Un saluto muscolare come la carne di cavallo e benvenuti alla trentaquattresima puntata di Piatto Unico (se gradito), la newsletter che riconosce pari importanza a Clarence Seedorf e al comune di Seedorf. Lui, giocatore olandese soprannominato Il Professore, a oggi unico calciatore ad aver vinto la Champions League con tre squadre diverse; personaggio affascinante, che oggi lavora come opinionista su Prime Video, pagato per dire le solite stupidaggini da ex-calciatore. Quando Seedorf appare a schermo nessuno lo ascolta, perché tutti sono impegnati a dirsi “Eeeh, quanto cazzo era forte Seedorf?” coprendo con i racconti i suoi pareri da quattro soldi. La cittadina di Seedorf, invece, è un borgo di qualche migliaio di abitanti situato nel circondario di Kreis, in Germania. Anonima, almeno secondo Wikipedia, se non fosse per essere la patria del poliziotto Wilhelm Krützfeld, che nella famosa Notte dei Cristalli, tra il 9 e il 10 novembre 1938, si oppose ai nazisti e impedì che venisse dato fuoco alla sinagoga di Berlino. Gli hanno dedicato una targa commemorativa, come si fa con le persone per bene che non riescono però a sfondare nel concetto di giornata commemorativa.
Io sono Massimiliano e devo ammettere di non essere molto esperto di sinagoghe o nazisti, anche se sono sicuramente uno dei migliori conoscitori in Europa di Clarence Seedorf. Deve essere per forza questo il motivo per cui i miei genitori adorano chiamarmi Il Professore e non certo per la mia saccenza o per il bisogno di correggere la pronuncia delle parole. Merito, certamente, di tutta la conoscenza accumulata in questi primi trent’anni della mia vita se oggi posso permettermi con estrema autorevolezza di sapere sempre tutto, di essere informato su ogni cosa e di avere un parere solido anche sulla più recondita cazzata esistente al mondo. Io, davvero, sono convinto di sapere qualsiasi cosa e mi sento praticamente una roccia, imbattibile in qualsiasi tipo di dibattito dove se non ho ragione io allora farò di tutto per confondere le menti di chi mi sta di fronte, con un attento gioco di mani e sopracciglia.
Eppure, ahimè, non riesco ad essere così tutti i giorni. Anche io spesso mi faccio travolgere dalle debolezze mie e da quelle degli altri. Non voglio nascondermi: questa puntata della newsletter esce in un periodo molto particolare e cupo della mia vita, una cosa simile al PERIODO NERO degli attaccanti che non segnano da tre settimane. Voglio però raccontarvi quali sono i pensieri che mi annebbiano la mente, perché siamo portati a credere che la sofferenza sia il modo più immediato che abbiamo per crescere, per costruire le fondamenta su cui poggiano le nostre certezze. Che il dolore, inteso come quel liquido trasparente che ci invade la testa quando le cose non vanno bene, abbia per noi gli stessi benefici che aveva la quasi-morte per Sayan. Questo perché siamo deboli, certamente, e perché la nostra passione è misurare con le dita le crepe della corazza che indossiamo. Ma a volte il dolore è solo un caso, uno scherzo del destino. Un soffio di vento di poco più forte degli altri, che stacca una foglia che fino a quel momento si era tenuta su con tutte le sue forze. La banalità del male. ATTIVARE MODALITÀ FEDERICO BUFFA
Francavilla Fontana, quasi all’estremo delle Puglie. Un posto che non è stato dimenticato da Dio, questo no. Dio… non sa nemmeno che esiste. Gli deve essere scivolato via, come una biglia fuggita dal taschino di un bambino. La temperatura? Vul-ca-nica. Come ogni giorno che valga la pena di essere vissuto in questa terra. Una terra magica, arida di regali. Qui, le grandi bellezze non sono cadute dal cielo: sono state scolpite col sudore. Con la pazienza e con la dignità dell’aratro.
In un appartamento della periferia, secondo piano senza ascensore, Massimiliano sta fumando un cigarillo. Lento, come chi sa di non avere fretta. Dentro c’è anche mamà Michela. Donna forte, donna generosa. Lavoro, casa bucato, pranzo servito alle tredici e trenta. A osservarla bene sembra avere sei mani e quattro gambe, una sorta di dea Kāli del nostro tempo. E tutto questo lo fa mentre, con rulete di gambe e rimproveri, prova a tenere a bada un gatto nero. Gonzalo non cammina: spadroneggia. Gonzalo non mangia: pretende. Un gordito con lo stesso nome che è stato portato in alto da centravanti argentini sfuggenti, possenti, inafferrabili. Lui non è da meno.
