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Massimoduetocchi · Apr 10, 2026

Piatto Unico (se gradito) #37

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Massimiliano Chirico · Massimoduetocchi

Buonasera a tutti e ben ritrovati con la puntata trentasette di Piatto Unico (se gradito), la newsletter che inizia con “Buonasera” per dimostrarvi che siamo in diretta. Io sono Massimiliano e vi scrivo dalla mia camera da letto, nella casa dove sono nato. Vorrei saper descrivere tutta la vita racchiusa in questa stanza, sparpagliata in oltre venticinque anni di idee, sogni e fantasie che fluttuano nell’aria come pulviscolo e si poggiano sugli oggetti. Mamma la chiama polvere, io lo chiamo potenziale. Qui convergono tutte le mie differenti forme sparse negli universi esistenti.

Guardando fuori dalla finestra ho immaginato di diventare centinaia di versioni di me stesso. Due giorni fa mi sono detto che se va tutto in malora con ‘sta storia dell’AI, ho l’obbligo morale di aprire quell’autofficina con Michele. Ce lo siamo detti di nuovo, iniziamo piano: cambio olio e filtri, cambio freni e convergenza gomme per farci un nome. Il resto lo mettiamo dopo, con la voglia di imparare. Tagliandi, revisioni, poi apriamo anche il reparto corse. Un culo grosso così, ma almeno saranno cose che ci piacciono. Una sala d’aspetto per i clienti, ma anche tutelare li cristiani grandi che vogliono guardare cosa fai. Ci mettiamo dentro tutto.

Sarei dovuto uscire stasera. Distrarmi un po’. Cambiare canale, come fa la mamma quando riparte il TG di Sky in cui pretendono di raccontarci nuovamente dello stretto di Hormuz, dei droni e di Trump. Ci fosse mai un servizio tipo “Siamo qui, a Francavilla Fontana, dove la famiglia Chirico sta vivendo una giornata normalissima. Niente da raccontare: pigiama, film e tra poco a nanna.

Uscendo avrei messo un po’ di distanza tra me e le ultime quattro settimane fuori di testa al lavoro. Una mattina ho aperto una riunione dicendo “Ragazzi, in questo momento sono un pendolo che oscilla tra -non so cosa cazzo sto facendo- e -non so cosa cazzo sto facendo ma con l’impressione che qualcuno mi stia inculando-.” Gabriele il fotografo sostiene che ancora non ha capito che lavoro faccio. Gli ho risposto che sono a buon punto per capirlo anche io. Pure l’urologo mi ha chiesto “Che lavoro fai?” e io “L’impiegato” e lui “Quello è, cambia lavoro!”. E che sarà mai dottò.

La scorsa puntata di Piatto Unico vi è piaciuta molto. Notifiche a manetta, messaggi di amici, un casino. Sconosciuti che volevano parlarne, agricoltori increduli sulla mia vita, giovani mamme che bramavano il palmo della mia mano sulla testa dei loro figli. L’Agenzia delle Entrate che vuole vederci chiaro, mio fratello che già si sente Roberto de Assis, il fratello di Ronaldinho che gli faceva da procuratore. E io, come un novello Alan Wake, tormentato dai miei scritti. Intrappolato per sempre in una stanza da letto con una finestra. Chiacchiere, ma quale tormentato.

Grazie. Non me l’aspettavo. Che altro dirvi.

Vi ricordo che:

  • se avete intenzione di comprare una console, considerate che ora la Switch ve la tirano dietro. Sto realizzando una piccola guida per giocare cento giochi spendendo pochissimo. Si chiama Quota 100 e la trovate qui;

  • se vi piacciono i videogiochi in generale, c’è un’altra mia pagina dove ogni tanto metto qualcosa. Si chiama Massimoduetocchi, la trovate qui e da quando ho comprato il PC l’ho un attimo rinfrescata;

  • se invece siete tra gli indignati per lo scandalo Schettini/La Fisica che ci piace, fate pace con voi stessi. Queste sono solo alcune delle tragedie che succedono quando un vecchio pazzo utilizza uno strumento nuovo che non conosce. Succede ogni giorno intorno a noi ma non tutti, però, finiscono a Sanremo.

È davvero così stupido scrivere una lettera ai miei capelli?

Se ci rifletto un secondo in più mi pare ‘na stronzata, anche se, nella lista delle cento cose che mi hanno reso famoso, cambiare costantemente idea è tra le prime dieci.

Perché non farlo?

Me lo merito. Ho scritto decine di lettere nella mia vita e le ho sempre indirizzate agli altri. Alla mamma e a papà, ad Andrea e a Giada. Ai miei amici, ai miei colleghi. A persone che non ci sono più. Per scrivere a Ludovica ho pure comprato una macchina da scrivere. Le lettere sono per le persone, lo so, siamo d’accordo. Ma se fosse una cosa tutta nostra? Se fosse solo la necessità che qualcuno ci legga, tradendo un’emozione. Che ci chieda di leggere per loro, magari. Una ricompensa per lo sforzo fatto. Che se proprio dovevamo dirci qualcosa, al massimo ti chiamavo.

