamo sentito che fa bene? Perché ci piace farlo?

Il secondo consiglio è quello di prediligere la prudenza, soprattutto nella prima fase, quella dei miglioramenti più evidenti. Partendo da sottozero è facile arrivare a zero, ma è un aspetto che può trarre in inganno, che può portare a pensare che sarà sempre così. Più si migliora e più è difficile migliorare. I velocisti, ad esempio, per migliorarsi di un centesimo devono allenarsi per anni. Soprattutto da inesperti, inoltre, ci si sente bene perché magari il cronometro migliora in modo evidente, trascurando i gravi danni da sovraccarico che si possono creare passando da due a cinque uscite settimanali in poco tempo. La tendinopatia è dietro l’angolo soprattutto per quelle persone in sovrappeso, che magari scelgono la corsa per mettersi in forma.

Infine, la corsa è una attività che deve essere pianificata, come tutte le altre. Non si può pensare di andare a correre solo quando si ha tempo libero. Come per qualsiasi attività sportiva, bisogna ritagliarsi del tempo da dedicarci poiché per avere benefici ci deve essere una certa frequenza, diciamo almeno due uscite settimanali.
Diversamente non avrebbe senso.

Io mi sono fatto consigliare da ChatGPT, come quelli nati dopo il 2003. Però vabbè, aspetta, gli ho semplicemente scritto “Ciao, peso 92 chili, mediamente corro a 7:40 minuti per chilometro e il massimo che sono riuscito a fare è correre per venticinque minuti. Cosa dovrei fare?”. Mi ha dato degli spunti. Non ci siamo nemmeno baciati. Tre allenamenti a settimana per abituarsi. Dei nomi fessi, tipo Lungo Lento o Riposo Rigenerante e poi nulla di così diverso da quello che ti dicono le app tipo Strava, che ormai sono interfacce che nascondono un IA che legge i dati e si inventa le cose. Tipo un giorno ho dimenticato il tracker acceso mentre guidavo la macchina e quando l’ho spento mi diceva “Corsa solida, sei in crescita nelle ultime settimane” senza riuscire a capire che fare Francavilla - Bari a 120 km/h può essere un attimo prematuro nella mia condizione.

Panorama incredibile che osservo sempre quando corro vicino casa mia

Sto ancora correndo. Quattro volte a settimana. Mi piace farlo, mi aiuta a spegnere il cervello. Negli ultimi anni ho imparato ad apprezzare questa condizione, specialmente in quei giorni dove al lavoro succedono mille cose tutte insieme e non ho modo di processare niente, nemmeno di fermarmi per capire che la mia vita sta scorrendo inesorabilmente senza che io abbia il controllo. Solo un enorme groviglio di risposte da dare, persone da telefonare, mail da scrivere.

I primi minuti di corsa sono quelli più intensi e difficili. I muscoli sono rigidi e nei primi venti passi prendo sempre una storta. Poi, finalmente, trovo il ritmo e mi metto ad ascoltare qualcosa mentre mando avanti complessi calcoli fisici e matematici per capire quando sarò stanco. Impiego sempre tanto tempo a farmi domande di tipo logistico-paesaggistiche. Ad esempio, davanti a tutti i cantieri che trovo per strada a Bari mi chiedo “Ma per quanto durerà questo periodo della mia vita che pensavo fosse passeggero?”. Fortunatamente, i passi uno in fila all’altro mi distraggono sempre e riesco a non concentrarmi su me stesso. Mi sento solo un elemento dello spazio in cui mi muovo. Un complemento d’arredo. La bomboniera del matrimonio della mia collega che ora appartiene a mia madre. A volte mi sembra di guardarmi da fuori e sento come se il mio posto sia sempre stato lì, accanto a quella villa a un paio di chilometri da casa mia, nel campo da tennis abbandonato. Oppure davanti al PoliBa, nell’ora in cui tutti gli studenti escono dal cancello per tornare a casa e io mi mischio in mezzo a loro anche se ci passiamo quindici anni praticamente.

