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Massimoduetocchi · Nov 21, 2025

Piatto Unico (se gradito) #35

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Massimiliano Chirico · Massimoduetocchi

Bentrovati con Piatto Unico (se gradito), la newsletter che regola in maniera intelligente, grazie a dei sensori IoT di ultima generazione, la temperatura di ogni singola stanza della casa. Io sono Massimiliano e credo che il destino di quelli come me nati nella Regione Puglia sia di nutrire un orgoglio simile a quello degli oggetti distrutti dalle presse idrauliche di TikTok. Alcuni resistono più mentre altri riescono ad andarsene, esplodendo in modi sempre più belli, ma tanto finisce sempre torniamo a far parte della stessa poltiglia sparsa sul pavimento.

Fortunatamente, arriva sempre l’inverno e possiamo tornare ad attingere a piene mani dalla nostra tipica produttività, quella che ti spinge a fare qualcosa, qualsiasi cosa, purché il tempo passi in fretta e la primavera si avvicini. Mi muovo in questa città agghindata per il Natale, piena di enormi alberi farciti di luci, pagati dalle grosse aziende locali. Le mie giornate scorrono in un senso unico, come continui giri sullo stesso tracciato. Ogni tanto il mio tempo intermedio migliora, ma mi accorgo che qualcosa non torna. Sento un suono, come una specie di musica lontana. L’ultimo valzer dei ricordi. C’è mio padre dietro alla console. È lui che ha scelto il brano. Mi ha guardato e mi ha detto “Dai, ancora un giro”.

Oggi parliamo di una mia grande passione: il calcio. Anzi, il calcetto. Quello rude, scoordinato e sovrappeso del fine settimana. Quello con gli amici, con l’avvocato, col figlio del medico di base. Quello senza portieri di ruolo. Al termine di un calvario sfiancante, nell’agosto 2023 ho messo una pietra sulla mia carriera da calcettista. Quel venerdì ho finalmente smesso di vivere all’ombra di mio fratello, un uomo che quantomeno è stato sfiorato dal dio del calcio e baciato sulle labbra dalla dea della competitività. Negli stessi anni, io mi prendevo una gomitata nello stomaco dal satiro del piattismo dei piedi e un dito in culo dalla strega della svogliatezza.

Mi è rimasta una medaglia sul petto però: ho smesso da campione, vincendo la prima edizione di un quadrangolare estivo che organizziamo quando tutti gli amici sono giù per le ferie. Nonostante la soddisfazione, c’erano tante piccole cose che poi mi hanno convinto a farla finita. La maggior parte sono riassunte in queste parole che scrissi su Instagram per l’occasione:

Alla fine ho detto basta.

Un viaggio lungo più di vent’anni arriva finalmente alla sua meritata conclusione e so già che non mi guarderò più indietro.

Giocare a calcio, in tutte le sue forme, è stata per me una delle peggiori cose mai fatte e oggi non mi pento minimamente di non essermi mai impegnato nel riuscirci, di non aver mai voluto imparare a maneggiare i fondamentali, di non essermi mai curato della mia forma fisica e di non aver mai voluto primeggiare. Il gioco del calcio, inteso propriamente come atto fisico, mi snerva e mi indispone.

Odio guardare le partite in televisione, non sopportavo più quelle con gli amici e a partire da oggi, finalmente, non dovrò più giocarle. È stata comunque una grande avventura, che mi ha permesso di incontrare tanta gente e che ha rinsaldato le mie amicizie; allo stesso modo però ho dovuto scoprire il lato peggiore degli uomini che si lasciano dominare dalla competizione e dalla frustrazione. Grazie al calcio alcune persone non mi salutano nemmeno più per strada: li ho visti litigare, tirare fuori il peggio di sé, diventare dei mostri e tutto questo non mi mancherà.