Madre e figlio. Si incrociano come migliaia di altre volte, nello stesso punto. Davanti alla la-va-dora, la lavatrice Candy che si atteggia da direttore d’orchestra nelle mattine casalinghe: lui prova a scartare verso sinistra, pura istintività, ma lo spazio non c’è. O meglio, è invaso dal cestone delle robe sporche che mamà Michela si porta appresso. Una estensione naturale del suo ventre. Massimiliano è sbilanciato, praticamente battuto. Eppure ha la prontezza. Quella dei grandi. Palmi sul vetro e scivola. Dolce, sinuoso. Come una biscia che conosce il sentiero, si infila in un fazzoletto di mattonelle. Scappa via. Qui nemmeno i proiettili di Clint Eastwood potranno arrivare.
Più tardi, Massimiliano penserà “Maldita sea yo y el vicio de fumar”. Se la prenderà con se stesso e con quella condanna sottile. Un vizio che prematuramente gli ha stroncato la carriera. Eppure, forse quel vizio ci ha reglato una leggenda. Senza di quello, senza quella debolezza, oggi non avremmo niente. Niente da raccontare.
Niente emozioni.
Nè cuore. Nè carne.
Solo silenzio.E invece abbiamo il dolore.
E abbiamo il fùtbol.
Vabbè, mi so scocciato a raccontarla così. Praticamente, la mamma è arrivata e si è messa a svuotare la bacinella di plastica, notando però con la vista periferica che stavo andando via. Ero quasi salvo, praticamente sotto la porta della cucina che poi è l’area limite oltre la quale si può fingere di non sentire chi parla dalla cucina. Si gira e mi fa “Ma hai visto che la villetta qui di fronte è diventata un bed & breakfast?”.
Sono rimasto paralizzato.
Ma come un bed & breakfast?
Ma che dici?
La stavano ristrutturando, questo si, ma c’era gente negli scorsi giorni. I proprietari, sicuro. E poi non l’hanno ancora finita. C’è il telo verde tutto intorno al perimetro, non possono accogliere gente e poi non è nemmeno così bella come la immagino io.
“Guarda che è vero! Ieri c’erano due macchine con le targhe straniere e stamattina sono arrivate due nuove macchine da cui sono scesi una decina di ragazzi, sembrano tedeschi in vacanza.” Non ci volevo credere. Mi sono affacciato dal balcone e sembrava tutto normale. Così ho aperto Google Maps come un pazzo ma non si vedeva niente. Ho zoomato sulla via di casa e proprio alla fine eccola là, l’etichetta di una casa vacanze a un palmo dal segnalino della mia posizione. La casa dei miei sogni, quella che dopo l’esame di diritto privato sognavo di prendermi per usucapione; quel rudere schifoso, disabitato per trent’anni, con qualche ettaro di terra dura e il muro di cinta crollato sotto il peso di un albero. È diventata una casa vacanze. Io che mi immaginavo sotto la verandina a bere una cosa fresca, guardando mia madre al balcone di fronte che stende la biancheria e mi fa segno con la testa per andare a pranzare da lei.
Tutto finito.
Immagina.
Immagina che esistiate nella stessa tempolinea tu e il mare. Lo ha voluto il destino, mettiamola così: hai beccato l’unico mondo esistente in cui si va al mare. Per tutta l'estate. Ogni settimana, almeno uno o due giorni. Pure tre se sei in ferie.
Immagina di trovare la forza per svegliarti di buon mattino, ammantato della sola illusione di vivere un po' di più, di vivere per più tempo il tuo tempo. Magari non ci riesci e allora ti svegli dopo pranzo, con il Brufen come primo pensiero e con addosso ancora il senso di colpa per aver inavvertitamente, mentre rincasavi alle quattro del mattino, incrociato tua madre che andava al lavoro. Ti sei anche fermato alla Pansud prima di rientrare. Nemmeno un cornetto, una sfoglia alla crema, un bacio.
