Lettera Savej è la newsletter della Fondazione Enrico Eandi. Pubblichiamo Rivista Savej, curiamo le Edizioni Savej, realizziamo progetti all’incrocio tra cultura piemontese e digitale come il Dizionario Elettronico Piemontese e altri.
— SAVEJ LA STORIA
📌 Si riparte a settembre! Dopo l’estate torneranno i nostri eventi dedicati alla storia piemontese. Nel prossimo appuntamento di Savej la storia. Raccontiamo il Piemonte dal vivo, insieme ad Alberto Riccadonna (giornalista, direttore di La Voce e il Tempo e fondatore di Torino Storia), andremo alla scoperta della nascita dell’industria torinese sulla Dora. Un nuovo appuntamento da non perdere! 📌
— RIVISTA SAVEJ
Scrivere come atto di autodeterminazione
Asprigna io sono e rido un poco acerba.
Mordere più che accarezzar mi piace
ed apparir più che non sia superba.
Come il vento di marzo io non do pace.
Godo sferzare ogni anima sopita,
e trarne lo ire a un impeto vivace
per sentirla vibrar fra le mie dita.
C’è stato un tempo in cui nascere donna e decidere di scrivere era già un atto di ribellione. Un tempo in cui la parola, usata in un certo modo, poteva risultare dannosa per la propria reputazione, per la salvaguardia della libertà, per l’amore stesso. Amalia Guglielminetti, nata a Torino il 4 aprile 1881, lo sapeva bene. Eppure, sempre, continuò a scrivere. Scriveva come si ama e come si odia: senza porsi limiti. La sua voce – potente, sensuale, disturbante – sfidò convenzioni, scandalizzò perbenisti, mutò stereotipi. Amalia Guglielminetti non fu mai una donna facile da etichettare, né da amare, ma fu una persona intimamente autentica, emancipata, anticonformista, in continua ricerca di sé. Di certo non perfetta. Ricordarla oggi mi sembra importante, perché abbiamo bisogno di donne coraggiose che scrivano con la febbre, che vivano senza censure, che siano sé stesse fino in fondo. Donne anche da imitare, se serve.
Torino non è soltanto la città natale di Amalia, ma il vero scenario della sua formazione culturale e della sua battaglia per l’emancipazione. Nella città elegante e austera di fine Ottocento, si cela una sottile tensione tra progresso e tradizione, tra crescita industriale e conformismo borghese. Nei versi della Guglielminetti si percepisce la presenza costante della sua città: a volte come alleata, a volte come prigione, comunque sempre testimone del suo coraggio e della sua audacia.
Di fatto, Amalia sente di appartenere a Torino. Anche quando gli scandali cominciano a macchiare la sua reputazione, anche quando le porte delle riviste diventano più strette, anche quando le amicizie si diradano e non sente più la città come un luogo sicuro, lei non desidera mai davvero lasciarla.
Orfana di padre a soli cinque anni, cresce sotto la rigida educazione del nonno paterno, un “vecchio parsimonioso industriale, rigido clericale e severo custode del focolare domestico”. Con lui, insieme alla madre, al fratello e alle due sorelle, è costretta a frequentare istituti religiosi fino al 1897. Un ambiente che lascia profonde cicatrici emotive, ma che, al contempo, ne nutre l’immaginazione e l’istinto ribelle.
Nonostante le contrarietà, Amalia comincia a scrivere versi giovanissima, spesso di nascosto. La letteratura diventa l’antidoto alla solitudine, alla difficoltà di accettare la vita per quella che è, l’arte si sostituisce alla cruda realtà. Il suo primo contributo letterario risale al 1901, quando inizia a pubblicare le sue poesie sul supplemento domenicale della Gazzetta del popolo. Si tratta di versi ancora scolastici, nei quali l’autrice non pare aver ancora maturato un linguaggio espressivo originale. La raccolta Voci di giovinezza, viene diffusa quasi clandestinamente nel 1903, ma già nel 1907, con Le vergini folli, la Guglielminetti riesce a imporsi sulla scena letteraria torinese, suscitando scalpore e ammirazione.