Scrivere ai miei capelli invece è a senso unico. Non avranno modo di rispondere ma sarebbe carino se lo facessero. Chissà cosa pensano. Se trovano divertente quando li arriccio sotto le orecchie o se si infastidiscono quando li tengo su con l’elastico. Magari sono demotivati. Sentono che ho perso un po’ di fiducia in loro e vorrebbero solo essere lasciati in pace. Non mi hanno mai perdonato quella volta che li sistemati a treccine come Sean Paul, voltandomi per sempre le spalle.

Poche volte all’anno faccio sempre lo stesso incubo. Sono sensibile a ‘ste robe. Da piccolo ero sonnambulo e facilmente impressionabile. Dormivo male se durante il giorno avevo giocato a cose tipo Tomb Raider o Dino Crisis. Ho capito così di avere una attività onirica incredibilmente intensa, a seconda dello stress o delle emozioni. Freud cu’ me s’era fatto a puerco1. Ero fissato coi sogni lucidi, quelli in cui ti addormenti e sei consapevole di stare sognando. La prima volta, per provare, ho sognato di volare: capito il giochino, ho iniziato a frequentarmi con le soubrette più famose. Tipo Belén Rodríguez. Tante volte Belén Rodríguez. Per un certo periodo è sembrata quasi una relazione stabile. Prima volavo, poi andavo da Belén, poi volavamo insieme. Cioè, dopo poco mi facevo perdonare portandola a volare.

Ora sogno meno. A parte questo incubo ricorrente, le altre volte sono sempre robe stupide che non finiscono mai bene. Una volta ho sognato una compagna delle elementari che forse abita ancora dalle mie parti. Non lo so, non ci vediamo da quindici anni. Nel sogno, le raccontavo la mia vita, tutto quello che mi è successo dalla scuola in poi. La incalzavo col mio modo di fare, spettacolarizzando storie minuscole. Lei era molto triste e non aveva niente da dirmi. Non le era accaduto nulla di memorabile. Un infinito rotolone Regina di mediocrità: vent’anni di cani neri bavosi portati a spasso, un po’ di volontariato con la Croce Rossa e il corso da OSS. Era così triste, così mora. I capelli lunghi, nerissimi, fino alle spalle. Dritti. Manco fosse una di Netflix.

Un amico mi ha rotto la punta di un dente mentre giocavamo a calcetto. Lo ha fatto di sabato pomeriggio, di tanti anni fa. Quella sera c’era la festa di compleanno di un’amica. Io adoro i compleanni degli altri. Il brodo, la pioggia e i compleanni sono tra le pochissime cose che mi mettono di buon umore. Prima avevo il cervello totalmente imputtanato coi compleanni. Passavo i giorni immediatamente precedenti in preda a una spasmodica attesa. Come i tossici, non pensavo ad altro, tanto da farmi venire l’herpes per lo stress. Nelle foto dei diciottesimi ho quasi sempre l’herpes sul labbro inferiore.

Dicevo: sabato, festa di compleanno. Calcetto prima, però. A metà partita, il portiere avversario rilancia verso il centrocampo: la palla ballonzola tutta fiacca, poco felice di essere calciata da ragazzi in piena pubertà che tra poche ore si toccheranno le palle con vigore mentre le ragazze gli passano davanti. Mi avvento per primo su quel pallone, seguito da questo amico/avversario il doppio più veloce di me. Sono partito prima ma lo sento arrivare. Per difendere il vantaggio, allungo i muscoli del collo così da spingere il pallone in avanti e mandarlo fuori tempo, come Kakà in quel gol malato contro il Manchester United. Lui però è una freccia e vuole farmi fesso spostandosi a destra ma è tosta circumnavigarmi e quindi si aggrappa a me e con la punta del piede destro prova sporcare la traiettoria della palla.

Se metti insieme un ragazzino narcisista e muscolare, un ragazzone lento e scoordinato, un pallone e una competizione, il risultato non potrà mai essere positivo. Infatti, viene fuori questo cazzo di puntone armato di quinto livello, il suo, che si incastra a tutta potenza sotto al mento, il mio, al centro proprio di lu vangarieddo2 per geolocalizzarlo precisamente. Mi schiaccia mandibola e mascella, i denti si chiudono a scatto come in una trappola per orsi e un incisivo si spezza a metà.