Sei li. Stordito. Con una sola certezza: anche oggi toccherà andare al mare. Per moda, gusto o necessità. Per il content, probabilmente, o forse perché la vista del mare ti rilassa. E poi ci sono tutti i tuoi amici. Metti caso che proprio oggi è quel giorno in cui si divertono senza di te.
Immagina di preparare lo zaino, di fretta, buttando dentro quelle due o tre cose che servono: la crema solare, le carte da scopa, il libro perché forse, a pensarci bene, non è oggi quel giorno; le ciabatte, un pantaloncino di ricambio, il powerbank. Le parole crociate, che sono tornate in tendenza. Indossi il costume e ti siedi a tavola per pranzare. Hai la forza solo per pensare che non c’è traccia di fame nel tuo corpo ma solo l’egoistico desiderio di risparmiare i soldi del pranzo. Tanto paga papà.
Accendi l'auto. Si parte e allora immagina di guidare per trenta o quaranta minuti più dieci di recupero per il parcheggio. Arrivi, giusto il tempo di scaricare tutto e ripartire. Un sole ignobile si fa beffe di te, ti osserva mentre porti avanti il tuo pellegrinaggio blasfemo. Sulla passerella di legno assapori la tua meta: da lì puoi scorgere i tuoi amici, già in spiaggia da tre ore, ormai completamente cucinati. Hanno montato la rete e sono nel pieno della tredicesima edizione annuale del quadrangolare di beach volley, mentre le loro fidanzate, ormai da diversi minuti, non hanno più coglioni da rompersi.
Immagina di essere lì, al mare. Al solito mare, al solito posto della domenica o a quello del sabato. Oppure altrove, sperduto nel profondo Salento, in uno di quei posti belli solo su Instagram che hanno sempre dei nomi altisonanti, come le Vasche del Re o i Faraglioni di Sant’Andrea. Luoghi che fino a qualche anno fa vivevano solo in qualche copia non pubblicata de Il Signore degli Anelli e che per uno scherzo del destino (il tuo) hanno preso vita. Forse sei a Porto Badisco, con i suoi scogli puntuti che l’acqua non vuole proprio sapere di smussare; o forse questa volta sei Otranto, con la sua spiaggia da cartolina e un’operazione di parcheggio che ha sia i minuti di recupero che i supplementari. Magari hai guidato di meno e quindi sei a Campomarino di Maruggio, con la sua nuovissima squadra di calcio dilettantisca e le solite facce di sempre, quei due o tre imbecilli che sono ancora convinti di essere i più svegli della provincia. Potresti essere sul versante Adriatico, anche se nessuno va mai davvero da quelle parti, oppure, colpo di scena, sei immerso fino alle ginocchia nella piscina di un bellissimo B&B gestito da una tizia con un lunghissimo e sporchissimo dreadlock biondo, che ha avuto anche il barbaro coraggio di dirti “Godetevi il Salento!”, come se tu arrivassi dalla Finlandia.
Immagina di immergerti come un reverse di Georginio Wijnaldum alla Roma in quell’acqua che sa di cloro e robottino automatico o in quella limpida e ingannevole del mare, del nostro stupendo mare pieno di alghe, di bambini, di pesci che ti mordono laddove già una zanzara ha banchettato, di buste di plastica, di stronzi di merda, di SUP, di piscio, di cani che nuotano, di cristiani senza ‘na lira, di fondotinta e occhiali da sole, di bigiotteria a poco prezzo pronta a trasformarsi in tesoro dei pirati, di nati nella provincia di Taranto, di tartarughe marine selvatiche, di bicchieri biocompostabili del Tayga Beach Club sponsored by Ploom, di palline di gomma, di ascelle, di mozziconi di Terea, di peli e capelli.
Un mare di peli e capelli che galleggiano, si mischiano col sale, ti si arrampicano addosso e si mischiano alla roba tua, si confondono e diventano parte di te e magari si innestano in uno dei tuoi bulbi piliferi incancreniti e tornano a vivere, a nutrirsi delle tue essenze, facendoti finalmente comprendere perchè la dermatologa consigliava di andare al mare per combattere la dermatite. Non era l’acqua salata o altre cazzate, no, col cazzo, erano i capelli e i peli degli altri che avrebbero dovuto trovare una nuova casa. Stronzo tu a non averlo capito prima.