Ho due grandi fisse quando corro: la spazzatura e le lapidi. Nelle campagne di Francavilla, il fine settimana, io e la spazzatura ci teniamo compagnia per tutto il tempo. C’è un punto specifico, da cui passo quando faccio il giro largo, che fa impressione perché la strada è tutta dritta e ai lati ci sono praticamente due muri di spazzatura. Principalmente pannolini sporchi e lattine di legumi. In un altro punto più avanti ci sono svariati divani e un frigorifero pieno di altre buste piene a loro volta di lattine e metalli in generale. Cento metri ancora e c’è un cane morto. Ho capito di volergli bene troppo tardi, quando ha iniziato a decomporsi. Ora sembra un caricabatterie caduto su un tappeto molto vecchio.

Ci sono stati anche momenti incredibili. Tipo quella volta che ero così sovrappensiero da entrare con entrambi i piedi in una pozzanghera, con l’acqua fino alle caviglie, oppure quella volta che ho fatto il cavalcavia a ritmo bello frizzante e mi veniva da piangere perché pensavo “Ma cazzo ma sono veramente io, lo sto facendo davvero” o quella volta col coglione dell’autofficina che rideva come se io fossi l’imbecille perché stavo correndo e lui fosse quello sveglio perché si stava fumando una canna appoggiato al cancello.

Di lapidi ne trovo un po’ meno. Anche loro sul ciglio della strada, sempre immacolate, come se emanassero un’aura che riesce a tenere lontana la spazzatura. Non c’è mai una via di mezzo: o molto giovani o molto vecchi, come se gli incidenti stradali non potessero colpire l’età di mezzo. Ci sono i fiori. La foto. Il paradosso che da lì le auto ci passino ancora. Nessuno si è spaventato, alla fine.

Il sabato passo sempre davanti al punto dove è morto Cosimo Caliandro. Ci penso un po’, anche se non l’ho mai conosciuto. Chissà quanto ancora aveva da dare alla nostra città, ai più giovani. Ce l’avrebbe fatta ad andare alle Olimpiadi? Ci avrebbe portato una medaglia, scrivendo il nostro nome nei libri di storia sportiva? Avrebbe aperto una ASD? Quanto saremmo stati orgogliosi noi della 167, a sapere che uno di noi era il più veloce di sempre? Magari avrei potuto conoscerlo e gli avrei chiesto di spiegarmi perché quelli che fanno atletica fanno sempre parte delle Forze dell’Ordine.

A Bari faccio due cose senza senso. La prima: ogni tanto, a metà settimana, finisco di fare i cinque chilometri e vado a comprarmi una busta di caramelle gommose. Non so se mi soddisfa di più mangiarle in pochissimo tempo o entrare nel negozio completamente sudato, creando situazioni imbarazzanti per i proprietari. Certe volte non mi capisco. Mi piace creare contrasti, prendere in controtempo la gente. Essere io quello strano. Entro nel negozio che sono una maschera di sudore, magari puzzo pure, però sono gentilissimo nel chiedere ai dipendenti di darmi una mano a fare “Una busta di caramelle gommose per mio figlio, per favore. Mi può dare una mano perché sono tutto sudato e non vorrei mettere le mani?” e poi fingo pure di parlare al telefono “Si si amore, le sto prendendo, c’è una signora gentilissima che mi sta aiutando”.

L’altra cosa molto fessa che ho fatto per un po’ è stata correre ascoltando Indagini di Stefano Nazzi. L’ho fatto per tre mesi pieni e ho smesso quando gli angoli e le strade di Bari stavano assumendo un significato diverso nella mia testa: c’era la strada dove è stata uccisa Yara Gambirasio (davanti alla gelateria Telebari), il piazzale dove è scomparsa Melania Rea (verso l’Ikea) e l’angolo dove quelli della Uno Bianca hanno ucciso un vecchio sulla bici (dietro all’Ospedale Giovanni XXIII). Ho lasciato perdere.

