Era il 1955.
Walter Bonatti, 25 anni, decide di affrontare da solo il Pilastro Sud-Ovest del Petit Dru. Una parete di granito verticale nel massiccio del Monte Bianco che nessuno aveva mai salito in solitaria.
Niente partner di cordata. Niente soccorsi. Niente cellulare.
L’unico contatto con il mondo era un sistema di segnali luminosi concordato con chi lo aspettava a valle. Una luce nella notte significava che era vivo. Nessuna luce significava che era morto.
Sei giorni da solo su una parete di roccia verticale. Sei notti appeso nel vuoto, con temperature sotto zero, senza sapere se ce l’avrebbe fatta.
A valle c’era qualcuno che guardava il buio sperando di vedere quella luce.
Oggi sarebbe inconcepibile.
Oggi prima di uscire dobbiamo sapere se il cellulare prende, se c’è il tracciato su Komoot, se qualcuno può venire a recuperarci in caso di emergenza.
Bonatti non aveva niente di tutto questo. Aveva solo se stesso, la roccia e l’incertezza totale.
E quella salita è diventata una delle imprese più grandi della storia dell’alpinismo.
Ti ho raccontato la storia di Bonatti perché l’altro giorno mi sono trovato in una situazione per niente piacevole.
Ero a 3500 metri. Di colpo è arrivato il brutto tempo.
Grandine. Pioggia. Vento.
Mi guardo intorno e capisco che non è una bella situazione.
L’ambiente era ostile. Ero costretto a navigare su enormi massi, il che non mi permetteva di andare veloce e di conseguenza mi raffreddavo rapidamente.
Un passo alla volta. Ci provo. Scivolo perché metto un piede su una lastra di ghiaccio.
Niente panico. Mi rialzo e continuo.
Perdo continuamente la traccia. E dentro di me iniziava piano piano a salire l’ansia, come una pentola che va verso l’ebollizione.
Sapevo che non era una situazione sostenibile. Dovevo uscirne velocemente.
Cerco di seguire la traccia, ma la perdo. Provo a fare un taglio, ma non funziona. Mi ritrovo davanti a una parete verticale. Mi inerpico, ma peggiorava solo le cose.
Niente da fare. Devo stare calmo.
Torno indietro. Ritrovo la traccia che saliva lungo un tratto attrezzato. Il che non sarebbe stato un problema se non fosse che iniziavo a essere parecchio infreddolito.
Ma c’è poco da fare. Bisogna andare avanti.
Mi aggrappo alla catena. Salgo. Le mani si raffreddano rapidamente e perdo la sensibilità.
In quel momento però contava poco. Dovevo svalicare il prima possibile ed uscire da quel tratto attrezzato.
Guardo in basso e mi dico: “Calma. Non avere fretta. Qui non puoi permetterti di cadere.”
Salgo un passo alla volta su quella maledetta scaletta a 3200 metri di quota.
Arrivo in cima. Vedo il rifugio in basso. Una piccola ancora di salvezza.
Scendo piano, cercando di rimanere concentrato. Un passo alla volta. Fino a quando finalmente non sono fuori pericolo.
Questa esperienza mi ha fatto riflettere su una cosa.
“Ma se succede qualcosa?”
Al giorno d’oggi per noi è inconcepibile correre un rischio.
Non sai quanti mi scrivono cose del tipo: ma non hai paura? Ma se incontri una vipera? Ma gli orsi? Ma se il cellulare non prende?
E mi sono reso conto che quello che per Bonatti era la normalità, oggi è diventato inconcepibile.
È diventato inconcepibile correre un rischio, seppur calcolato.
La società ci tiene aggrappati alla nostra sicurezza e ci terrorizza ogni volta che proviamo ad uscirne.
Sai rispondere a questa domanda?
Avventura = rischio. Altrimenti non sarebbe un’avventura.
Attenzione. Questo non vuol dire scalare il Dru in solitaria con gli scarponi da cuoio come ha fatto Bonatti.
Avventura significa semplicemente accettare che qualcosa può andare storto e decidere comunque di viverla.
L’alternativa è vivere una vita piatta.
Questo vale nello sport come nella vita.
Siamo abituati ad avere la sicurezza totale. Ma mi sono reso conto che dall’altra parte della sicurezza c’è la vera libertà.
Quando ho rinunciato allo stipendio fisso ogni mese, alla tredicesima, alla quattordicesima, alle ferie pagate e alle malattie pagate, è stato quello il momento in cui sono finalmente diventato libero.