Immagina di passare tutta l’estate a mollo in quest’acqua tiepida, che non rinfresca mai. Bagnato fradicio fino a guardarti le mani simili a spugne, con la pellicina vicino alle unghie che ora puoi mordere, staccarla con i denti e gustarla. Tutte le settimane così, perenemmente spiaggiato, bagnato della stessa acqua con cui degli stupidi hanno condito le frise. Tutto il giorno a nuotare, a berla, ad assorbirla, a farle le foto. Fai le capriole in avanti e indietro, te la butti in faccia per sciacquarti, la schizzi sulle vecchie infreddolite col cappello a visiera larga, te la godi mentre riflette la luce del sole che tramonta, dell’ultimo tramonto in spiaggia di quest’anno e ancora una volta ti tuffi, forse è l’ultimo e quindi esci fuori e fai schioccare un bacio che scuote tutta la costa fino al Jamaica. Ci siete tu, l’amore della tua vita e poi migliaia di litri di acqua tutto intorno.
E poi immagina di prenderti in pieno un acquazzone incredibile di pioggia fitta e grandine e immagina pure di essere così scemo da bestemmiare gesù cristo come un pazzo scatenato per due gocce d’acqua, che fino a dieci minuti prima ti stavi tuffando e adesso hai anche il coraggio di farti girare i coglioni.
Che controsenso la vita, eh?
Gliel’ho detto così, come mi è venuto. Credo non mi sia venuto bene perché non mi stava ad ascoltare. È rimasto in silenzio per qualche secondo e ho avuto modo di rifletterlo meglio: un vecchio stanco, rugoso, coi capelli lunghi raccolti in un elastico, bianchi come la barba e i baffi. Indossava delle specie di vesti tribali logore, immagine di una civiltà che non conosco e che non capisco. Un cane e un gatto altrettanto strambi gli giravano attorno, come se volessero dirgli qualcosa. In realtà è stato lui a parlare per primo. Mi ha guardato negli occhi, distratto, quasi abbattuto. Sapeva il mio nome, lo sapeva bene, e infatti lo ha pronunciato per darsi un tono.
“Massimiliano,
per dio, come te lo devo far capire che sono semplicemente il cazzo di avatar che hai creato su Monster Hunter Rise qualche mese fa? Continui a scrivere, a immaginarmi, a volerti confidare con me. Perché ti ostini a volermi rovinare la vita?Voglio trasmetterti un concetto chiaro: la mia estate è stata praticamente un inferno per colpa tua. Mi hai costretto a cacciare qualcosa come duecento mostri in quaranta ore, abusando del tuo potere su di me per farmi lavorare come un dannato. E non ti è bastato solo questo, no, perché tu sei una merda vera: mi hai costretto ad affilare spade e lame almeno un miliardo di volte e nel frattempo continuavo a svenire, a bere intrugli schifosi a base di erbe e insetti, a cuocere la carne cruda nel centro di una caverna che continuava a gorgogliare lava, a rimanere appeso ovunque a dei fili luminescenti, perennemente sospeso tra la vita e la morte.
Ho dovuto toccare le farfalle, le falotiche, i serpenti, la merda degli animali, le puzzole, mi hai obbligato a mettere le mani nelle carcasse delle bestie, scuoiarle, ricavarne le pelli, sigillarne le interiora e senza neanche darmi il tempo di assorbire il massacro che ho compiuto, un secondo dopo ero venti chilometri più lontano a picconare minerali, a fare il bagno nella sorgente di un’isola di ghiaccio, con l’acqua gelida che ti blocca il cervello, solo per ritrovarmi di nuovo completamente cosparso di letame.
E tutto questo casino nemmeno tutto insieme, che uno dice - vabbè, mi tolgo il pensiero -. No, tu sei un criminale: tutto questo dolore me lo hai spezzettato un po’ per volta in quaranta giorni e ancora non mi lasci andare, mi tieni qui, incatenato a te e ai tuoi pomeriggi noiosi. Mi parli di te, dei tuoi problemi, delle corsette pomeridiane, della squadra di terza categoria, tutte cose che non capisco ma comunque ti sto ad ascoltare, sperando che passi presto.
Potresti almeno risparmiarmi la rottura di cazzo sul mare? Facciamo che rimane una cosa tua? Te ne prego.”
