Lettera Savej è la newsletter della Fondazione Enrico Eandi. Pubblichiamo Rivista Savej, curiamo le Edizioni Savej, realizziamo progetti all’incrocio tra cultura piemontese e digitale come il Dizionario Elettronico Piemontese e altri.
— RIVISTA SAVEJ
La collezione di antichi vitigni sotto il castello di Grinzane
Ai piedi del castello di Grinzane, nei terreni che furono parte della proprietà dei Benso di Cavour, un vigneto raccoglie oggi più di 500 varietà di vite, in gran parte vitigni minori e rari, spesso in via di abbandono se non ormai scomparsi dai filari, crùs e vigneti commerciali. È in sostanza un “museo a cielo aperto” delle risorse genetiche attuali e di un tempo. Vi sono infatti ospitate tutte le varietà di vite dell’Italia Nord-Occidentale, oltre a cultivar nazionali e internazionali di riferimento. La collezione ampelografica (raccolta di vitigni), con le sue 800 accessioni coltivate su più di un ettaro di superficie, mantiene vivo e attivo un patrimonio di inestimabile valore biologico, storico e scientifico.
Anche se non è tra le più grandi collezioni di vitigni che esistono (certe comprendono infatti alcune migliaia di accessioni), la collezione di Grinzane è una delle più importanti dell’intera Europa tra quelle orientate alla salvaguardia delle risorse genetiche minacciate di scomparsa.
La collezione nasce nel 1992 quando il Centro Miglioramento Genetico della Vite del C.N.R. di Torino (oggi confluito nell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del C.N.R.), con sostegno finanziario regionale, impianta, in collaborazione con la “Vignaioli Piemontesi” e con l’Azienda agraria di Grinzane condotta dall’Istituto Enologico Umberto I di Alba, un primo vigneto rimasto attivo fino al 2014 in un lotto di terreno adiacente al vigneto attuale. La collaborazione con il Consorzio della “Bottiglia Albeisa” è stata recentemente fondamentale per il supporto economico al mantenimento della collezione stessa. I terreni del fondo dei vigneti sono di pertinenza degli Enti comunali proprietari del Castello di Grinzane Cavour.
Nasce così una sinergia tra il pubblico e il privato al servizio di un recupero del passato agricolo in via di estinzione volto e finalizzato a proposte di studio per un futuro vitivinicolo.
L’intento era di mettere a dimora e conservare vitigni “antichi”, ormai dimenticati e in via di scomparsa che il Centro del C.N.R. aveva raccolto negli anni, soprattutto nei vigneti marginali del Piemonte, grazie alle segnalazioni di viticoltori, vivaisti, appassionati e possedere sue proprie risorse e competenze.
Nel 2012–2013 è stato poi realizzato un nuovo impianto con il materiale già collezionato e con nuove introduzioni, dismettendo il vecchio vigneto.
Di ogni accessione si coltivano cinque piante, tutte innestate sullo stesso portinnesto e allevate a controspalliera. Per una decina di vitigni che paiono di promettenti potenzialità enologiche, le parcelle comprendono 70–80 ceppi, in modo da permettere vinificazioni su piccola scala e, in futuro, la raccolta dei dati necessari a richiederne l’iscrizione nel “Registro delle Varietà” e l’idoneità alla coltura. Le accessioni infette con virus dannosi per la vite sono separate dalle sane mediante una zona di rispetto, in modo da ostacolare la possibilità di infezioni.
Oltre a servire alla conservazione di risorse genetiche spesso uniche, ormai introvabili altrove, la collezione ha una spiccata funzione didattica, per imparare a riconoscere per comparazione i diversi vitigni. Da anni infatti si svolgono nella “Collezione” corsi per studenti universitari e per tecnici deputati ai controlli varietali nei vigneti. La coltivazione di tutti i vitigni in un unico luogo e con le stesse modalità permette di fare valutazioni agronomiche, di rilevarne la composizione delle uve e le potenzialità tecnologiche in confronto con vitigni di riferimento regionali, nazionali e internazionali. Il materiale coltivato è inoltre base ideale per studi di genetica, genomica, patologia, microbiologia, virologia, tecnologia enologica e per tutte quelle discipline legate alla vite che si avvantaggiano di un’ampia base di diversità genetica.
