Lettera Savej è la newsletter della Fondazione Enrico Eandi. Pubblichiamo Rivista Savej, curiamo le Edizioni Savej, realizziamo progetti all’incrocio tra cultura piemontese e digitale come il Dizionario Elettronico Piemontese e altri.
— RIVISTA SAVEJ
I monumenti cittadini tornano in luce con gli scatti di Giorgio Boschetti
“I monumenti non appartengono solo alla storia dell’arte, ma fanno parte della vita quotidiana delle persone”. Animato da questa convinzione, il fotografo Giorgio Boschetti ha immortalato, in notturna, i monumenti che punteggiano la città di Torino. Il suo lavoro è attualmente visibile a Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica, nella mostra MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria.
Il progetto espositivo, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano in collaborazione con l’Amministrazione civica e visitabile fino al 7 settembre, nasce dall’incontro tra un’esigenza di rilettura critica e un’occasione concreta: la capillare campagna fotografica realizzata da Giorgio Boschetti. Attraverso il suo obiettivo, i monumenti torinesi acquisiscono una presenza nuova e inattesa. Nelle immagini notturne, di forte impatto visivo, le statue emergono dal buio come figure isolate, sottratte al rumore urbano e restituite a uno sguardo ravvicinato, capace di coglierne espressioni, posture e tensioni formali.
A dialogare con queste fotografie è l’imponente mappa di Torino realizzata a china su carta da Alessandro Capra, che ha adottato una sorprendente soluzione “ibrida”: la veduta zenitale del nucleo storico della città, incentrata su piazza Castello e su Palazzo Madama, lascia gradatamente il posto a una veduta a volo d’uccello, che termina all’infinito meridiano sul Monviso. Nella fitta rete di vie e di piazze che compongono il tessuto urbano, si collocano i 79 monumenti pubblici di Torino, numerati in pianta e rappresentati a uno a uno in singole formelle lungo i bordi, in una visione complessiva che consente a chi guarda di cogliere l’insieme dei monumenti e la loro distribuzione sul territorio.
MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria porta così all’attenzione il patrimonio diffuso di monumenti e statue commemorative che popolano vie e piazze cittadine. Si tratta di presenze spesso date per scontate, talmente integrate nel paesaggio urbano da risultare quasi invisibili, eppure centrali nella costruzione dell’identità collettiva. Non è un caso che la mostra sia ospitata a Palazzo Madama, già sede del primo Senato d’Italia, davanti al quale nel 1859 venne collocato il primo monumento verista: l’Alfiere dell’Esercito Sardo di Vincenzo Vela, la prima “dichiarazione politica” in marmo del nostro Risorgimento.
L’esposizione, si legge nella presentazione,
evidenzia come in nessun’altra città europea la scultura monumentale legata alla storia patria abbia avuto un ruolo così centrale come a Torino, prima capitale dello Stato sabaudo e poi, per un breve ma decisivo periodo, del Regno d’Italia. Un progetto culturale e politico concepito in epoca carloalbertina, in cui la statuaria monumentale diventa strumento visivo e simbolico di un più ampio disegno di riforma che investe le arti, l’assetto dello Stato, l’urbanistica e la vita pubblica, fino alle grandi riforme giuridiche destinate a influenzare l’Italia unita. Questa spinta propulsiva, proseguita negli anni del periodo cavouriano, non si arrestò neppure a fronte del trasferimento della capitale a Firenze, nel 1864, grazie al sostegno delle forze politiche, finanziarie e imprenditoriali che promossero lo sviluppo edilizio della città, e con esso del suo decoro monumentale. Un progetto corale che interessò le istituzioni, ma anche le associazioni culturali e i comitati di cittadini che, attraverso sottoscrizioni cui parteciparono sia il re che il Municipio, diedero vita a un vero e proprio Pantheon di uomini illustri cui dobbiamo la formazione politica, economica, culturale e morale dell’Italia.
— LIBRERIA SAVEJ
Un secolo di psichiatria, tre grandi piemontesi: Cesare Lombroso, Luisa Levi e Annibale Crosignani. Ma anche la diva Isa Bluette, un’intervista a Bruno Segre, la lunga tradizione del bollito, le pietre d’inciampo e tanto altro nel dodicesimo numero di Rivista Savej!
— DISSIUNARI (a cura di Massimo Bonato)
Con lüvertin, o livertin intendiamo sia il “luppolo” (Humulus lupulus) sia l’”asparago selvatico”, là dove il nome compare per entrambi, forse associandoli per la natura o per le proprietà depurative. Il nome è infatti variamente attestato lungo l’Italia settentrionale – si trova per esempio nell’emiliano luvertis, nel milanese leurtis o nel bresciano loertis – e deve la sua provenienza al latino volgare *lupurticium, da cui proviene anche l’italiano luppolo. È possibile però, secondo un’altra teoria, che lüvertin provenga, ancorché sempre dal latino, dalla sua natura arrampicante, dal movimento descritto dalle due parole revoluticium e volvere che significano appunto “avvolgere”, “avvolgersi”. Il luppolo infatti, cresce prevalentemente al Nord, prediligendo un clima fresco e umido, un terreno fertile. Cresce quindi lungo corsi d’acqua, inerpicandosi sulle siepi dando l’impressione di avvolgersi su sé stesso, da cui la seconda interpretazione delle origini latine del nome.