Vi annuncio che è finalmente online Quota 100 Switch, la pagina Instagram dove sto recensendo tutti e 100 i giochi che ho giocato sulla Switch negli ultimi quattro anni. Mentre scrivo ne ho caricati ben quarantadue e Monster Hunter Rise non è ancora tra questi. Ora non ho molto spazio, mi è già uscito il banner che la puntata è lunghissima, ma alla prossima occasione ve ne parlo meglio.
Al contrario di quello che dice il vecchio, non ho giocato molto questa estate. Cioè, quaranta ore non sono praticamente niente se paragonate a tutta la vita. Al netto di questo tarlo che mi porto nel cuore, dell’impossibilità di non aver potuto dedicare il tempo dovuto alla mia più grande passione, agosto è stato al tempo stesso intenso e lineare. Per la prima volta da quando non vivo più coi miei, ho passato tutto il mese qui, a Francavilla, il mio paese. Non proprio tutti i giorni, più una cosa simile a ciò che amano dire quelli che se ne vanno: “Di base sto a Francavilla”. Non ho fatto grandi cose, ma quel poco è stato sufficiente. Due settimane di ferie e due di smart working. In equilibrio perfetto. Tra le varie cose che ho fatto questa estate c’è sicuramente che
Per il ventottesimo anno di fila, con orgoglio, non ero tra il pubblico de La Notte della Taranta, il fantastico festival tutto Salento, pizzica, scarpe consumate e vino rosso che dal 2008 permette alla Fondazione “La Notte della Taranta” di poter fare la voce grossa dalle nostre parti. Che gli vuoi dire, è così che funziona, specialmente adesso che la Puglia sta diventando un enorme Sziget a cielo aperto, coi paesi a recitare il ruolo di accampamenti e dormitori. Chiariamo una cosa: a me non interessa assolutamente niente de La Notte della Taranta. Non mi interessa chi ci va, non mi interessa cosa fanno, mi sembra solo un enorme carrozzone folkloristico, adatto a vecchi nostalgici e giovani vecchi. Ho dovuto informarmi prima di partire a raffica e l’ho fatto distrattamente: ho scoperto che in realtà quella che viene chiamata Notte della Taranta è semplicemente il Concertone organizzato dalla fondazione, che si tiene solitamente ogni anno nella città di Melpignano. E poi? Niente. È un festival di musica popolare salentina, appunto, che prima si faceva a Corigliano d’Otranto. Nato con l’intenzione di valorizzare e tutelare il territorio salentino, favorendo il fiorire delle manifestazioni culturali e incentivando la ricerca sul fenomeno del tarantismo, quella sindrome culturale che ti spinge a provare una innata passione per le cozze crude e per Kid Yugi.
Ma cosa è La Notte della Taranta per gli appassionati?
Siccome non ne camuffo, me lo sono fatto spiegare dal mio amico Biagio, il più grande esperto di Notte della Taranta che conosco. Io e Biagio ci conosciamo da tanti anni e siamo diventati amici dopo una serata in cui siamo stati sotto casa sua. Lì ho capito che gli volevo bene e che volere bene alle persone molte volte è qualcosa di innaturale, come quando si piange. Siamo molto simili in termini di gusti e sono sempre sorpreso quando mi accorgo che ci piacciono le stesse cose. Poi lui ha un soprannome molto potente: lo chiamiamo Il Barone. Inoltre, con Biagio condivido alcune tra le mie grandi passioni: la WWE e il wrestling professionistico su tutti, ma anche One Piece e il Fantacalcio, visto che da alcuni anni facciamo coppia fissa. Infine, Biagio è stato per tre anni consecutivi il mio amico dell’estate, etichetta che appioppo alla persona del mio gruppo a cui cerco di dare più attenzioni in estate quando stiamo insieme. Vi riporto quello che mi ha raccontato.
È abbastanza difficile raccontarti che cosa è per me la Notte della Taranta. In realtà, è difficile perché confuso. La cosa che mi piace di quel posto, del concerto, è anzitutto il fatto che mi ricorda di quando ero piccolo: quando frequentavo le scuole elementari, ci parlavano spesso della Notte della Taranta e in diverse occasioni ci hanno insegnato a suonare il tamburello. Così sono diventato subito molto curioso di andare a vedere come fosse quello che ci raccontavano, tant'è che sono andato a recuperarmi i video vecchi, di quando sunaunu1 veramente quattro cristiani ed era super piccolo.