Ho abbracciato l’incertezza per poter costruire qualcosa di mio. Il lavoro mio, una attività mia, un progetto mio e l’unico modo che avevo per farlo era liberarmi da quell’ancora a cui la scoietà ci ha sempre fatto ambire: “Il posto fisso”.
Così come quando vado in montagna: cerco di adottare tutte le precauzioni possibili, ma sono consapevole che ci sarà sempre un tratto dove il cellulare non prende e non ci posso fare niente.
Dobbiamo capire che quella incertezza non è il problema.
È l’essenza stessa dell’avventura.
Bonatti non è diventato leggendario nonostante il rischio e l’incertezza.
È diventato leggendario grazie ad essi.
Togliti l’incertezza e non hai più un’avventura. Hai una passeggiata con la mappa. 🔥
Come posso fare per viviere la vita che ho sognanto e le avventure che ho sempre desierato?
Come dico sempre: “Un passo alla volta”.
Come ogni cosa bisogna andare per gradi ed il primo passo è quello di definrie la prpripeie paure
Per esperienza, una delle cose che mi chiedono più spesso è la paura di incontrare una vipera.
D’altronde è normale. È un animale che incute timore, insidioso e un po’ bastardo.
Basta metterci il piede sopra e ZAC. Siamo fregati.
Ma è davvero così?
Secondo te quali sono le probabilità di morire per morso di vipera?
La mortalità è dello 0,1% e si registra in media 1 solo decesso all’anno in tutta Italia. Spesso il pericolo maggiore non è nemmeno il veleno in sé, ma lo spavento o una grave reazione allergica come lo shock anafilattico.
Se calcoliamo la probabilità sulla popolazione italiana viene fuori che 1 su 60.000.000 è vittima di questo tipo di incidente. Ovvero lo 0,0000017% all’anno.
Perché ti ho fatto questo esempio?
Perché quando razionalizziamo le paure è molto più facile combatterle. E ci rendiamo conto che il 99% delle volte sono irrazionali.
O meglio ancora: noi esseri umani siamo estremamente suscettibili a certi tipi di paura, anche quando i numeri dicono l’esatto contrario.
Hai mai sentito di qualcuno che non prende l’aereo perché ha paura, ma ogni giorno gira in macchina senza pensarci?
Eccoti i dati:
Morire in macchina: 1 su 114 (per chilometro percorso)
Morire in aereo: 1 su 9.000.000 (per volo)
L’aereo è circa 80.000 volte più sicuro dell’auto.
Eppure in molti non volano per paura che l’aereo cada.
Perché siamo così terrorizzati da certi rischi e completamente ciechi ad altri?
Perché fanno notizia.
Quando un aereo cade esce su tutti i telegiornali, sui social, su tutti i siti di news per giorni. Le centinaia di morti che purtroppo avvengono ogni giorno per incidenti stradali no. Per cui fa molto più notizia l’aereo nonostante numericamente gli incidenti in auto siano 80.000 volte più frequenti.
Più una cosa fa notizia, più ci spaventa. Anche se statisticamente non dovrebbe.
Ne vuoi sentire un’altra che riguarda noi runner?
Mi trovo in Trentino al momento della scrittura di questa newsletter. E qui dove ti giri trovi un cartello che indica che sei nella “zona dell’orso”.
Panico. Cazzo, non voglio assolutamente trovarmi faccia a faccia con una bestia di centinaia di chili e artigli che neanche Wolverine degli X-Men.
Ma effettivamente, qual è la probabilità che questo succeda?
Il Trentino registra circa 20 milioni di presenze turistiche l’anno.
In 10 anni: 200 milioni di presenze.
In 10 anni ci sono stati 8 attacchi totali, 1 solo mortale.
La probabilità di morire attaccato da un orso in Trentino: 1 su 200.000.000.
Ovvero lo 0,0000005%.
Ogni mattina sali in macchina con una probabilità di morire 1.750.000 volte più alta rispetto a un attacco mortale di orso in Trentino. Eppure hai paura dell’orso e non della macchina.
La paura non segue la logica. Segue i titoli dei giornali.
Ti ho detto tutto questo per farti capire una cosa fondamentale.
Le paure che ci bloccano, che ci impediscono di andare in montagna, di vivere avventure, di uscire dalla zona di comfort, nella stragrande maggioranza dei casi non hanno basi razionali.
Sono costruite da anni di telegiornali, social media e conversazioni al bar che amplificano il rischio percepito ben oltre quello reale.
La prossima volta che una paura ti blocca, chiediti una cosa sola: è reale o è solo rumore?
Fai i conti. Guarda i numeri. E poi decidi.
Quasi sempre scoprirai che il rischio era nella tua testa, non sul sentiero. 🔥
Marco
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