Avevo preparato tutto per quel compleanno. Era la mia grande occasione per fare lo splendido con delle ragazze che puntavo da mesi e diventò, in quel preciso istante, una serata infernale. Stetti tutta la sera con la bocca serrata, senza dire una parola. L’aria mi solleticava il nervo scoperto del dente e speravo soltanto che nessuno si accorgesse di nulla. Io, l’anima della festa, quello che parla con tutti e tutte e ha sempre qualcosa da dire, imbalsamato in un angolo a bere due litri di Fanta. Mi ero pure fatto prestare da mio fratello la felpa azzurra, quella col cappuccio e la stampa di Peter Griffin.

Da quel giorno, per circa due anni, ho sognato costantemente di perdere i denti. Mi svegliavo in piena notte e sentivo che gli incisivi superiori diventavano enormi. Correvo in bagno e davanti allo specchio mi accorgevo di somigliare a Ronaldinho in shock anafilattico. I denti giganteschi continuavano a crescere come palloncini fino a staccarsi dalle gengive, esplodendo in un fiume di sangue e cadendomi in mano.

Adesso è meno traumatico, appunto. Ogni tanto però sogno di alzarmi dal letto coi capelli che rimangono attaccati al cuscino tipo parrucca. Mi giro, li vedo e mi sveglio. Poi faccio le mie cose normalmente, ma durante tutto il resto della giornata un pensiero mi rimane attaccato addosso. Come quando starnutisci nel gomito e non ti accorgi che il muco si è attaccato alla felpa.

Cosa succede se domani perdo tutto?

Se faccio una cazzata, magari impazzisco e faccio sparire dei soldi. Se commetto un errore, se sono sfortunato. Se mi distraggo e metto sotto qualcuno con la macchina. Se perdo il lavoro. Cosa faccio se non ho più uno stipendio, un auto o una casa? Se la mia famiglia mi rinnega, i miei amici mi apriranno la porta? Per quanti giorni potrò approfittare della loro ospitalità? Se non riesco subito a risolvere, se divento un peso, se non riesco più ad essere la persona brillante che credo di essere. Se anche le parole non dovessero più venirmi facili come oggi. Se non ne vengo a capo, se mi fottono. Se mi trovo nel posto sbagliato, se mi azzoppano e non posso più lavorare. Se dico qualcosa che non dovrei dire.

Dove cazzo devo andare a sbattere?

Finirò come Teresa Cervoni? Il pazzo del paese, con i ragazzi che mi tirano le pietre? Inveire contro il comune e la Polizia Locale, farmi una doccia al mese, la mensa Caritas e l’irrinunciabile spettacolo del dolore. Diventerò un artista di strada? Scriverò poesie da vendere per pochi euro o per una sigaretta?

E cosa farò quando perderò tutti i capelli?

Eravamo in vacanza in Basilicata, sul Pollino, con un manipolo di amici. Tra le tantissime cose che facciamo da vent’anni, una di queste è fare la doccia assieme. Abbiamo dovuto iniziare per via del calcetto e vent’anni dopo possiamo vantare questa totale assenza di pudicizia o vergogna, maturata in decine di spogliatoi diversi. Tra uno shampoo e l’altro ci siamo messi a parlare di perdita capelli, come solo i maschi possono fare. Con imbarazzo, con la paura di mostrarci deboli, scalfiti da questo stigma che potrebbe mettere in dubbio la nostra virilità da maschi forti e atletici. Che tanto se perdi i capelli ti fai la boccia e la porti a casa, che cazzo te ne frega, i capelli sono per le donne.

Qualche accenno buttato a strascico. La paura di scoprire il fianco, il terrore di non conoscere abbastanza la questione e dire qualcosa di sbagliato. Frasi piccole, esplorative, e poi subito la sigaretta in bocca, per aspirare alla Tony Montana. La paura di realizzare che magari quello accanto se la vive meglio di noi. Che ha già superato una certa fase. Magari per lui non è mai iniziata.

Poi l’ho detto. “Vagnu, a me fino a un anno fa ‘sta cosa mi stava togliendo il sonno”. Da lì è stata una discesa. Ci siamo confidati, come i bambini che si toccano la faccia e si scoprono. Perdere i capelli. L’unica cosa che ci rende mortali, bastardi e fragili. Il nostro piede nella fossa. Svegliarsi la mattina e contare i capelli che non si sono svegliati insieme a noi. Fermi, senza vita sul cuscino.

È naturale.

I capelli sono da sempre una parte del mio modo di esprimermi. Alle scampagnate chiedevo alle amiche di usare gli elastici per farmi tante ciocche ai capelli. Mi beavo con gocce di attenzione che dovevo rubare ai miei amici. Più magri, più belli, più ricchi e desiderati ma sempre meno simpatici di me. Sempre coi capelli più corti dei miei.