Conosciuto prevalentemente come ingrediente fondamentale per la produzione della birra, non è stato domesticato e coltivato sistematicamente fino al IX secolo, in Germania. Ancora oggi lo si trova inerpicato lungo arbusti o staccionate, e lì raccolto, allo stato selvatico, per usarne in cucina come si usa pure l’asparago selvatico, di cui condivide il nome. Se ne raccolgono i getti in primavera, tra marzo e maggio, e li si fa lessare per poterli poi far saltare in padella, unendoli al riso o facendone frittate, minestre, risotti.
— UN GIRO IN LIBRERIA (di Roberto Coaloa)
Di Camilla, nata a Genova nel 1924, piemontese d’adozione, si conosce la brillante opera di scrittrice: nel 1960 pubblicò con Feltrinelli, La notte dei mascheri; nel 1993 ha vinto il Premio Rapallo Carige per Prima del fuoco (Longanesi); nel 2001 ha vinto il Premio Procida Elsa Morante per la traduzione di Conrad, Suspense (Il Canneto). Moglie dello scrittore Marcello Venturi (morto a Molare, il 21 aprile 2008), Camilla discende da una nobile schiatta ligure, che diede al nostro Stato il diplomatico Giuseppe Salvago Raggi, senatore del regno. Nonno e nipotina finirono in un tenerissimo idillio familiare, lui la adottò e Camilla, ormai marchesa, a ventidue anni si trovò a essere l’ultima del suo casato, l’erede della Badia cistercense di Tiglieto e della villa di Campale, nel Monferrato, che fa da superba cornice a molti suoi romanzi, come Il noce di Cavour.
L’ambasciatore Giuseppe nella scrittura, spesso autobiografica, di Camilla ricorre come un intrigante convitato di pietra, pronto a ricordare alla scrittrice e al lettore il grande stile del mondo di ieri. Così è nel volume Un’estate ancora, dove gli antichi castelli del Piemonte, alti e inaccessibili, con il ponte levatoio e la rampa di mattoni a spina di pesce, sono il teatro di tenere amicizie maschili, come quella tra il vecchio marchese e il domestico, dispensato dall’obbligo della giacca, sia da quella di fatica che da quella bordò.
Bisogna ricordare Camilla, che è mancata il 6 aprile 2022 all’età di 98 anni, perché era una delle più raffinate e inimitabili scrittrici del Piemonte storico. Ritornare ai suoi romanzi, ai suoi racconti e alle sue poesie è oggi necessario per sorridere dei nostri giorni, chiusi dall’angoscia, e dei nostri mostruosi affari familiari. Nella scrittrice, la vita individuale diventa un mondo di esplorazioni etiche e sociali.
— PIEMUNTEIS.IT
— COSE MOLTO PIEMONTESI
Dal 9 al 26 luglio torna ad Albugnano il QUADILA Festival, rassegna diffusa tra teatro, musica, camminate e incontri che anima le colline del Monferrato con eventi gratuiti.
Tra gli appuntamenti in programma, la Fondazione Enrico Eandi porta al Festival un nuovo incontro di Savej la storia. Raccontiamo il Piemonte dal vivo. Domenica 12 luglio alle 20.30, nel Cortile dell’Antica Canonica, Alberto Riccadonna dialogherà con Francesco Eandi per raccontare gli antichi legami tra Torino, piazza San Carlo e il Monferrato. Un viaggio tra guerre sabaude, devozione, architettura e grandi protagonisti del Piemonte per scoprire come luoghi solo apparentemente lontani siano in realtà uniti da secoli di storia comune.
La partecipazione è gratuita; in caso di maltempo l’incontro si terrà presso l’Enoteca Regionale di Albugnano.
— EDIZIONI SAVEJ
Valerio Monti descrive i tragici avvenimenti del settembre 1864, a Torino, ponendo a confronto l’inchiesta municipale e quella parlamentare.
La Convenzione di Settembre tra Francia e Italia viene illustrata attraverso i negoziati. Un intero capitolo è dedicato ai commenti sul trattato, sulla strage e sulla situazione politica italiana, pubblicati dai quotidiani nazionali dell’epoca con sede a Torino, rappresentativi delle diverse tendenze: Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, Gazzetta di Torino, La Stampa (non si tratta dell’odierno quotidiano), L’Opinione, Gazzetta del Popolo, L’Unità Cattolica, Il Diritto. Ampio spazio è riservato alla descrizione della politica interna ed estera di Napoleone III.
Il volume riporta i principali discorsi tenutisi alla Camera dei Deputati a proposito dell’inchiesta parlamentare e la mozione Ricasoli, che sancisce l’archiviazione dell’intera vicenda. Alla luce della storia del periodo post unitario l’autore interpreta la Convenzione e la politica del Governo Minghetti nell’ambito delle dibattute questioni sul “piemontesismo”, “antipiemontesismo” e sul “fare gli Italiani”.
Grazie per aver letto fin qui! Conosci qualcuno che potrebbe essere interessato a questa mail? Inoltragliela!
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