Una sera mi è successa una cosa incredibile. Stavo correndo dalle mie parti a Francavilla. Casa mia è al limitare del quartiere 167, quello delle case popolari, forse l’ho detto già prima. Voglio molto bene al mio quartiere, anche se non l’ho mai inteso nel senso gangsta del termine. Mi piace camminarci, mi piace riconoscere le persone e i luoghi della mia infanzia. L’asilo, la scuola elementare, la chiesta dove ho ricevuto i sacramenti. Mi sento al sicuro, come se nessuno possa toccarmi perché sono di quelle zone lì e conosco la gente del posto. Col tempo questa sensazione di sicurezza è venuta meno. Sto diventando grande e i ragazzi del quartiere si allontanano sempre di più da me. Non li ho mai visti, non conosco le loro famiglie. Ho sempre pensato “Se qualcuno mi aggredisce mi metto a fare nomi di gente che conosco” ma ora forse non avrebbe alcuna presa.

Quella sera specifica che dicevo, stavo tornando a casa. Avevo finito, camminavo praticamente. Mi si avvicina una coppia di bambini davvero standard: uno basso e smilzo, l’altro più alto e grassottello. Lo smilzo mi fa “Compà, t’agghia ffa na domanda: a te ti piace il cazzo o la fica?”. Gli rispondo “Il cazzo compà”. È stato un attimo. Un bagliore. Una rabbia innaturale lo ha dominato, immotivata per un bambino così minuscolo. Si è acceso come un petardo e ha iniziato a gesticolare. Mentre continuavo a camminare, lui mi ha urlato alle spalle “Pizzarrò, no ti permettere mai chiù cu passi davanti casa mia ca’ ti sparo. Ricchione”.

Mi sono fermato ed ho sfilato le cuffie. Lui e il suo amico mi stavano trotterellando dietro come due cani randagi. Mi sono girato e gli ho chiesto “Mò m’ha spiegà ce problema ti crea” e lui “No, nisciunu veramente. Però compà, la fica è megghio. Ci ti piace la fica puè sce a puttane. Ci ti piace la pizza allora tieni problemi di capo”. Mi stavo chiaramente scontrando con qualcosa di gigantesco, che non posso risolvere, che non posso comprendere. Destinato a perdere ancora una volta, in una situazione più o meno simile. Gli faccio “Ascolta n’attimo. Piccè mi sta tratti cussì? Piccè mi sta ddi tutti ‘sti cose brutte? Ce fastidio ti crea?”, e lui “No compà a me niente, alla fine so cazzi tua”, e io “Vabbè però ti riendi conto ca’ mi sta tratti male?”, e lui “Tieni ragione compà. Ti chiedo scusa. Però dimmi la verità, ti piace veramente la pizza?”.

Gli ho detto di no e lui è esploso di nuovo, con la stessa forza di prima. Una gioia incontenibile. “Kevin, Kevin, ti l’era ditto io ca no li piacia la pizza”.

Papà dice che dovrei smetterla di giocare a calcetto. Che sto diventando grande, che rischio di farmi male, che lui lo sa come vanno a finire certe cose. È vero. Papà lo sa. Mio papà sa sempre tutto.

È vero che sto diventando grande, me lo sento addosso ma non mi spaventa. Anzi. Quasi mi diverte. Mi guardo intorno e scopro che tutti i miei amici stanno crescendo come me. Alcuni bene e altri meno bene. Diventano sempre più ingrugniti, sempre più adulti e grigi. Svuotati, mentre io mi sento rifiorire. Come se gli stessi rubando le forze.

È vero che rischio di farmi male, ogni giorno di più. Mi fanno male le caviglie, le anche, le piante dei piedi quando cammino per troppo tempo. Mi fanno un po’ male le dita se uso troppo il computer, mi fanno male tantissime cose piccole e stupide. Tantissime parole che non vengono fuori. Mi fanno male i vestiti da buttare, le persone che non posso aiutare e quelle che non ho la forza per aiutare.

È vero che mio padre lo sa come va a finire. È solo che non voglio chiederglielo, voglio scoprirlo da solo.

Ad esempio, il diciannove aprile ho deciso che voglio correre la DeejayTen, la maratona di dieci chilometri a Bari. Un anno fa mi sembrava impossibile. Mio padre lo sa come andrà a finire quel giorno ma anche io me lo sono immaginato e ogni volta vedo che arrivo sul traguardo e faccio questa cosa:

Vi faccio sapere.

1

“Non puoi inciampare ad ogni pietra che incontri”

Read the original on massimoduetocchi.substack.com

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