Ora finalmente è finita. A trent’anni sento di non volerlo più fare. Anche se la testa ha continuato a indicarmi la via, a pensare oltre e a suggerirmi la giocata sempre giusta, il mio corpo mi suggerisce di smettere qui, al top, come il campione che sono sempre stato. Voglio ringraziare i miei amici, per avermi voluto bene e per avermi fatto costantemente sentire il più scarso in campo, pur senza farmi mancare il loro appoggio fino all’ultimo; grazie a mio padre, che non ha mai avuto interesse nelle mie partite e non ha mai sentito il bisogno di fare la figura del citrullo che mi incita e mi dà suggerimenti a bordo campo; grazie a tutti gli pseudo calciatori del mio paese, che mi hanno aiutato a capire chi non volevo essere e hanno contribuito ad alimentare in me questo odio viscerale. Ora è tempo di dedicarmi a me e alle mie vere passioni e anche se ormai giocavo una partita all’anno, è un sollievo sapere che non ce ne saranno più.

Anche oggi, come sempre, parleremo di come alla fine ho cambiato idea e infatti questa è la storia di come poi sono tornato a giocare a calcetto.

Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. Nell’ultima release1 di Piatto Unico vi avevo schiaffato in coda questo video, promettendo che avrei raccontato tutto, salvo poi scappare come un codardo e non farmi vedere per mesi. Sono pigro, mi scoccia scrivere, quando sto bene non ne sento il bisogno e poi mamma mia, quante spiegazioni questa è la mia natura. Ma ho anche dei difetti, come la necessità di tenere le idee in ordine, di organizzarmi per scrivere come se questo fosse il mio lavoro, la necessità di pisciare ogni volta che mi lavo i denti.

Da qualche mese, ad esempio, tengo una specie di elenco. Ogni mattina mi prendo qualche minuto per appuntarmi due righe sulla cosa più interessante che mi è accaduta il giorno prima. Devo ammettere che non è facile. Ci sono giorni in cui, in un primo momento, ho scritto ieri giornata normale, non è successo nulla di particolare. Solo ripensandoci, come se stessi per consegnare in bianco, mi sono accorto che ieri ho capito che non devo fare finta di voler stare con la gente se poi non voglio farlo. Guardando da vicino, il mio è proprio il più classico dei drammi contemporanei: l’atavico termine inutile, volevo solo usarlo timore di dimenticare le cose, che alla fine riesce a sfuggire ai lacci e si trasforma nel bisogno di scrivere qualsiasi cosa succede, di lasciare un ricordo da qualche parte. Se questa fosse una puntata del podcast di Alessia Lanza diremmo che si tratta di ADHD.

Nella lista delle mie giornate, questa storia che sto per raccontarvi mi sembrava tra le più interessanti. Ma prima ho dovuto capire perché non riuscivo a scriverne. Ci ho messo quasi due mesi e poi ho realizzato che, banalmente, provo vergogna. Sembra strano dirlo ora che Piatto Unico assomiglia a una raccolta di oltre trenta cazzi miei. Eppure, ci sono aspetti della mia vita che mi caricano ancora di molto imbarazzo e non so perché. Non è che mi vergogno di ciò che ho fatto, di ciò che andrò a raccontarvi, anche perché sono solo cose belle. Mi vergogno a raccontarlo, mi vergogno delle mie espressioni, del fatto che mi sento emotivamente coinvolto. Mi vergogno quando mi sento fragile, quando scrollando finisco sulla pagina di un’oasi felina e ci sto male, quando torno a casa a piedi ascoltando l’ultimo album di Daniel Caesar e mi viene da piangere, senza motivo. Il punto è che, come dice il mio maestro Gianni Di Prima:

Sono state inoltre scartate dall’elenco delle cose interessanti, a vario titolo:

  • aver guardato tutto Attack on Titan in due mesi (fuori di testa);

  • la Zeeshan League, che ho scoperto grazie al mio amico Vanni (io sono team Muzammil)

  • tre film visti in pochi giorni, ovvero Prisoners (tanto bello, tantissimo), Il Tesoro della Sierra Madre (molto noioso) e La Sfida del Samurai (noioso anche questo ma simpatico).

