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Il Capitale - di Marco Liera · Aug 25, 2026

La storia del Credit Suisse è il sottoprodotto del banditismo finanziario con le (non insolite) disfunzioni svizzere

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Marco Liera · Il Capitale - di Marco Liera

Se volete capire come sia stato possibile trasformare una delle banche più prestigiose del mondo in un gigantesco caso di studio su come non si gestisce una banca, dovreste guardare Game Over – Der Fall der Credit Suisse, l’eccellente documentario di Simon Helbling basato sulle ricerche di Arthur Rutishauser.

Io l’ho visto in inglese durante un volo intercontinentale. Non so se sia disponibile in streaming dall’Italia.

La cosa più divertente – se non ci fossero di mezzo svariate decine di miliardi di perdite – è che il disastro non nasce nel marzo 2023. Il film fa partire il virus negli anni 70, quando la spettabile ex-Schweizerische Kreditanstalt scopre che fare la banca tradizionale è tremendamente noioso: prestare soldi a clienti solvibili, farseli restituire, controllare i rischi. Roba da impiegati.

Molto meglio buttarsi nell’investment banking internazionale. Nel 1978 arriva First Boston e comincia una trasformazione culturale che porterà Credit Suisse a diventare una specie di Formula 1 della finanza guidata da piloti premiati soprattutto per quanto forte schiacciano l’acceleratore.

Da lì parte una straordinaria collezione di scandali che accompagna la banca per decenni, da Chiasso fino al Mozambico. Passando per investimenti miliardari in hedge funds gestiti da truffatori e multe - sempre miliardarie - per l’assistenza all’evasione fiscale dei clienti americani.

Una delle rivelazioni più agghiaccianti del documentario è che Credit Suisse doveva già fallire nel 1977, quando lo scandalo della filiale di Chiasso espose la banca a perdite miliardarie (dell’epoca) che furono in qualche modo rinviate agli esercizi successivi per non mandare in rosso il patrimonio dell’istituto.

Il filo conduttore raccontato da Game Over è semplicissimo: rischi enormi, incentivi perversi e bonus che continuano ad arrivare anche quando i risultati cominciano a suggerire che forse sarebbe opportuno cambiare mestiere. La coproduzione svizzero-tedesca riassume la cultura aziendale descritta dal documentario come una cultura del rischio nella quale le perdite erano accettabili finché continuavano a funzionare i bonus.

E qui compare uno dei grandi misteri del capitalismo contemporaneo: come si fa a perdere una montagna di soldi continuando a diventare personalmente ricchissimi?

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Secondo la ricostruzione, dal 2007 diversi vertici perseguono sempre più i propri interessi e la corsa ai bonus diventa parte centrale del problema. Lo storico dell’economia Tobias Straumann sintetizza magnificamente uno dei limiti della regolamentazione: l’incompetenza, purtroppo, non è illegale. La ministra delle Finanze Karin Keller-Suter aggiunge un’altra perla: neppure la decenza può essere regolata per legge.

Il risultato è particolarmente istruttivo perché avviene in Svizzera, il Paese che ha costruito una parte della propria reputazione internazionale sull’idea di precisione, affidabilità, controllo e solidità.

Dietro l’orologio a cucù finanziario, però, qualche ingranaggio era evidentemente partito.

La parte forse più incredibile arriva alla fine. Nel 2022 ci sarebbe stata ancora la possibilità di salvare Credit Suisse cedendo l’investment banking in perdita. Bob Diamond ha dichiarato che Barclays avrebbe pagato fino a cinque miliardi di dollari per quel business. L’operazione non si fece. Meno di un anno dopo UBS comprò l’intera Credit Suisse per 3,25 miliardi.

Naturalmente i protagonisti possono consolarsi: nel frattempo i bonus erano già stati incassati. E non sono mai stati restituiti, perché la “giustizia” elvetica ha pure sentenziato che i tagli ai bonus decisi tardivamente dalla Confederazione erano illegittimi

Ed è forse questo l’aspetto più interessante di Game Over. Non racconta semplicemente il fallimento di una banca. Racconta il fallimento di un sistema di governance nel quale per anni rischi, responsabilità e remunerazioni hanno viaggiato su tre treni diversi.