Ottenere la patria potestà dei miei capelli è stata una lotta. A giugno, la mamma faceva sempre una mossa incredibile. Di domenica e senza il minimo preavviso, si parava nel mezzo del corridoio e armeggiava con le braccia, come se avesse alla cinta una specie di sacco di juta invisibile: calava le mani di lato e tirava fuori questo rasoio per capelli nero, chiuso in una confezione verde che recitava tipo PROSAVE, PROFENS, PROSHAVE a caratteri enormi bianchi. Non lo definirei, come ha sempre fatto lei, un “rasoio da barbiere”: era in realtà un trapano durissimo, che più che recidere il pelo scrostava la cute. Mentre io e Andrea partivamo con le lamentele contrattuali, lo scrigno passava nelle mani di papà, l’uomo che aveva acquistato quella macchina infernale dai polacchi sulla strada di Brindisi. Così veniva investito del sacro compito di raparci a zero la testa.

Papà calava una immensa prolunga giù dal balcone di casa in campagna. Sembrava la corda di lenzuola per scappare da Alcatraz. Più prolunghe messe insieme. Diciotto metri tipo. La presa doveva arrivare fino al centro del piazzale. Poi scendevamo: lui portava il rasoio, Andrea portava la sedia e io portavo la busta nera della spazzatura. Ora uno potrebbe pensare che la busta servisse a mo’ di tappeto, per raccogliere i capelli ma questo era vero solo in parte. Si trattava di un catalizzatore: papà ci tagliava i capelli alle undici di domenica, in piedi dietro a noi seduti sulla sedia e con sotto questa busta nera che rifrangeva i raggi del sole. La tortura della lente di ingrandimento sulle formiche.

Iniziavamo con le palle girate ma già mentre scendevamo le scale eravamo felici. Ma non per quello che potreste pensare. Non eravamo felici perché ci rasava i capelli a zero o perché dopo pochi minuti diventava impossibile rasarli a causa del sudore, richiedendo di premere ancora di più quell’aggeggio che faceva il rumore di un’officina intera cu sette meccanici e diciannove avvitatori. Non lo eravamo nemmeno perché così, per almeno tre mesi, non perdevamo tempo col phon e oggi, sicuramente, non ricordiamo quel momento con la gioia tipica dei tempi andati. Quella delle estati in campagna, dei momenti assieme, della citronella, dei ventilatori a soffitto e della lotta sul letto matrimoniale. La mano di papà che pulisce il nostro scalpo, l’anello d’oro con la gemma, nera pure quella, che ci graffiava la testa.

È un bel ricordo perché quella domenica non si andava a mare.

Un giorno Andrea è diventato grande, rivendicando l’autonomia sui capelli. Forse i due momenti sono invertibili. Credo si possa dire. Così facendo ho potuto sfruttare lo sgravio fiscale sulle lotte di classe di fratelli e sorelle, un dispositivo di legge che permette di ottenere le cose in anticipo se un parente vicino si è smazzato tutto. Ad esempio, un giorno Andrea si è procurato una specie di lacca spray dorata: voleva farsi i capelli a spina con le punte color oro e le volevo anche io, per puro spirito di emulazione. Poi è arrivato il giorno delle mèche bionde. Venne a prendermi di forza dalla mia camera per mettermi davanti al televisore: a Studio Sport c’era Beckham, il trend da seguire, in tutto il suo splendore. I suoi capelli bellissimi, Andrea ammaliato che commentava le diverse acconciature. Mi era tutto chiaro: dovevo farmele pure io.

Mamma si è sempre divertita molto con queste cose. È apparentemente più severa di papà, ma quando si tratta di capelli, orecchini o vestiti, fare presa su di lei è semplicissimo. Basta risvegliare il suo antico bisogno di avere una figlia femmina. Con me ha ceduto dopo poco e mi ha dato quindicimila lire, cinquemila per il taglio e diecimila per le mèche. Poi ha chiesto a Nonno Mimino di portarmi dal parrucchiere di Andrea per compiere il fattaccio.

Mio nonno era un maestro nell’esercitare pienamente il suo diritto di autodeterminazione, una roba con cui sono molto fissato negli ultimi tempi. Ha sempre ed esclusivamente fatto il cazzo che voleva e ci riusciva con l’aplomb di un fuoriclasse. Era impossibile fargli cambiare idea. Lui è stato il primo segno necessario per capire una cosa fondamentale: devo sempre e per sempre e con ogni grammo di forza lottare per fare solo quello che mi va di fare.

Guardando prima Nonno Mimino e poi il mio amico Matteo ho cercato di imparare come si fa. Ho sempre considerato che fosse positivo essere malleabile, adattarsi alle esigenze degli altri. Credevo che la gente potesse avere un’alta considerazione di me solo perché non creo problemi. I miei interessi, le mie passioni, i miei desideri sono sempre stati secondari rispetto a quelli delle persone che mi circondano. “Devo scendere a compromessi”, me lo sono ripetuto mille volte. Il segreto sta nel sapersi adattare, nello scegliere quali battaglie combattere e quali perdere volutamente. Cercando di fare il bene degli altri non mi sono mai accorto quanto male facesse a me non preferirmi mai. Che momento Paolo Ruffini.