A Francavilla Fontana ragazzi non so davvero come spiegarvi quanto mi gasa scrivere il nome del mio paese, pazzesco si è tenuta la prima e molto probabilmente ultima edizione de Il Mondiale per Club. Giocato tra il due e il tre agosto, è stato il più classico, becero e soporifero torneo di calcetto notturno, praticamente identico a migliaia di tornei simili organizzati ovunque. Nutro un feticismo particolare per i notturni di calcetto: adoro il concetto di esperienza che inizia e finisce senza interruzioni, senza che tutto il resto che sta fuori possa in alcun modo modificare il corso degli eventi. Poi mi piace che nei notturni di calcetto gli avversari non sono solo quelli in campo: si gioca anche contro la stanchezza, la sonnolenza, il telefono che si scarica, le persone che non vedi da tanti anni e sbucano all’improvviso proprio quando stai per pagare; contro il fegato che alla decima birra ti chiede pietà, contro i partner che chiedono pietà pure loro e contro i piedi indolenziti.

Il Mondiale per Club ha richiesto circa due mesi di organizzazione sporadica, concentrata principalmente nel fine settimana. L’abbiamo messo in piedi con i miei amici, un gruppo informale direbbe chi parla il linguaggio delle scartoffie comunali. L’idea sul nome e le modalità ci è venuta mentre commentavamo le partite del Mondiale per Club vero, quello organizzato dalla FIFA e che ho avuto il coraggio di seguire quasi per intero. Posso dire con assoluta certezza che si è trattato di una delle manifestazioni più noiose di sempre. Già il calcio in TV è, oggi più che mai, uno sfilacciamento di palle che dura due ore, un film vecchissimo visto su schermo OLED; a ‘sto giro si è aggiunto anche il fatto che i calciatori sono arrivati con addosso tipo dieci mesi di partite e allenamenti, per giocare una cosa di cui non gliene fregava molto e senza fare nulla per nasconderlo. Io non me la sono sentita minimamente di solidarizzare con loro e quindi ho scrollato come un pazzo sul divano del salotto mentre provavano a intrattenermi.

A proposito, lista dei tre peggiori lavori secondo me:

  1. Calciatore professionista

  2. Streamer professionista

  3. Commercialista professionista

La mia più sincera reazione a un amico che mi ha linkato un’offerta di lavoro

Oltre a scimmiottare qualcosa di più grande, c’era effettivamente un altro motivo. All’inizio somigliava a una specie di reflusso, qualcosa mangiato diverso tempo fa e che inesorabilmente è risalito. Prima di essere una manica di impiegati annoiati che provano a comprare una casa, per diversi anni ci siamo impegnati a organizzare una serie di eventi principalmente sportivi, che hanno avuto un seguito enorme. Ricordo con fatica quando abbiamo iniziato, forse nel 2011, ma sono certo che ci siamo ufficialmente fermati nel 2020, con il Covid. In questo intervallo abbiamo vissuto un piccolo sogno: la possibilità di riuscire a dare sempre una forma precisa alle nostre idee e alle fantasie che assorbivamo dal mondo dello sport e dalla cultura pop, potendo contare su un gruppo nutritissimo di persone molto diverse ma accomunate dalla voglia di sporcarsi le mani.

Assecondando ogni singola stupidaggine che ci veniva in mente, ci siamo ritrovati sulla cresta dell’onda del nostro piccolo paese, senza averlo voluto mai voluto davvero, quantomeno all’inizio. Senza essere preparati, senza sapere come fronteggiare le aspettative, le richieste e le situazioni spinose. Abbiamo provato a gestire, ignoranti su quello che serviva davvero, cose molto più grandi di noi, di cui solo oggi possiamo provare a comprenderne limitatamente la portata politica e sociale ma soprattutto i rischi. Forse è proprio grazie a questa enorme sfrontatezza che ci siamo potuti godere alcuni anni di grandi soddisfazioni, che ci hanno permesso di decidere alcune delle cose che andavano di moda tra i giovani del paesino nostro e di quelli limitrofi. Di andare nei posti e di essere riconosciuti, di ricevere inviti per le serate. Di essere un po’ delle rockstar, ecco.

