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Il Capitale - di Marco Liera · Aug 26, 2026

Il nuovo comitato Draghi (Rhine Group) replica fedelmente la liturgia di Davos: solo le persone di grande successo possono dire cose “intelligenti” sulla crescita.

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Marco Liera · Il Capitale - di Marco Liera

L’Europa non cresce abbastanza. La produttività langue, l’America ci lascia indietro, la Cina corre. Cosa fare?

Naturalmente un comitato.

È nato il Rhine Group, creato da Mario Draghi e Patrick Collison di Stripe per trasformare finalmente in azione le ricette del Rapporto Draghi sulla competitività europea. L’intenzione è serissima e il problema pure: soltanto quattro delle 50 maggiori aziende tecnologiche mondiali sono europee.

Anche la squadra è impressionante. Premi Nobel, professori di MIT, Bocconi, LSE, Berkeley, grandi manager, ex ministri, banchieri, editori, più un buon numero di imprenditori tecnologici veri: Stripe, Shopify, Klarna, Celonis, Bending Spoons, Atomico. Per l’Italia, tra gli altri, Francesco Giavazzi, Lucrezia Reichlin, Vittorio Colao, Luca Ferrari e Andrea Pignataro di ION.

Tutta gente degnissima.

Però resta una domanda: perché questi comitati per capire come si crea crescita finiscono sempre per assomigliare a un convegno di persone che nella vita hanno già (stra)vinto?

Io, nel prossimo, metterei obbligatoriamente anche un imprenditore fallito. Non uno che ha rubato: uno che è stato semplicemente sfortunato, ha perso i soldi suoi e magari quelli della banca, licenziato cinquanta persone, passato tre anni con gli avvocati e adesso sta cercando di ripartire.

Potrebbe raccontare qualcosa di interessante sul risk taking europeo.

Poi un curatore fallimentare, che invece di studiare la distruzione creatrice di Schumpeter la sperimenta ogni giorno nel suo lavoro.

Un avvocato che si occupa di litigation, possibilmente uno che abbia trascorso vent’anni a vedere soci che si adoravano trasformarsi in nemici mortali per una clausola di sette righe.

Un esperto di patologie finanziarie, che spiega ai professoroni seduti al tavolo il ruolo della ‘ndrangheta e del riciclaggio nel business di Italia e altri Paesi europei.

Un trader. Uno vero, che alle 10.03 ha una convinzione macroeconomica e alle 10.04 scopre che il mercato se ne infischia.

Uno startupper che non abbia ancora fatto l’exit e quindi non sappia se tra cinque anni sarà sul palco di Davos oppure starà aggiornando LinkedIn.

Un private banker stagionato che ha vissuto insieme ai suoi clienti il -53% delle Borse durante la Grande Crisi Finanziaria del 2007-2009.

Metterei persino un hacker. E, per completare la biodiversità, un crypto bro. Possibilmente sopravvissuto a tre crash, due exchange falliti e almeno una stablecoin che stabile non era.

Pignataro va benissimo: di rischio imprenditoriale ne ha preso parecchio, forse anche troppo, visto l’uso generoso della leva finanziaria. Ma proprio per questo sarebbe bello mettergli accanto qualcuno che con la leva si è già fatto male.

Perché il problema non è il Rhine Group, che contiene peraltro molti imprenditori veri. È un’abitudine più generale delle élite europee: quando vogliono capire perché l’economia reale non funziona, invitano soprattutto quelli che sono riusciti a starne nella parte più confortevole. Ai fini della ricerca delle soluzioni, è un modo singolare di indagare sulla ragioni del “declino”: io interpellerei per primi quelli che hanno conosciuto da vicino o sofferto personalmente la decrescita.

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È un po’ il modello Davos.

Ogni anno alcune migliaia di persone arrivano in jet privati, limousine e scarponcini tecnici da 900 euro in questa amena località svizzera per discutere - sorseggiando Krug - su come “migliorare il mondo” insieme ad altre persone che hanno avuto un successo straordinario nel mondo così com’è.

Poi tornano a casa sorprese perché il mondo reale non esegue le loro raccomandazioni.

Forse per rilanciare la crescita europea servirebbe un po’ meno selezione per curriculum e un po’ più selezione per cicatrici.

Accanto al Nobel, quello che ha perso cinque milioni.

Accanto al CEO, quello licenziato dal CEO.

Accanto al professore di entrepreneurship, quello che ha ipotecato casa per pagare gli stipendi.

E accanto all’esperto di regolamentazione finanziaria, il crypto bro.

Non necessariamente per dargli ragione.

Anche soltanto per scoprire che esiste.

Molto probabilmente questo non accade perchè questi networks sono rilevanti soprattutto per consolidare le reti relazionali finalizzate al business, e abbastanza irrilevanti per il resto dell’umanità. Affari loro quindi, e non nostri. Quindi, se la liturgia resta sempre quella di Davos, la strategia migliore è disinteressarsene del tutto.

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