Comunque, Nonno Mimino ha obbedito, caricandomi a metà mattinata nella sua bellissima Fiat 128 nera che profumava di vecchio. Sia di vecchio inteso come mio nonno, sia di vecchio inteso come cose vecchie: un profumo e un pomello delle marce inconfondibili. Doveva portarmi dal parrucchiere di Andrea e invece manco per il cazzo, ha fatto di testa sua e mi ha portato a Piazza Verdi, da Meshtru Vittorio. Sembrava un uomo che da sessant’anni veniva sistematicamente sconfitto dalla forza di gravità. Basso, troppo basso per qualsiasi tipo di lavoro. Un personaggio uscito da The Goodfellas, con i capelli leccati all’indietro e il viso abbronzatissimo, perfettamente a suo agio con in mano lame, forbici e probabilmente anche mitragliatori. Oltre vent’anni dopo, ho ancora un ricordo nitido di quel posto. Oggi lo chiameremmo

vintage

ma quel giorno sembrava un garage. Me lo sentivo già appena entrato che non sarei uscito da lì dentro con le mèche. Il nonno si è fatto spuntare i quattro capelli in croce che gli erano rimasti su quella testa durissima e poi si è fatto fare la barba. Aveva la pelle marmorea. Tutte le volte che gli ho toccato le mani era come se toccassi le pietre bianche che escono dalla terra appena fresata.

Poi è arrivato il mio turno. Meshtru Vittorio mi ha fatto sedere su un doppio cuscino, portandosi appresso ‘sta specie di lavandino a rotelle. Con una brocca piena di acqua gelida mi ha lavato i capelli. Niente sapone, niente massaggi. ‘ste cazzo di mani dure pure lui, sembrava La Cosa. Dopo aver spostato il mobiletto di lato, ha chiesto a mio nonno “Come li facciamo? Corti, medi o lunghi?” tipo i tagli di GTA San Andreas. Io solo un anno fa ho capito che si può spiegare precisamente al parrucchiere il taglio di capelli e quindi in quel momento ho biascicato “Medi e con le mèche”. Si è girato verso di me incredulo, come se mi fossi spogliato nudo. Nonno Mimino subito, con l’intervento riparatore alla Pippo Pancaro, “Si si, tagliali”. Come a dire, segui me, per ora taglia.

Finito il taglio, mi ha chiesto di ripetere un paio di volte la parola “mèche”. La trovava molto divertente, sghignazzava come un invasato. Poi si è di nuovo rivolto verso Nonno Mimino e io vi giuro che se dovessi dirvi una delle cinquanta cose che rimpiango della mia vita, sarebbe sicuramente il non esser riuscito a vedere che tipo di gesto mio nonno gli ha fatto. Avrà fatto qualcosa con la mano, velocissimo, un movimento di dita sbrigativo, riassumendo in decimi di secondo un concetto molto complesso tipo:

“Senti Vittorio, questo è mio nipote, il più piccolo per ora perché tu non lo sai e tendenzialmente non dovrei saperlo nemmeno io, ma tra diversi anni sarò nonno anche di altri due bambini, però comunque mo’ il più piccolo è lui e si è fissato che si deve fare ‘sta cazzata ai capelli come al fratello, atru scemo milanista senzasale. Sua madre, mia figlia, mi ha chiesto di portarlo a farsi ‘sti mèche ma io ho fatto di testa mia, come negli ultimi sessant’anni, perché di base mi sono sempre trovato bene. L’ho portato qua perché da parte tua mi aspetto un po’ di complicità, quindi mò fammi il cazzo del piacere, fai qualcosa, fai finta che gli hai fatto le mèche, pajati in grazia di dio e fammini ‘sce a casa che tempo dodici minuti netti di orologio devo stare in cucina ca’ zicca lu telegiornale e devo assumere quella mia famosissima posa di gambe sciancate rivolte verso la spalliera della sedia, proteso a inveire contro il giornalista di turno e contro la bonanima di Mariangela Melato. E ci ‘ndrizza, pure mezzo solitario”

Quanto vorrei poterlo rivedere. Solo quel momento, l’esatto movimento delle mani o degli occhi con cui gli ha fatto capire che doveva prendermi in giro. Meshtru Vittorio ha capito subito: mi ha messo la brillantina Linetti in testa e poi mi ha detto “Ecco le mèche”.

Da lì a qualche anno sarei diventato grande anche io, potendo andare da solo dal parrucchiere. Papà si rompeva un sacco il cazzo ad aspettare e ormai ero in grado di trovare la strada di casa da solo. Di martedì mi ha dato i soldi e ha sciolto i legacci.