Natale 2014. Trentunesima edizione del Fiffa Inda Street. Una serata freddissima e un campo di terra battuta che verrà calpestato da oltre quattrocento persone diverse per circa dieci ore

Abbiamo delirato, questa è la verità. Avremmo potuto chiedere qualsiasi cosa e un po’ l’abbiamo fatto: ci siamo fatti dare migliaia di euro dagli imprenditori locali per viaggiare con un camper in tutta Italia; abbiamo organizzato pullman di circa cento persone che si spostavano da una parte all’altra, ricevendo un’ospitalità senza senso, incontrando sindaci ed entrando in casa delle persone. Una volta siamo stati a Colonna, provincia di Roma, e siamo stati ricevuti dal sindaco, visibilmente emozionato di avere davanti un gruppo di ragazzi in pantaloncini e scarpe da calcetto, mentre noi pensavamo vabbè ma questo è scemo forte. Indolenti, proprio come le rockstar. Siamo andati dal più ricco del nostro paese e gli abbiamo detto tiè, questo è il prezzo da pagare per essere il main sponsor di questo nostro evento e quello ci ha dato tutto, fino all’ultimo centesimo. Tutto in cambio di visibilità.

Non ci è mai interessato fare soldi con quelle robe, nonostante ci fossero tutti i presupposti, nonostante TUTTE MA VERAMENTE TUTTE le persone a noi vicine insistessero affinché organizzare eventi diventasse il nostro lavoro. Farlo ci avrebbe permesso di continuare a stare insieme, a vivere insieme, creando le nostre famiglie e il nostro futuro qui, nel posto dove siamo nati. Avremmo potuto plasmare un percorso professionale tra amici che si vogliono bene, così poi sarebbe stato ancora più bello e sanguinario litigare per i soldi.

Non ci andava. Un po’ per ideologia spicciola, per poter sventolare che ci stiamo pure rimettendo. La verità è che volevamo essere dei semplici stipendiati. Cioè, in un gruppo che può contare ancora oggi oltre venticinque persone che passano assieme diverse ore alla settimana, nessuno di noi ha pensato di mettersi in proprio. Dottori, ingegneri, informatici, operai, la crema della nostra società. Diciamocelo: il Covid è stato una benedizione, perché senza probabilmente non saremmo mai riusciti a separarci da noi stessi, a rompere quel legame. Non è un caso che di lì a poco praticamente tutti abbiamo trovato un lavoro più o meno stabile, più o meno soddisfacente e in tempi relativamente brevi, dopo aver fatto i precari per anni. In quel momento abbiamo definitivamente mollato l’idea di manipolare qualcosa di nostro, di modellare le nostre vite in funzione dello stare insieme. Ci siamo sparati a chilometri di distanza tra noi come le Sfere del Drago Shenron e io onestamente sono molto felice così.

Il lockdown è arrivato che avevamo già le pile scariche. Il giusto pretesto per dire basta, per mettere da parte all’istante un enorme capitolo della nostra vita fatto di sport e socialità, per concentrarci sulle nostre vite. È probabile che i mesi in casa ci abbiano spinto a riconsiderare le priorità della nostra vita, facendoci sentire fragili, sacrificabili. Per me è stato così. La scossa è partita quando mi sono sentito classificato come non essenziale: il mio lavoro, io stesso, a nessuno interessava un cazzo di quello che mi sarebbe successo. Sarei potuto rimanere a casa per diversi mesi e senza stipendio e comunque non sarebbe importato a nessuno. Così, dopo il primo mese chiuso in casa a giocare a Call of Duty Warzone fino alle tre di notte, ho deciso che avrei dovuto finire quel corso di studi in economia aziendale che mi trascinavo da otto anni e cambiare lavoro.

