Carissimi,
la notizia del giorno è il volo a Mosca del capo della CIA John Ratcliffe per una serie di incontri, tra cui, si vocifera, anche con il Presidente Vladimir Putin. Gli argomenti sul tavolo, oltre all’Ucraina, riguarderebbero anche la guerra in Iran. Agosto si conferma, così, almeno nei rapporti tra USA e Russia, il mese dei negoziati, anche se il precedente del 16 agosto 2025, ad Anchorage, in Alaska, non ha di certo portato ai risultati sperati (all’epoca si era parlato, per quanto riguarda i conflitti, solo dell’Ucraina, visto che quello che oggi sta catalizzando il mondo era di là da venire). Se, un anno fa, a muovere il Presidente americano erano state, probabilmente, le sirene del Premio Nobel per la pace (era l’epoca in cui si vantava di aver posto fine ad un numero imprecisato di conflitti, fermo restando, come tutti ben ricordiamo, che, una volta eletto, tempo 24-48 ore avrebbe messo d’accordo Volodymyr Zelensky e Putin), oggi quasi certamente è una questione di necessità. Superfluo ricordare, ancora una volta, l’imminenza delle elezioni di Midterm: due mesi sono nulla in politica. E ancor più in economia.
La settimana in corso può chiarire ulteriormente come stanno le cose. Al di là dei dati di Nvidia (questa sera, a mercati chiusi: le anticipazioni parlano di ricavi in ulteriore forte crescita), che, peraltro, per quanto possano essere un importante indicatore sullo stato di salute della Corporate America, i mercati guardano con attenzione (e una certa apprensione) ad altri due momenti.
Oggi sapremo come va l’inflazione americana (versione PCE-Personal Consumption Expenditures), quella che misura l’andamento dei prezzi su un paniere di beni e servizi che varia di mese in mese, in base alle abitudini di spesa dei consumatori, che è ritenuta più attendibile dalla Federal Reserve, essendo molto più puntuale rispetto all’altra versione CPI, il cui paniere, invece, viene modificato annualmente. Le attese, peraltro (inflazione core, che esclude i beni più variabili, cioè alimentari ed energia), sono di un livello intorno al 3%.
Venerdì, invece, sarà la volta della conferenza, al simposio di Jackson Hole, del Governatore Kevin Warsh, che dovrà fornire la sua idea di dove sta andando l’America (e il mondo) e, sotto certi aspetti, tracciare una rotta (forward guidance), anche se, nei primi mesi del suo incarico, volutamente non ha voluto dare alcuna indicazione ai mercati. Cosa che qualche dubbio ad investitori ed economisti l’ha fatto venire: da che mondo è mondo, le Istituzioni monetarie sono chiamate non solo a prendere decisioni (e quindi definire la politica monetaria di un Paese), ma, attraverso la loro visione di quanto accade o potrebbe accadere, far intendere il futuro che ci aspetta.
Stando a quanto si sta verificando negli USA, la tanto declamata (da parte di Trump) forza economica e monetaria sembra più una sua illusione che non un dato di fatto. A confermarcelo più di un segnale: il debito pubblico ormai sopra i $ 40.000 MD (con diversi mesi di anticipo rispetto alle previsioni), il T-bond decennale che non solo ha superato la barriera del 4,50%, ma fatica a scendere sotto il 4,70% (anche se questa mattina è a 4,64%), il cambio €/$ ormai stabilmente oltre 1,15 (da qualche giorno staziona intorno a 1,165-1,168); a cui si aggiungono l’inflazione, a luglio, al 3,4%, e sempre più famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Il tutto condito dall’incapacità dell’amministrazione USA di trovare una via d’uscita dall’angolo in cui gli Stati Uniti si sono cacciati da febbraio, in quella che, secondo il tycoon, doveva essere una sorta di “Venezuela 2”, in cui un blitz (in quel caso notturno) sarebbe stato sufficiente per risolvere ogni cosa. Putin ciambella di salvataggio di Trump, quindi? Tutto può essere. Anche se c’è da aspettarsi che anche Xi Jinping, prima o poi, dica la sua. Mentre, ancora una volta, l’Europa sembra destinata a prenderne atto.
Chiusura positiva, ieri sera, per Wall Street.
Tutti gli indici hanno dato, ancora una volta, segnali di forza: il Dow Jones è salito dello 0,30%, lo S&P 500 dello 0,32%, mentre il Nasdaq ha fatto segnare un + 0,66%.
Bene anche il Russell 2000 Small Cap (+ 0,50%).
Bel tempo, questa mattina, anche sui mercati asiatici.
A Tokyo il Nikkei cresce dello 0,68%.
Kospi Seul + 1,27%.
Tutte in positivo le piazze cinesi: Shanghai + 0,71%, Shenzhen + 0,70%, China A50 + 0,87%.
Hang Seng di Hong Kong + 0,87%.
Taiex Taiwan + 1,48%.
ASX 200 Sidney modestamente negativo (- 0,33%).
Sensex Mumbai + 0,19%.
Poco mossi i futures, con variazioni marginali su entrambe le sponde dell’Oceano.
In caduta i prezzi del petrolio.
Il WTI scende dell’1,80% ($ 80,83).
Brent – 1,66% ($ 85,81).
Gas naturale USA $ 2,859 (+ 0,49%).
Oro sempre in area $ 4.700 (4.694).
Argento a $ 69,10 (+ 0,61%).
Rame $ 6,76 (+ 0,75%).
Spread a 80 bp.
BTP al 4,00%.
Bund 3,20%.
Treasury al 4,64%.
€/$ 1,166.
Continua lo stato di grazia del Bitcoin (favorito anche dalla debolezza del $), sempre appiccicato ai $ 80.000 (79.100).
Buona giornata.
Ginettaccio
PS: chi svolge lavori usuranti per lo meno (magra consolazione) può usufruire di anticipi nel pensionamento. Ma un giocatore di football americano rientra in questa categoria? Uno studio del British Medical Journal ci dice che ben uno su quattro soffre di CTE (Encefalopatia Traumatica Cronica), una malattia neurodegenerativa causata dai ripetuti traumi cranici subiti dai giocatori. Per avere un metro di paragone, si pensi che i minatori di carbone hanno un rischio di sviluppare malattie invalidanti in una percentuale compresa tra il 10 e il 20%. Da notare che la malattia è diagnosticabile in modo certo solo post-mortem e che non ci sono cure. Tranne una: non giocare. Peccato che la NFL (il campionato americano) sviluppi un giro d’affari annuo non inferiore ai $ 21 MD e che il Super Bowl è, di gran lunga, l’evento più seguito da quelle parti.
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