Crescendo, è diventato un appuntamento che aspettavo con ansia anche se non riuscivo mai ad andarci, perché non avevo nessuno che mi ci portava. All’inizio la seguivo da casa con la mia famiglia, quando davano il concerto alla televisione. Credo che in quel momento si sia creato il legame emotivo nei confronti della Notte della Taranta.
Quando poi ho iniziato ad andarci, ho capito immediatamente che mi trovavo bene, che mi sentivo a mio agio fino al punto di ballare, una cosa che faccio solo se sono ai matrimoni o se ho bevuto. Insomma, se sono nella mia comfort zone. Alla Notte della Taranta mi sono subito sentito bene, già nei primi anni in cui praticamente andavo da solo, senza conoscere nessuno: mi viene proprio da zumpare2 e da ballare, di ascoltare questa musica e vedere gente che salta e stringe amicizia. Mi sento a posto come quando sto con gli amici, con la mia ragazza, come quando sto con le persone a cui voglio bene. Una sensazione di tranquillità e di astrazione dalla realtà che in altre situazioni non sento mai.
Probabilmente questa cosa è dovuta al fatto che ho riscoperto dentro di me un attaccamento alle nostre radici, alla nostra storia, un rapporto viescerale con la nostra terra che già avevo alimentato con i miei studi in Geologia. Non so spiegarti il collegamento, ma credo che il mio attaccamento all'aspetto paesaggistico e ambientale mi abbia fatto ricordare quanto io fossi legato al nostro folklore popolare. Aspetta, io sono uno che odia quando si dice, ad esempio, che “il Salento è meglio delle Murge” o che “la Puglia è meglio di quell'altra regione”, ma sulla Notte della Taranta non riesco ad essere oggettivo, me ne rendo conto,
Quando sono alla Notte della Taranta prendo iniziativa come mai, perché mi sento libero da qualsiasi peso e attendo con ansia l'inizio dello spettacolo proprio per provare questa sensazione. Per questo non mi interessa chi viene come ospite, anche se sono molto a favore delcoinvolgimento di grandi ospiti che vengono da fuori, da altre realtà: tipo quando è venuto Samuele Bersani, che cantava in grico3, o Marco Mengoni. Ma se fosse salito sul palco, che ne so, Massimiliano Chirico che cantava in grico, io mi sarei divertito lo stesso perché è quella sensazione di leggerezza e spensieratezza che mi fanno dimenticare tutto il resto.
Io ci andrei pure da solo ma quando uando vengono gli amici sono molto più contento perché il fatto di vedere altre persone, altri amici a me vicini, che sono lì, mi riempie di gioia. Penso che anche loro possono andare incontro a questo tipo di emozioni e quindi sono ancora più felice. Io solitamente non sono mai totalmente spensierato come quando sono lì, quindi per me quello è il divertimento totale e posso raggiungerlo solo in quell'ambiente, nonostante stai tuttu stritto stritto, uno sobbra l'altro4. A me questa cosa non mi pesa ma in un altro posto mi farebbe impazzire, tipo quando andiamo in birreria.
La spensieratezza, quindi, che mi ricorda di quando ero bambino e che posso raggiungere con quel tipo di musica e con quel tipo di balli. Avere quella spensieratezza che non ho mai e averla solo quel giorno.
Che cosa è per me, invece, il concertone de La Notte della Taranta?