Estate 2012. Un’altra foto a cui sono particolarmente legato. Uno spiazzo di periferia pieno zeppo di ragazzi che giocano a calcio.

In estate, dopo cinque anni passati a sonnecchiare, qualcosa si è risvegliato. Avevamo di nuovo voglia di provare a fare qualcosa insieme, anche solo per capire se fossimo ancora in grado. Ci sono tre comuni denominatori nelle robe che abbiamo organizzato: lo sport, in particolare il calcio; lo stare insieme e il convincere gli altri che la nostra idea fosse potente. Ancora oggi questi tre aspetti sono la nostra forza propulsiva: abbiamo sempre adorato trascorrere assieme quanto più tempo possibile, meglio ancora se con un pallone da passarci o se vi è la possibilità di stilare una classifica. Il Mondiale per Club è venuto fuori da solo. Un’idea simpatica per provare a restituire al nostro paese l’amore che più o meno sfacciatamente nutriamo verso i posti dove siamo cresciuti. Anche questa è una roba che abbiamo capito solo col tempo: la responsabilità che ognuno di noi ha nel rimettere qualcosa agli altri, che sia anche una piccola occasione per stare assieme, per conoscere nuove persone e per fargli perdere la testa con una cosa apparentemente stupida. Un sentimento che è molto forte se sei nato e cresciuto in un posto relativamente piccolo, che non offre particolari alternative alle serate nei bar.

Ripensandoci ora, c’è un filo che unisce tutto ciò che abbiamo fatto negli anni.

In principio si chiamava Fiffa Inda Street. Era un torneo di street soccer tre contro tre, utilizzando delle porte piccole. Millantavamo di voler riportare il calcio a una sua essenza primordiale, lontano dai campetti, dagli stadi e dalle paillettes televisive, per riposizionarlo in strada, dove siamo cresciuti e dove abbiamo imparato il gioco. In realtà la nostra era una vera e propria appropriazione culturale: quasi la totalità di noi aveva giocato davvero poco a calcio per strada, anche perché a otto anni avevamo già una Playstation in casa, c’erano i Pokèmon su Italia 1 e, per quanto mi riguarda, non me ne fregava veramente un cazzo del gioco del calcio. Il FIffa Inda Street è stato un successo incredibile, durato quasi dieci anni, che riverbera ancora oggi. Oltre settanta edizioni organizzate, alcune di queste hanno coinvolto più di cento squadre e hanno comportato degli sforzi organizzativi giganteschi che andrebbero studiati. Abbiamo battuto tutte le strade di tantissimi paesini pugliesi, spingendoci fino a Roma, Torino, Milano, Perugia, Bologna, Vicenza e sconfinando anche in Argentina e Germania. Ci sarebbero tantissime cose da raccontare ma sono sempre restìo a farlo. Non saprei da dove iniziare e come finire. Tra qualche tempo saranno passati dieci anni dall’ultima volta e guardandomi indietro mi sento sempre più orgoglioso, vecchio e malinconico. È, oggettivamente, la più grande cosa che ho fatto nella mia vita.

Poi c’è stato il salto di specie e lo abbiamo chiamato Mondaynights. Era un torneo di calcetto che durava diversi mesi e si giocava per intero in un centro sportivo, quindi su un campo in erbetta. Era stato partorito da una provocazione: negli anni eravamo diventati quelli del calcio da strada ma quando iniziammo ad appassionarci al calcetto e ai tornei, ci si parò davanti una muraglia di calcettisti che rivendicavano con forza quello spazio, per paura che col tempo avremmo imposto le nostre strambe regole anche lì. Ce lo siamo presi con la forza, lo spazio, introducendo in tutta la provincia una metodologia di organizzazione dei tornei di calcetto che viene replicata ancora oggi, tracciando una demarcazione netta tra prima e dopo. L’ultima edizione, quella interrotta a marzo 2020, contava trentasei squadre, sei competizioni diverse e circa quattrocento giocatori impegnati per otto mesi. In canna avevamo di esportare il nostro torneo, di organizzarlo uguale in altri paesi e città e di unificare il tutto a Francavilla, mettendo su competizioni sul modello dei mondiali. Nel frattempo avevamo affittato una casa che era diventata la sede fisica della nostra associazione, completamente sovvenzionata coi soldi del torneo e dei nostri eventi.