Solo qualche ingenuo può stupirsi che la colossale storia patologica di Credit Suisse sia avvenuta in Svizzera - nell’agghiacciante quiescenza delle autorità elvetiche e dei Governi che si sono succeduti - un Paese che è comunemente ritenuto un esempio di efficienza e che sta da decenni ai vertici delle classifiche mondiali di competitività.

La solidissima storia della Confederazione non si discute: più di sette secoli di storia e di pace che fanno impallidire il nostro breve (e controverso) percorso unitario. Una stabilità politica ed economica che attrae capitali finanziari e umani qualificati da tutto il mondo (il 27% dei residenti è straniero, una quota tra le più alte del pianeta). Ma la Svizzera è anche un Paese dove si nascondono vergogne imbarazzanti che ogni tanto vengono alla luce. In passato le mancate restituzioni dei capitali delle vittime dei campi di concentramento nazisti, e le ripetute complicità nelle operazioni di riciclaggio di denaro sporco. Più recentemente le persecuzioni giudiziarie kafkiane che hanno colpito operatori italiani innocenti, e le irresponsabilità sulla strage di Crans Montana, che ha rivelato al mondo l’alta permeabilità di una florida comunità svizzera al malaffare, e l’inadeguatezza della giustizia elvetica a perseguire chi ha creato colpevolmente le condizioni del disastro.

Ma torniamo alla Credit Suisse story.

Alla fine, il 19 marzo 2023, con terrificante ritardo, interviene lo Stato, e UBS inghiotte ciò che resta di Credit Suisse per evitare conseguenze peggiori.

L’ottimo ticinese Sergio Ermotti, che aveva lasciato il comando di UBS tre anni prima, viene richiamato a ricoprire l’incarico di CEO di UBS in sostituzione dell’olandese Ralph Hamers. Anche questa mossa fa parte del classico playbook rossocrociato: a lavare i panni insozzatissimi di CS era meglio che pensasse uno svizzero, non uno straniero.

Ma la storia non finisce qui.

Credit Suisse è morto nel 2023, ma ha lasciato a UBS un’eredità degna di uno zio spendaccione: la casa, il prestigio e una quantità di problemi che continuano ad arrivare per posta.

UBS fu praticamente convocata dal governo svizzero nel weekend del collasso e invitata a salvare il sistema comprando la rivale. Il grande capo di JP Morgan Jamie Dimon telefonò subito al presidente di UBS Colm Kelleher con un consiglio profetico: attento che gli svizzeri non cambino dopo le condizioni dell’affare.

Tre anni dopo, eccoci qua.

Berna, traumatizzata dal disastro Credit Suisse, vorrebbe che UBS detenesse circa 22 miliardi di dollari di capitale aggiuntivo, soprattutto a protezione delle controllate estere. Prudenza comprensibile: UBS ha ormai 1.600 miliardi di dollari di attivi, più dell’intera economia svizzera. Se inciampa lei, non basta chiamare un’altra banca svizzera: bisogna probabilmente chiamare un altro Paese.

UBS però fa notare un dettaglio: mentre gli americani stanno alleggerendo alcuni vincoli, la Svizzera vorrebbe appesantire quelli della banca che ha appena assorbito Credit Suisse su richiesta delle autorità. Una specie di premio per il salvataggio: grazie per aver spento l’incendio, adesso pagate anche il nuovo impianto antincendio.

Così alcuni azionisti hanno cominciato a pronunciare l’eresia: trasferiamo UBS all’estero. Il board sta valutando anche scenari di ri-domiciliazione, pur considerati difficili, e gli Stati Uniti vengono indicati come l’alternativa più interessante.

Sarebbe il capolavoro finale di Credit Suisse.

Dopo essersi fatta salvare da UBS, riuscirebbe post mortem nell’impresa di far diventare UBS troppo grande e troppo pericolosa per la Svizzera.

Game Over, insomma. Ma con i tempi supplementari.

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