È la mia morte, il mio sfiorire, perdere le forze, annullarmi. Penso alla Notte della Taranta e ho subito addosso la sensazione di una giornata persa, di quei pomeriggi con mio padre quando andavo a fare il vaccino a Ostuni, dove praticamente sprecavamo due ore della nostra vita. Mentalmente posso rivedere in questa accozzaglia di cose tutto ciò che meno sopporto al mondo e ci possiamo mettere tranquillamente le maree di persone, la gente che mi urta, chi fa i video ai concerti, quelli che bevono il vino direttamente dal boccione da cinque litri, i piedi scalzi sull’asfalto e le verruche, la pizzica, gli stornelli salentini, le donne che fanno quel ballo tenendosi la gonna con entrambe le mani e gli uomini che girano attorno con questa mossa doppia da svitatori di lampadine con le mani e poi la super-inflazionata cultura pugliese, le frise in quanto uno dei peggiori pasti mai concepiti dall’essere umano, il concetto stesso di Salento e di Salentinità che nessuno ha ancora capito che cazzo voglia, la leggenda delle donne tarantolate che bisognava lasciarle ballare per sudare e mio padre che ci tiene a ripetermelo ogni volta che parte il video di una pizzica su RAI 3, i paesi della provincia di Lecce che finiscono tutti in -ano, i viaggi in pullman per raggiungere i posti, parcheggiare lontano e farmi la strada a piedi al ritorno, rimanere bloccato se voglio andare a pisciare o a mangiare, le file per ordinare le cose dove devi per forza ascoltare cosa si dice la gente, le donne coi capelli arruffati e gli uomini con la canotta di cotone aderente dentro i pantaloni, i tatuaggi dietro al collo, il sistema di scrittura della lingua giapponese, Antonio Castrignanò e ‘sta cazzo di aura leggendaria inappropriata per uno che canta “Nu cuerpo allu tampagno e nu cuerpo alla patella”5, Giuliano Sangiorgi che ormai shcama6 come un ossesso e ha venduto il suo talento al diavolo in cambio della promessa di rimanere pelato per sempre, Serena Brancale che non capisco se è più convinta di essere una superfiga o di essere una bravissima cantante ma nel dubbio io non la tollero in entrambi i settori, Ermal Meta che si sarebbe dovuto chiamare Erma Metal per suonare bene così da sembrare una azienda del mio paese che raccoglie il ferrovecchio, il fatto che a nessuno freghi mai un cazzo di niente di ‘ste robe tranne quando c’è la Notte della Taranta o le feste patronali, le luminarie e le nostre ombre proiettate dalle loro luci, il fatto che facciamo credere agli altri che noi siamo così, siamo quelli che ballano la pizzica in mezzo alla strada come nella serie tv di Sarah Scazzi, Fredagain che deve suonare a Fasano ma veramente, con tutti i posti che ci sono, che cazzo va a fare a Fasano, le vacanze in Salento, dormire per terra, la serata italiana, l’obolo volontario alla Madonna della Fontana, i fotografi di paese, i cesti coi vinili ai mercatini, le icone bizantine, la santa eucaristia, le cozze matedde.
Ma io me lo sento dentro che sono un dannato e quindi ormai lo so per certo che ci andrò nel breve, tipo l’anno prossimo, tipo che andrei alla versione invernale se esistesse. Già quest’anno ho vacillato e l’ho buttata sugli ospiti che non mi piacevano. Perché io questo sono, un cane che abbaia. Uno che trova il proprio piacere personale lottando solo contro se stesso, perché io sono l’unico rivale a cui riconosco l’onore delle armi. Per me lottare contro me stesso è come assistere in modo perpetuo al finale di A Beautiful Mind, alla scena in cui Russell Crowe ritira il Premio Nobel per la matematica. Dentro aspetto sempre il momento in cui impazzirà e procederà a strapparsi le vesti, a fumare nudo al centro della sala, a inveire contro l’aria, contro lo spazio, contro le biciclette, serrando i pugni e facendoli roteare troppo vicino al naso della gente in platea e degli spettatori, ignari del veleno, della sofferenza e del buio dentro la sua testa. Ma tutto questo non succede mai. Non è successo nemmeno quest’anno, che l’ho rivisto. Lui fa sempre questo discorso bellissimo dedicato alla moglie, una lode all’amore, a quel sentimento salvifico che siamo in grado di provare e penso che cambiare non è mai una cosa che facciamo per noi stessi e piacersi è solo una bugia.
E finisce così.
Vi saluto facendovi presente che sto ascoltando incessantemente l’album di Tony Pitony e che dovreste farlo anche voi. Ora premo il tasto pubblica di questa newsletter e poi vado a preparare il borsone, che stasera partiamo per andare a vedere Juventus - Inter e arriveremo a Torino a bordo di un van nove posti che mi ricorda tanto qualcosa che è già successo nella mia vita. Vi mando un abbraccio!
dialetto della lingua greca parlato nella regione della Grecia salentina, in provincia di Lecce, in un’area che comprende nove piccole città con una popolazione di 40.000 persone: Calimera, Martano, Castrignano de' Greci, Corigliano d'Otranto, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino e Martignano;
stai tutto stretto stretto, uno sull’altro, vabbè ma che cazzo vi traduco questo veramente;
un colpo al coperchio e un colpo alla padella;

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