Solo oggi, forse, riesco a capire di cosa si trattasse davvero. L’illuminazione mi è venuta guardando il finale di Attack on Titan. Era vita. Una forma di vita che abbiamo creato noi coi nostri sentimenti, coi nostri cuori. Un essere mutaforma, in grado di attaccarsi alle cose, prendendo sempre nuove sembianze. Non era una idea precisa. Non era solo calcio, non erano solo feste. Era e ancora oggi è un sentimento condiviso. Il punto preciso dove si incontrano tutte quelle piccole strade che i cuori di ognuno di noi percorrono per incontrarsi.

Marzo 2019. II All Star Game del Mondaynights, organizzato con il supporto di Umbro Italia.

Se vi capita di essere a Bari e di avere una fame matta, il mio consiglio di oggi è Al Coltello, in via Salvatore Cognetti 54. A dire la verità non è che me lo ricordo granché per il cibo. Fa cose normali, si mangia bene e ha una caratteristica incredibile: la proprietaria si fa pagare pure con bonifico.

Ci sono stato a pranzo con un collega di università. Quando siamo andati a pagare non funzionava il POS e ovviamente non avevamo contanti. La situazione si è fatta un po’ imbarazzante, tant’è che io dicevo “Ma facciamo così, rimane lui qui ad aspettare e io vado a prelevare per entrambimadonna che merda, tipo ostaggio glielo stavo lasciando vabbè, niente, la tizia non accetta e anzi rilancia: fatemi un bonifico. Ma come, signora? Un bonifico? Si si, un bonifico normale. Signora ma glielo accrediterebbero domani. Vabbè che mi frega, basta che me lo accreditano.

E quindi niente, siamo andati avanti con IBAN e bonifico. Una volta pagato, io la domanda gliel’ho fatta. “Signora ma come fa a fidarsi così tanto? Cioè, io ho tempo fino alle 17:00 tipo per annullarlo. Come fa poi a rintracciarmi? Per trenta euro poi.

E qui lei ha sfoderato l’asso.

Ho lavorato trent’anni a Intesa San Paolo prima di aprire questo posto. Lo so come si fa a rintracciare le persone

Capolavoro.

Il Mondiale per Club è stata solo l’ennesima trasformazione. Sempre calcetto, sempre su erbetta ma rivolto a una platea particolare. Per capire di cosa parlo dobbiamo fare un giro nel mio paese. Una delle cose che amo maggiormente di questo accrocchio di case abbandonate e raccolta differenziata porta a porta sono i club, i circoli privati. A Francavilla, il club è per definizione un posto dove il 100% degli avventori è di sesso maschile e dove principalmente si gioca a carte e si beve birra ghiacciata a prezzo di costo. Ce ne sono circa quindici in paese. Un numero importante, sinonimo che gli avamposti di socialità rimasti sono davvero pochi. Quasi tutti sono o a tema calcistico, l’Inter Club, il Milan Club e via così, oppure legati alla caccia.

Da qualche parte ho già raccontato che mio padre è sempre stato un uomo di poche regole: niente motorini, niente tatuaggi, niente sale giochi o club. Così siamo cresciuti io e mio fratello, senza nessun tatuaggio e senza mai nemmeno chiedere di poter acquistare un motorino. Io però mi sono macchiato l’onore, rompendo i sacri sigilli: ho iniziato a frequentare il Club Peraro, un posto di proprietà del padre di un nostro amico. In Camera di Commercio registrato come Circolo Privato Peraro, il club prende il nome dall’omonimo quartiere in cui si trova, sotto alla scuola Giovanni Pascoli, privata anche questa, che non s’è mai capito se è ancora aperta o meno. Per noi è semplicemente il Club, un posto che per molti anni mi sono rifiutato categoricamente di frequentare. A volte ho anche accompagnato i miei amici fino alla soglia dell’ingresso, salvo poi girarmi e tornare a casa. Dentro di me sentivo sempre la voce di mio padre che mi diceva che non dovevo farlo, che non dovevo entrare, che era sbagliato.