— LIBRERIA SAVEJ
Un percorso sui sentieri del vino tra eccellenza, cultura e territorio: il nettare degli dei nell’arte, le opere d’artigianato dei bottai, i patriarchi del vino, gli antichi vitigni riscoperti a Grinzane Cavour, lo scandalo del vino al metanolo e tanto altro nel tredicesimo numero di Rivista Savej!
— DISSIUNARI (a cura di Massimo Bonato)
In piemontese l’Artemisia absinthium, l’assenzio, può essere chiamato in diversi modi: absint, üisens, bunmé, erba amera, erba santa, erba fort, medighet. Ciascuno di essi racconta un pezzo di storia dell’assenzio, storia quanto mai curiosa e travagliata.
In effetti, l’assenzio è un’erba amera, un’erba fort, se anche i greci con ἀψίνθιον (apsinthion) facevano riferimento al gusto amaro della pianta, definendone l’estratto “imbevibile”. Ma fu, almeno all’inizio anche un’erba santa, un medighet per le proprietà terapeutiche che si vollero ascrivere al genere Artemisia.
Nel 1789, nei pressi di Neuchâtel, in Svizzera, il dottor Pierre Ordinaire aveva registrato un distillato a base di assenzio, melissa, anice, issopo, acoro e dittamo, con intenti curativi, che si rivelarono però di poca efficacia. La ricetta venne dopo pochi anni ceduta a una piccola liquoreria, nella vicina cittadina francese di Pontarlier, la Pernod, che aggiunse alla ricetta il finocchio, traendo un liquore aromatizzato attorno ai 70 gradi, a cui l’assenzio fresco e l’issopo donavano un colore verdolino, tale da essere soprannominato la Fée Verte (la Fata Verde).
Ancora a metà tra il concentrato curativo e il distillato da bancone, l’assenzio venne utilizzato durante l’invasione francese dell’Algeria, e somministrato alle truppe come profilassi contro la febbre; distribuito credendo che l’alta gradazione alcolica consentisse di rendere l’acqua potabile con una certa sicurezza. Lì cominciò il suo successo come distillato vero e proprio, dal momento che tornati in patria i soldati continuarono a richiedere questo liquore nei locali, come bevanda rinfrescante o digestivo da diluire nell’acqua. Una moda che prese piede in fretta, e mai come prima, agli albori della Belle Époque sostenuta da una campagna pubblicitaria che portava con enfasi il liquore tra le mani di ogni bon vivant, di eleganti donne di classe. Tra il 1875 e il 1913 il consumo di assenzio in Francia crebbe di quindici volte; l’artemisia era abbondante in natura e, in virtù del progressivo calare del prezzo dell’alcol tratto dalla fermentazione di grano o barbabietole, si arrivò a pagare un bicchiere di assenzio meno di una pagnotta di pane, meno di un bicchiere di vino.
A questo punto, da liquore preferito dalla dama con sigaretta e bocchino dell’alta borghesia, l’assenzio si rese disponibile anche ai ceti più bassi fino a soddisfare il miserabile che di quattrini doveva far elemosina. Dalla raffinatezza e l’erotismo del primo marketing, la pubblicità cominciò a far l’occhiolino ai poeti maledetti, ai bohémien, agli impressionisti allora in voga. Anche se la realtà celava ormai altro: nel torno di qualche lustro, dalla trasgressione della borghesia si era passati all’alcolismo tanto più diffuso quanto più a buon mercato, che raggiungeva i più poveri e i minori; da segno di distinzione a piaga sociale; da liquore pregiato a capro espiatorio a cui ascrivere abbrutimento e annichilimento, minore rendimento sul lavoro, episodi criminali.
Il problema però non era soltanto sociale, ma economico. Moralisti e proibizionisti, sanità pubblica e governo strinsero d’assedio i produttori di assenzio, che avevano fatto fino ad allora la loro fortuna. Tuttavia si dovettero fare i conti con la possibilità che a combattere il diffuso alcolismo si abbattesse anche l’intero comparto degli alcolici, per non parlare di quello vitivinicolo già abbondantemente provato dalla concorrenza che l’assenzio gli aveva fatto per anni. Per colpire l’alcolismo si doveva colpire l’assenzio, non l’alcol, e il nome di Valentin Magnan, dimenticato da tutti, tornò a far parlare di sé.