Il primo è stato Sergio, un parrucchiere vicino casa. Lì ho capito perché mio padre si rompeva il cazzo: perdite di tempo, caffè offerti e un sacco di gente che passava davanti solo perché ero piccolo e non fiatavo. Sono tornato a casa e ho detto che cambiavo parrucchiere perché ci mettevo troppo. Gli ho nascosto che lì ci lavorava un mio compagno di classe. Mi faceva troppo male farmi lavare i capelli da lui. Ogni volta immaginavo una situazione familiare devastata, scene da fiction della RAI, figli piccoli costretti a lavorare dopo la scuola. Indigenza, pacchi di pasta e pelati manco ci fosse la guerra. Non riuscivo a sopportarlo. Avevamo solo dodici anni e lui, per giunta, era nato ad Aschaffenburg. Perché cristo ricordo ancora questo dettaglio non lo so.

Così, il mio parrucchiere è diventato Meshtr’Umberto, al quartiere Peraro. Anche qui si aspettava un casino ma almeno c’erano svariate copie di Cronaca Nera buttate sul tavolino. Donne in intimo ogni due pagine. Bellissime. Reggiseni che potevo solo immaginare, gambe scolpite intrappolate nelle calze a rete e poi, accanto a ogni foto, una scritta bianca, gigantesca, su sfondo rosso, che raccontava di ragazze maltrattate, picchiate, prese a bastonate. Ogni tanto qualcuna di loro reagiva, ma non c’era mai la foto del fidanzato in mutande. Tornavo a casa a piedi e in quei dieci minuti mi domandavo cosa significasse picchiare qualcuno. Picchiare una donna.

Poi ho conosciuto il mio attuale parrucchiere e anche lui si chiama Vittorio. Che scherzo la vita. Il suo negozio è all’angolo della via di casa mia e lo gestisce assieme a un altro tizio che mi offre ogni volta il caffè. Il loro è un Salone e il primo giorno che ci sono andato non stavo capendo niente. Tutti estremamente gentili e servizievoli, mi hanno appeso il cappotto e offerto il caffè, prima di massaggiarmi la cute sotto l’acqua calda. È stata la prima volta che ho pensato “Ho speso dei soldi per prendermi cura di me”.

Vittorio ci ha messo venticinque minuti prima di iniziare a tagliare qualcosa. Dopo lo shampoo mi ha accompagnato alla poltrona e si è seduto dietro di me per parlare. Visti da fuori sembravamo due vecchi amici. Siamo partiti da quale taglio volessi e da alcuni consigli, per poi finire a parlare di calcetto, di Bari, di lavoro, di Capodanno e dei lavori a Poggiofranco. I capelli si sono asciugati e abbiamo dovuto sciacquarli di nuovo. Più parlavamo, più sentivo dentro di me che potevo fidarmi di lui come si può fare solo con gli sconosciuti, perché hai la certezza che non potranno mai farti del male.

Quando mi sono sentito abbastanza sicuro, mi sono sciolto:

“Vittò, io ti devo dire la verità. Sto impazzendo per ‘sta cosa che perdo i capelli. Mi guardo in continuazione allo specchio e mi sento insicuro. Qualcosa si è rotto dentro di me ma non capisco cosa perché non mi è mai fregato un cazzo dei miei capelli, del mio aspetto esteriore. Non mi è mai importato di cosa le gente pensasse di me ma adesso questa cosa mi fa stare male, non so come fare.”

Lui mi ha guardato, sfoderando un sorriso rassicurante. Avrei voluto abbracciarlo e forse anche lui. Mi ha messo una mano sulla spalla e si è tolto il cappello, sfoggiando una testa rasatissima. Una mezza, invidiabile, scucchia alla Pep Guardiola, una di quelle pelate rasate che devi avere la personalità del Ghoul di Fallout per portarla. Mi fa “Anzitutto distinguiamo tra perdita dei capelli e diradamento”.

Dov’era finita l’incrollabile convinzione che i miei capelli fossero talmente belli da piacere più agli altri che a me? Per cosa avevo sacrificato le mie certezze? A che scopo, in nome di Dio e sotto le stelle?

Nel 2024 mi sono accorto che ho iniziato a perdere i capelli. C’era una mia foto di spalle, al matrimonio di Piero e Vale: portavo i capelli corti e avevo un buco in testa, che si vedeva solo da dietro, in alto a sinistra. Ho rigettato quell’immagine e maledetto lo shampoo Dimension by Lux usato due volte al giorno per circa dieci anni. Senza ritegno, solo per fare schiuma. Per un intervallo di tempo così lungo non mi sono mai domandato come dovessi lavarmi i capelli. Sarebbe bastato chiedere a mia madre. Farmi spiegare. Imparare ancora, partendo da una domanda semplice che però mi avrebbe fatto sembrare uno stupido. “Mamma, come ci si lava i capelli?”. Non potevo permettermelo.