Foto del Club Peraro scattata dal mio amico Michele, a cui ho chiesto di inquadrare il posto più bello del club secondo lui.

Un sabato mattina ho ceduto all’invito del mio amico Michele, mio gran maestro di club. L’ho fatto perché volevo essere io a stabilire cosa fosse sbagliato o meno. Ero molto teso quel giorno e mi sentivo tutti gli occhi addosso, come se fossi Pietro Sermonti in Smetto Quando Voglio, che fa finta di essere ignorante e poi se ne esce con un’aspra diatriba legale. Tra l’altro questo è il modo in cui vivo circa il 50% della mia esistenza: dentro lo stomaco mi sento nulla, uno scappato di casa baciato dalla fortuna ma quando poi parlo non posso fare a meno di far capire che ho letto, che ho studiato, che so. La mia prima mattina al Club l’ho passata a guardarmi intorno, a cercare di capire dove fossi. Pensa te, scoprire quel luogo a trenta e passa anni. Da quel giorno è diventato letteralmente uno dei motivi per il quale torno al mio paese nel fine settimana.

È un posto dove non mi sento giudicato, dove ho la certezza che dall’altra parte non ci sia gente interessata a capire che lavoro faccio, quanti soldi guadagno e chi sono fuori da quella porta. Dove non serve far vedere che ne so di più di tutti di calcio, di economia, di lavoro. Negli ultimi anni ho conosciuto molta più gente nel Club che altrove e non perché sia gente speciale, anzi: semplicemente sono persone che hanno voglia di farsi conoscere, di passare qualche minuto assieme. Chiaro è che ci sono diversi tipi di persone e che diverse di quelle che frequentano certi posti hanno un problema di alcolismo cronico ma questo non vuol dire che siano degli assassini o che siano tanto diversi dai clienti abituali dei bar o dei locali più famosi del paese.

Credo che i circoli privati di paese siano una specie di finestra su una società che sta scomparendo. Un wormhole spaziotemporale dove nessuno sente il bisogno di fare una foto da pubblicare su Instagram mentre ci sta dentro, nessuno ha in realtà voglia di dimostrare qualcosa. Il giorno della vigilia di Ferragosto, per dire, eravamo in un paesello qui vicino e abbiamo fatto le pizze da asporto in un locale che aveva accanto un Inter Club. Con molta naturalezza abbiamo chiesto di entrare per prendere una birra e il gestore ci ha accolti manco fossimo Massimo Moratti e soci: luci accese ovunque, birra offerta, racconti di cosa si organizza in quel posto. Di socialità. Tornei di calciobalilla, partite a carte, qualche trasferta e qualche maglietta storica della loro squadra, che oltretutto non era quella tifata da molti dei presenti.

Sento un po’ di appartenere a certe realtà, perché anche io sono così. Per questo motivo credevo che forse avremmo potuto fare qualcosa nel nostro paese, per mettere insieme tutti i circoli privati nello stesso posto. I Club del Mondiale appunto, coi loro gestori, i loro clienti, i loro affezionati.

Una regola del Mondiale era: se le partite finiscono in parità, il vincitore si decide giocando a Scopa. Questa è la gente che assisteva alla Scopa per andare in finale. Alle 4 di mattina.

Ce l’abbiamo fatta. Il Mondiale per Club è stata solo una notte, un ricordo di poche ore. Organizzarlo è stato come pugnalarmi. Ho vissuto due mesi sulle nuvole, entrando ogni fine settimana in un club diverso, parlando con i proprietari e osservando il loro entusiasmo mentre gli riportavo la nostra idea. Ho bevuto tantissime birre pagandone pochissime e ogni volta che uscivo da un club mi sentivo rotto a metà, pieno di amore e di dubbi su cosa volessi fare nella mia vita, su chi volessi essere. Il Mondiale per Club mi ha ammaliato, come un miraggio, facendomi credere che forse il mio destino è legato alla mia terra. Che possa esistere davvero un legame, qualcosa che non possiamo spiegare, che ci tiene ancorati ai posti dove siamo cresciuti.