L’influenza degli anni del collegio compare in maniera chiara in questa sua prima raccolta di successo, dove Amalia dà voce a donne leggiadre, apparentemente ingenue, recluse in un mondo ovattato, in un ordito di desideri repressi e drammi d’amore. Nei versi, dal contenuto forte e carnale, l’autrice si fa portatrice dei loro tormenti psicologici, delle sofferenze e delle rinunce causate da una vita in clausura. Amalia non è soltanto narratrice, diventa guida, sorella, confidente, è una presenza leggera eppure importante, pronta a cogliere ogni sfumatura dell’animo femminile. In lei si fondono l’osservatrice lucida e la donna che ancora fatica a piegarsi al suo destino di sottomissione. Attraverso richiami dannunziani e danteschi, fa riferimento alla condizione femminile di asservimento e, in alcune occasioni, inizia a far uso di qualche parola di denuncia nei confronti di un mondo che vede la donna ancora relegata a ruoli subordinati.
In questi anni frequenta i salotti letterari e gli ambienti più dinamici della città, dove si intrecciano le voci della poesia, del giornalismo, del teatro. Il 25 aprile 1908 prende parte al Congresso femminile della cultura, organizzato a Roma da alcuni intellettuali con il compito di definire il nuovo ruolo della donna nella società, ma, nonostante le sue ampie vedute, rimane profondamente infastidita e delusa dal clima che trova all’interno, come testimoniano le sue parole in una lettera a Gozzano il 30 maggio:
— LIBRERIA SAVEJ
Un viaggio nella storia delle donne piemontesi tra XIX e XXI secolo: otto fumne che, con coraggio, talento e determinazione, hanno aperto nuove strade verso l’emancipazione e l’autonomia. Dalle battaglie per i diritti di Emilia Mariani e Bianca Guidetti Serra alle prime astronome dell’Osservatorio di Torino, fino alla creatività di Elena König Scavini e alle celebri bambole Lenci: storie di donne che hanno lasciato il segno. E molto altro nel quarto numero di Rivista Savej!
— DISSIUNARI (a cura di Massimo Bonato)
Tipica pianta mediterranea, il carciofo, articioc, è coltivato soprattutto in Italia, Egitto, Spagna, anche se non manca in Inghilterra e in California.
Già conosciuta da Greci e Romani, la cynara – così lo chiamarono i Latini – deve essere stata domesticata in Sicilia nel I secolo, a partire da un progenitore selvatico, raggiungendo presto le tavole del mondo allora conosciuto. Fu probabilmente Caterina de’ Medici a far conoscere il carciofo in Francia, e già nel Cinquecento ne gustava Enrico VIII in Inghilterra, dove lo avevano portato i mercanti olandesi.
Tanto segue le rotte commerciali la pianta quanto il nome esotico, che si propaga a partire dall’arabo al-ḵuršūf modificatosi già in alẖaršúf(a) nell’arabo parlato in Andalusia, e arriva in Italia attraverso due vie. La via mercantile di Venezia, da cui genera le forme variamente derivate da carciofo nei dialetti italiani – scarcioful viene chiamato in Marche e Abruzzo, carcioffola in Campania, caccioffulu in Calabria. La via mercantile che attraversa la Spagna, da dove, mantenendo l’articolo, la forma del nome ha dato origine allo spagnolo alcachofa, al portoghese alcachofra, al francese artichaut da cui deriverebbero infine anche l’inglese artichoke, il tedesco Artischocke e il piemontese articioc. Benché conosciuto anche all’italiano antico, in nomi obsoleti come artichiocco, archicchiocco, articioc, divide l’Italia in due lungo una linea immaginaria al di là della quale è prevalente la forma carciofo e al di qua la forma a noi consueta, peraltro molto produttiva se si pensa che non solo è la forma di parola più utilizzata in Europa, ma arriva fino all’hindi āṭicok, al coreano atichokeu, all’indonesiano articok, tanto per citare qualche lingua parecchio distante dal Mediterraneo.
Anche se dieci sono i tipi di cynara coltivati, una sola è però la testa d’articioc: quella dura di comprendonio, un po’ sciocca, che ne combina sempre una.