Valentin Magnan, medico e psichiatra che legò il suo nome all’ospedale Sainte-Anne di Parigi, aveva condotto studi sull’assenzio molto tempo prima che il liquore dilagasse capillarmente. In particolare si era concentrato sulle alterazioni e sulle allucinazioni che un uso prolungato del distillato poteva produrre; aveva quindi studiato l’olio essenziale cavandone un componente, il thujone, che a suo dire sarebbe stato la causa del delirio provocato dalla bevanda alcolica. Con gli esigui strumenti scientifici del tempo, Magnan prese per assoluto il dato estratto dall’olio essenziale, senza cioè porlo in correlazione ad altri dati, non ultimo l’effetto dell’alcol: ovvero, quanto thujone sarebbe stato necessario per provocare deliri e allucinazioni? Quanto alcol sarebbe invece bastato per raggiungere i medesimi effetti?
Governo e moralizzatori avevano il loro dato scientifico su cui fondare una campagna per affossare l’assenzio e il suo liquore. Anche un dato pseudoscientifico era sufficiente per individuare il problema e isolarlo: l’assenzio non era più soltanto un liquore, era ipso facto diventato un veleno. Non l’alcol provocava alcolismo, bensì era il thujone presente nell’assenzio a condurre a deliri e allucinazioni. I comparti vitivinicolo e alcolico erano assolti, e salvati. Così, dal 1915 in Francia, dal 1923 in Germania e via via in tutta Europa, l’assenzio venne bandito vietandone produzione e commercializzazione.
Fu solo nel 1988 che cadde l’ostracismo a cui era stato sottoposto l’assenzio, riprendendo le ricerche quanto mai approssimative di Magnan. Ci si accorse allora che la quantità di thujoni necessaria a essere nociva all’organismo doveva superare i 250 mg/l e venne stabilito che per commercializzare il liquore non dovessero essere presenti più di 35 mg/l. Senonché nel 2008, dei ricercatori, venuti in possesso di bottiglie di assenzio del 1915 le esaminarono, scoprendo che la quantità di thujoni in esse contenute erano… di 35 mg/l, perfettamente in linea con le normative europee odierne. In definitiva non altro si scoprì che per cominciare a diventare nociva all’organismo, quella quantità di thujoni, presente oggi come allora nell’assenzio, occorreva che di liquore ne fossero bevuti sei litri di seguito. Che deliri e allucinazioni fossero dovuti allora alla gran copia di alcol in circolazione a buon mercato?
— PIEMUNTEIS.IT
— COSE MOLTO PIEMONTESI
Il Castello Falletti di Barolo torna protagonista della scena culturale internazionale con l'inaugurazione del nuovo allestimento del WiLa – Wine Labels Collection, una delle più importanti raccolte al mondo dedicate alle etichette del vino. Il patrimonio del museo comprende oggi oltre 285.000 etichette provenienti da 105 paesi, raccontando la storia del vino attraverso grafica, arte e comunicazione. L'inaugurazione segna anche l'apertura della mostra Il vestito di Artemisia, un'esposizione interamente dedicata al Vermouth che ne ripercorre l'evoluzione culturale, artistica e commerciale attraverso le sue celebri etichette.
— EDIZIONI SAVEJ
Parent, amis e piöva,
tre di e pöi nöja
(Parenti, amici e pioggia,
tre giorni e poi noia)
Savejla pi lunga attinge al vasto repertorio di proverbi e modi di dire piemontesi: un bagaglio di saggezza popolare antica ma sempre attuale che, grazie a saggezza, buonsenso e un po’ di umorismo ci aiuta ad affrontare meglio la vita quotidiana.
La raccolta è abbellita dalle tavole di Carlo Nicco, artista torinese del primo del Novecento. Cartellonista, disegnatore, incisore, costumista e scenografo oltre che illustratore e pittore, Nicco è famoso per i manifesti pubblicitari e per le illustrazioni editoriali. Oggi i suoi lavori sono considerati a tutti gli effetti opere d’arte da collezionare.
Grazie per aver letto fin qui! Conosci qualcuno che potrebbe essere interessato a questa mail? Inoltragliela!
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.