Per una notte mi ha fatto di nuovo sentire il padrone di questo paese e poi mi ha gettato nuovamente nell’ombra, dove da anni ormai mi rifugio. Il desiderio di scappare, di allontanarmi dai miei affetti per scoprire il mondo. La paura che non ci sia nulla da scoprire lì fuori, aldilà delle mura. Ho passato giorni interi a interrogarmi. A chiedermi se fosse stata una scelta giusta quella di andare a cercare fortuna altrove e se lo stipendio ogni quindici del mese fosse abbastanza per ripagare un’intera esistenza lontana da tutto ciò che amo. Concetti che hanno vissuto dentro di me per tantissimi giorni e che sono scomparsi al triplice fischio dell’arbitro al termine della finale. In quel momento ho capito che il mio paese è una messinscena, un film che esiste solo nella mia testa. Tornarci a vivere non mi renderebbe più felice e non mi renderebbe più triste. Non cambierebbe nulla, troverei nuovi modi per annoiarmi.

Fortunatamente è stata una bellissima nottata, lunga e intensa. Sono tornato a casa senza forze ma pieno di socialità, un concetto che oggi mi è difficilissimo da replicare. Non sono del resto molti i posti dove si può stare insieme e riconoscersi, non sentirsi osservati o giudicati. Per me il Mondiale per Club è stato il modo con cui mi sono ricollegato al mio paese, il modo in cui ho dimostrato al paese stesso, alle persone che lo vivono, che io sono rimasto sempre lo stesso. Che cosa è stato di preciso? Non lo so, questo non so spiegarlo. Al massimo posso mettere questo video, sperando che si capisca.

Anche per questo motivo sono tornato a giocare a calcetto. Qualche mese fa, dopo due anni di inattività, ho sentito il bisogno di rifare il calcetto settimanale coi miei amici. Così, de botto, bam, mi sono alzato dalla sedia del mio ufficio e sono andato a comprarmi le scarpe da calcetto. Mi sento ancora in forma e non volevo più privarmi di questo piacere. Di questa condivisione.

Il mio torneo si è concluso ai quarti di finale, durante una partita a scopa. Il mio compagno di squadra, Peppo, che spero mi stia leggendo, si è fatto schiacciare dalla pressione psicologica esercitata dai nostri avversari e ha dubitato per un secondo. Loro hanno preso il largo nei punti e ci hanno spazzati via. Sono felice però di aver perso assieme a Giuseppe, un ragazzo che conosco da poco e che un giorno mi ha detto una cosa molto strana: ci siamo incontrati per strada e mi ha detto che io per lui sono l’immagine del suo paese. Non gli ho chiesto cosa intendesse, ma ci ho pensato molto. Ci penso ancora oggi ed è questo ciò di cui mi vergogno, alla fine. Mi vergogno quando ricevo amore e attenzioni, come se non me le meritassi. Mi vergogno di ammettere a me stesso che qualcosa di buono l’abbiamo fatta. Che abbiamo lasciato una traccia, un ricordo. Che non ci è mai stato chiaro chi potevamo essere, cosa potevamo fare, ma che avevamo capito come toccare il cuore delle persone e non volevamo dircelo vicendevolmente, perché è una cosa crudele. Abbiamo capito che possiamo prendere le persone che stanno la e portarle qua, ma questo costa fatica.

E questo è. È stata tosta. Ora me ne torno in letargo per qualche altro mese. Come diceva Pierpaolo in Famiglia Cristiana, degli Squallor:

Non mi pensate perchè io mi diverto ca’ facc’ paura!

Ciao!

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