La seconda cosa a cui ho pensato risaliva a molto tempo prima. Lavoravo ancora al bar e mentre uscivo per una comanda un amico mi disse “Stai perdendo i capelli da dietro”, con la soddisfazione tipica di chi sta per comunicarti una disgrazia. Ma che cazzo dici? Ma ti sei rincoglionito veramente? Non controllai nemmeno, tanto ero sicuro che fosse una cazzata figlia della sua invidia. Lui insistette, questa volta dolcemente: “No, davvero stai perdendo i capelli dietro”. Non gli ho dato ascolto in quel momento e per tantissimi anni non mi sono mai chiesto cosa avesse visto.

Ci ripenso sempre. Mi guardo allo specchio e sento Antonio che mi dice “Stai perdendo i capelli da dietro” con quella sua vocina da bastardo. Aveva ragione lui. Probabilmente ho iniziato a perdere i capelli già da prima di quel giorno ma non me ne sono mai accorto. Non mi è mai importato. Da ragazzo mi ritrovavo sempre i miei capelli tra le mani ed era molto facile che si staccassero. Fregacazzi, erano tutti lì. Li vedevo, li toccavo. Folti, belli. Lunghi.

Ogni volta che faccio la doccia, mi guardo le mani e ci penso. Ogni volta che mi aggiusto i capelli, guardo la linea e mi sembra sia salita un po’ di più. È una lotta che non posso vincere e che mi sfianca. Ludovica ha trovato una mia foto del 2021. Sono nella mia stanza di lecce, chino mentre mi aggiusto le calze. Ho un buco in testa, in alto a sinistra. Tre anni prima che me ne accorgessi.

Come è fragile l’equilibrio che tiene in piedi le nostre certezze. Diventare grande per me è un po’ come tornare bambino: ogni giorno tiro fuori nuove domande e non so rispondere mai a niente, con la differenza che ora non ho nemmeno la spocchia di sapere come andrà a finire.

Quand’è che sono cambiato? Quando è successo che queste cose hanno iniziato a colpirmi? Dove ho parcheggiato? Cosa è questa spesa di settanta euro presso “Birreria Only Beer” alle tre di notte?

A me questa cosa dei capelli, per tutto lo scorso anno, mi ha tolto davvero il sonno. Ci pensavo sempre, in quei momenti in cui ti senti chiuso in un luogo mentale tutto tuo, dove le voci delle persone non arrivano. Mi sono sentito scoperto, esposto. Brutto. Proprio io, che mi sentivo così affascinante.

Ho iniziato a pesare tutte le frasi. Poi le singole parole dette. Infine, anche quelle solo pensate. Ho dovuto schivare le mani delle persone che, accidentalmente o meno, volevano toccarmi i capelli. Le prime sono state quelle di mia madre. Mentre mi asciugavo i capelli si è accorta di qualcosa in alto a sinistra, passandomi da dietro. Ha allungato le mani per indagare e io sono partito a tremila. Poi è toccato a quelle di Ludovica prima di andare a dormire e a quelle degli amici al calcetto che si protendono dopo un gol o un salvataggio ben fatto. Le mie stesse, anche loro sono dovute rimanere al loro posto.

Ho cominciato a guardare i capelli degli altri, imparando a distinguere i diversi tipi di diradamento. L’incipienza o meno di una calvizie misurata con calcoli precisi. “Questo ha iniziato a perdere i capelli da almeno dieci anni” mentre “Questo non li ha mai avuti”. Ho iniziato a scrutare la testa delle donne, soffrendo per quelle che provano a nascondere qualcosa. Mi sono fatto carico pure di loro.

Poi finalmente sono uscito dall’altra parte.

Ecco la mia epifania: per vincere la lotta per la parità di genere dobbiamo smetterla di sensibilizzare i giovani su temi come il dialogo, l’apprezzamento di se stessi, la condivisione e l’uguaglianza. Loro sono per natura più vicini a questi temi. Il cambiamento è inarrestabile e i ragazzi, con questo micropene disfunzionale, non possono fermarlo. Ci penserà l’Università, il vivere fuori sede, il bisogno di imparare a fare tutte quelle cose che i nostri padri hanno provato a inchiodare nelle mani delle donne. Non ha senso nemmeno puntare sui vecchi. Sulla classe dirigenziale, su quella politica. Sui nostri genitori. È tempo perso.

Le campagne di sensibilizzazione devono colpire noi. I trentenni. Noi siamo quelli più deboli. Noi uomini, a trent’anni, iniziamo a guardarci allo specchio per le prime volte e non lo facciamo per moda, per tendenza. Tutto ciò che è venuto prima, tipo l’estetista, le sopracciglia, le lampade o la depilazione alle gambe che serve per il calcetto sono solo cazzate. A quell’età non ti chiedi nemmeno perché lo stai facendo.