— UN GIRO IN LIBRERIA (di Roberto Coaloa)
Su Napoleone, “dobbiamo fare tanto di cappello davanti alla sua grande personalità… Che uomo!”. Così prorompeva a tavola il vecchio Buddenbrook (che aveva visto Bonaparte “poco prima della campagna di Russia, in occasione di una rivista nel cortile delle Tuileries”) di Thomas Mann. Dopo quella generazione, contemporanea dell’imperatore, i più giovani romantici provarono disprezzo per l’uomo che assassinò il duca d’Enghien. Oggi gli storici affermano concordi che l’idea fissa di Napoleone era il potere. A scardinare queste certezze, alla vigilia del grande bicentenario della morte dell’imperatore, ci ha pensato Ernesto Ferrero.
Lo studioso di Napoleone, che da anni indaga sull’Europa dell’impero, dopo il romanzo N. (Premio Strega 2000), che racconta i dieci mesi dell’Elba, ha continuato a indagare gli aspetti che possono scoprire meglio le differenti sfaccettature di una personalità che ha fondato la modernità con le Lezioni napoleoniche, il monologo teatrale Elisa e un libro per bambini, Il giovane Napoleone.
Oggi, dopo questo noviziato accanto all’imperatore, lo scrittore torinese propone un ritratto inedito di Napoleone, dove non regna solo la ragione nelle imprese (dalla politica all’economia) e non esiste unicamente il potere. Ferrero, ci racconta la sua follia autodistruttrice, che in Russia lo fa mentire a se stesso per “restare fedele alla propria leggenda”. Accanto a “mes affaires”, Napoleone si distrae, da vero erotomane, con tantissime donne. La femme fatale di Napoleone ha però l’aspetto di una bambina cresciuta in fretta, dal generoso seno, che fa esclamare all’imperatore, non ancora padre: “Ecco l’utero che mi occorre!” (che nell’originale francese suona così: “Voilà l’utérus qu’il me faut”). L’aneddoto non è riportato da Ferrero e si riferisce a Maria Luisa, l’Asburgo sposata in seconde nozze da Napoleone, che ingenuamente aveva sognato un’armonia, un equilibrio europeo. Ferrero immagina Napoleone pensieroso nell’esilio di Sant’Elena. Il suo solo errore in quella alleanza era di “averci messo un cuore troppo borghese”.
— PIEMUNTEIS.IT
— COSE MOLTO PIEMONTESI
Fino al 20 settembre, negli spazi della Citroniera di Ponente della Palazzina di Caccia di Stupinigi, è ospitata la mostra Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna. Un affascinante percorso tra Ottocento e Novecento, negli anni cruciali in cui la carrozza lascia progressivamente spazio alla nascita dell’automobile moderna. L’esposizione narra l’evoluzione della mobilità attraverso il confronto tra automobili storiche provenienti dal Museo Nazionale dell'Automobile e carrozze ottocentesche della collezione Nicolotti Furno. Un racconto che si intreccia con la figura della regina Margherita di Savoia, donna curiosa e moderna, simbolo di un’epoca sospesa tra eleganza aristocratica e slancio verso il futuro. Attenta alle innovazioni del suo tempo, la regina utilizzò infatti sia le carrozze tradizionali sia le prime vetture a motore, arrivando a possedere una scuderia di tredici automobili, ciascuna identificata con il nome di un uccello.
— EDIZIONI SAVEJ
“Sebben che siamo donne,
Paura non abbiamo.”
Molte sono le donne piemontesi che, nella loro dimensione individuale o in quella collettiva, hanno contribuito al raggiungimento di importanti traguardi sul lungo percorso dell’emancipazione. Letterate, artiste, imprenditrici, operaie, partigiane, mondine… in queste nove storie scopriamo il coraggio e la forza dell’“anello forte”, a cui ispirarci ogni giorno.
Tra queste pagine traspaiono la tenacia e il coraggio, l’intelligenza e l’entusiasmo creativo, la grande generosità e la voglia di cambiamento delle donne piemontesi che per questi valori hanno combattuto e anche vinto. Traguardi sociali scaturiti dall’unione e dalla solidarietà tra donne, un concetto riportato nell’illustrazione di copertina, ideata da Elisa Talentino, in un’unione di forze metaforicamente rappresentata da un tiro alla fune infinito che travalica secoli e confini.
Grazie per aver letto fin qui! Conosci qualcuno che potrebbe essere interessato a questa mail? Inoltragliela!
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