Noi siamo quelli a cui nessuno ha insegnato come prendersi cura di se stessi. Solo oggi, dopo un’insistenza pressoché stoica, riesco a farmi rimbombare nella testa le parole di Ludovica. Tutte le volte che mi lavo la faccia come se fosse di marmo; tutte le volte che mi faccio la doccia con quelle spugne che sembrano carta vetrata e che mio padre adora perché “Grattano via la pelle morta”; tutte le volte che mi maltratto con questi gesti goffi, le mani pesanti, lo spazzolino che si muove come se fossimo a un autolavaggio. Tutte le volte che non so fare i conti con la fragilità del mio corpo, mi viene in mente lei che mi dice “Tu lo faresti a un bambino?”. Aveva ragione la bonanima di Mia Martini, che cantava “Gli uomini sono figli di noi donne ma non sono come noi”. Io mi lavo come ho visto fare a mio padre, che mi diceva che se mi esce sangue dalle gengive è perché si stanno rinforzando. Ci sarebbero voluti quindici anni ancora, prima che un dentista mi dicesse “Guarda che soffri di infiammazione delle gengive”.

Il giorno in cui sarei dovuto andare da uno psicologo non me la sono sentita e ho solo cambiato parrucchiere. Vittorio, come gli NPC, era immobile da anni, in attesa che entrassi io, così da potersi sedere accanto a me per aiutarmi a fare i conti con la banale mortalità del mio corpo. Lui forse nemmeno sa quanto mi ha aiutato parlarne o forse l’avrà capito e non me lo vuole dire, perché è una persona sensibile. Come me. Ogni volta, in cambio di soli venticinque euro, mi taglia i capelli e mi tira un po’ su il morale. Mi scruta la testa, questa maledetta testa che mi è toccata in dote, e mi fa “Si vede che li stai lavando bene” o “Sono in forma” o “Guarda che bel colore che hanno ripreso” o “Come sta andando il calcetto?”. Mi ha raccontato che la gente senza capelli che si fa le patch cutanee, solitamente sceglie quelle con la mia, come si dice, foltezza? Boh, forse foltezza. Così non sembra siano comparsi da un giorno all’altro tipo Raf.

Pure la dermatologa ha fatto il suo in questo gioco. Una donna squisita. Abbiamo parlato di tutto, tanto dopo due minuti aveva già scritto “dermatite seborroica da stress”. Mi ha chiesto che lavoro faccio, se avessi una fidanzata e se mi piacesse il mare, perché il mare aiuta con la dermatite. Io le ho chiesto se fosse quello il motivo per cui sto perdendo i capelli. Lei mi ha regalato un sorriso enorme, da concessionario di auto usate, e mi ha detto

“Tesoro mio. I capelli li devi perdere. Punto. Non te li porterai tutti dentro alla tomba. Deve andare così, non ci puoi fare niente. Nonno tuo ce li aveva?”.

Le ho risposto che Nonno Alfonso ne aveva pochissimi mentre Nonno Mimino ce li aveva folti ma solo sui lati e nelle orecchie. Sembrava Heihachi Mishima. Le ho fatto vedere una foto e mi ha detto “Eh, così diventeranno”.

Avrà ragione? Alla fine avrà studiato. Resta però il fatto che sia riuscita ad aiutarmi un po’. Un pochino qui, un pochino lì, un pochino da un’altra parte e poi tutto il resto ce l’ho dovuto mettere io. Non la mia famiglia. Non la mia fidanzata. Non i miei amici. Io. E basta. Io e i miei dubbi.

Io e il mio problema di non riuscire mai a stare seduto sopra le parole. Come quel giorno, la scorsa estate, con la mamma. Mentre mi asciugavo i capelli si è accorta di qualcosa in alto a sinistra, passandomi da dietro. Ha allungato le mani per indagare e io sono partito a tremila. Ha provato a stemperare. “Dovresti farti una specie di riporto”. Io col cazzo che me lo faccio il riporto. Piuttosto me li taglio a zero. Piuttosto imparo a capire che le cose vanno come devono andare. Me ne vado in Tibet, divento un monaco shintoista o mi chiudo trentasette giorni dentro casa da solo. Piuttosto mi gratto la testa ancora più forte, nel tentativo di comprendere tutte quelle cose che sono fuori dalla mia portata e che al tempo stesso mi affascinano, mi dominano, mi tolgono il sonno. Piuttosto che farmi il riporto, qui lo dico, piuttosto l’anno prossimo porto la croce durante la processione dei Misteri della Settimana Santa, vado alla Notte della Taranta e timbro il cartellino quaranta volte al mare questa estate.

Tre mesi che leggo Sulla Strada di Jack Kerouac. Temo che prima o poi finisca e perciò lo leggo poco per volta. Ne sono dipendente, mi ispira. Una volta finito, potrei decidere di non leggere mai più. O di non scrivere mai più.

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letteralmente “Si sarebbe fatto come un porco”, nel senso che avrebbe banchettato abbondantemente;

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