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Matassa | Leila Belhadj Mohamed · Aug 3, 2026

Rassegna #26 27/07-02/08

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Leila Belhadj Mohamed · Matassa | Leila Belhadj Mohamed

Questa settimana la geopolitica sembra muoversi lungo due direttrici opposte. Da una parte tornano i negoziati, dal Golfo al Libano. Dall'altra, crisi migratorie, disastri climatici e tensioni istituzionali continuano a mettere alla prova organizzazioni internazionali e governi. In questa rassegna facciamo il punto sui principali sviluppi degli ultimi giorni e su ciò che vale la pena continuare a seguire.

Le notizie arrivate oggi da Washington, Teheran e Roma sembrano riguardare dossier distinti, ma in realtà raccontano due fronti della stessa guerra e un tentativo, ancora molto fragile, di ricostruire un equilibrio regionale dopo mesi di escalation. Da una parte Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti sono pronti ad avviare un nuovo ciclo di negoziati con l'Iran, sostenendo di aver rinunciato a un ulteriore attacco militare perché sarebbero stati raggiunti i "parametri" per un accordo. Dall'altra, però, Teheran ha immediatamente smentito l’esistenza di colloqui diretti con Washington, precisando che gli unici contatti in corso riguardano l’Oman e la gestione dello Stretto di Hormuz, che l’Iran continua a utilizzare come principale leva negoziale dopo la guerra dei mesi scorsi.

Parallelamente, domani dovrebbe prendere il via a Roma un nuovo round di colloqui tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, che dovrebbe concentrarsi sull’estensione delle cosiddette pilot zones - le aree da cui Israele dovrebbe ritirarsi progressivamente lasciando spazio all’esercito libanese - sulla delimitazione dei confini e su un più ampio accordo di sicurezza.

Un cittadino palestinese tenta di spegnere un’auto in fiamme dopo unbombardamento israeliano a Gaza City, 2 agosto 2026 © Jehad Alshrafi/AP

C'è un terzo dossier che completa il quadro: Gaza. Nelle stesse ore in cui Trump rilanciava la prospettiva di una nuova fase diplomatica con l'Iran, il presidente statunitense ha dovuto fare i conti con il sostanziale fallimento del piano annunciato nei mesi scorsi per porre fine alla guerra nella Striscia. Il progetto, che prevedeva un ritiro graduale israeliano e il disarmo di Hamas, è rimasto bloccato dalle divergenze tra le parti e dall'intensificarsi delle operazioni militari: nelle ultime 24 ore almeno 17 persone sono state uccise nei bombardamenti israeliani, mentre sul terreno continuano gli sfollamenti e l'espansione del controllo militare di Israele su ampie porzioni della Striscia.

Letti insieme, questi tre sviluppi mostrano come Washington stia cercando di trasformare il vantaggio militare ottenuto durante il conflitto con l'Iran in un nuovo assetto regionale, ma anche quanto questo tentativo sia ancora incompleto. Il dossier iraniano, quello libanese e quello di Gaza sono infatti strettamente collegati. Hezbollah resta il principale alleato regionale di Teheran, la stabilizzazione del confine nord di Israele dipende anche dalle scelte dell'Iran e nessun nuovo equilibrio regionale può dirsi realmente consolidato finché la guerra nella Striscia continua. La diplomazia sembra essere tornata al centro della scena, ma procede a velocità diverse: mentre alcuni tavoli si riaprono, altri restano bloccati, ricordando che l’intera Asia Occidentale è ancora lontana da una vera de-escalation.

A meno di una settimana dall’arrivo di decine di migliaia di persone a Ceuta, il dibattito non riguarda più soltanto la gestione dell’emergenza ma il significato politico di quanto accaduto. Sul piano locale, la tensione è rimasta alta, ma sabato centinaia di abitanti della città sono scesi in piazza per contestare una manifestazione anti-migranti organizzata dall’estrema destra, costringendo gli organizzatori a cancellarla. È un episodio significativo perché mostra come Ceuta, città storicamente multiculturale in cui convivono comunità cristiane, musulmane, ebraiche e indù, stia cercando di respingere la polarizzazione politica nonostante il trauma vissuto nei giorni scorsi.

Parallelamente, però, lo scontro si è spostato sul piano europeo. Pedro Sánchez continua a chiedere una risposta comune dell’UE e ha ottenuto la convocazione di una riunione straordinaria dei ministri dell’Interno, denunciando il fatto che la crisi venga utilizzata come arma politica da diversi governi europei invece di essere affrontata come una questione di gestione delle frontiere esterne.

In questo senso, Ceuta sta diventando il terreno su cui si confrontano due visioni opposte della politica migratoria europea: da una parte Madrid insiste sulla solidarietà tra Stati membri e sul fatto che la pressione migratoria riguardi l’intera Unione; dall’altra molti governi chiedono un ulteriore irrigidimento delle frontiere esterne e accusano la Spagna di aver favorito la crisi con le proprie politiche migratorie. Come osserva France24, l’immigrazione è sempre più utilizzata come strumento di competizione politica lungo tutto lo spettro europeo, non soltanto dall’estrema destra ma anche dai governi guidati dai partiti tradizionali, che la impiegano per ridefinire i propri equilibri interni e negoziare nuovi rapporti di forza a Bruxelles.

A complicare ulteriormente il quadro ci sono poi le relazioni con il Marocco. Il presidente di Ceuta, Juan Jesús Vivas, ha accusato Rabat di aver quantomeno tollerato il passaggio di migliaia di persone, parlando apertamente di un’”atrocità” e richiamando il precedente del 2021, quando l’allentamento dei controlli alla frontiera fu utilizzato dal Marocco come strumento di pressione diplomatica nei confronti della Spagna durante la crisi legata al Sahara Occidentale.

Anche se le autorità marocchine continuano a respingere queste accuse, il parallelo con il 2021 rende evidente come la crisi non possa essere letta soltanto come un fenomeno migratorio. Ceuta si conferma ancora una volta uno spazio in cui migrazioni, rapporti di forza tra Marocco e Spagna e politica interna europea finiscono per sovrapporsi, trasformando il controllo della frontiera in uno strumento di pressione geopolitica.

L’ECOWAS ha annunciato un contributo di 250 mila dollari a sostegno del Ghana dopo le devastanti alluvioni che hanno colpito Accra e altre aree del Paese alla fine di giugno, provocando almeno tredici vittime e migliaia di sfollati.

La cifra è simbolica rispetto ai danni subiti, ma la notizia è interessante per un altro motivo. Negli ultimi anni l’organizzazione regionale dell’Africa occidentale ha attraversato probabilmente la fase più difficile della sua storia: i colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger, la successiva uscita dei tre Paesi dall’organizzazione e il progressivo indebolimento della sua capacità di intervenire nelle crisi politiche hanno messo in discussione il ruolo stesso dell’ECOWAS.

In questo contesto, il sostegno al Ghana rappresenta anche un tentativo di riaffermare una funzione diversa, meno legata alla sicurezza e alle sanzioni e più orientata alla gestione delle emergenze climatiche e alla solidarietà regionale. È un segnale ancora limitato, ma che riflette una trasformazione più ampia: mentre l’Africa occidentale è sempre più esposta agli effetti del cambiamento climatico, le organizzazioni regionali potrebbero trovare proprio nella risposta ai disastri ambientali uno dei pochi ambiti in cui ricostruire la propria legittimità dopo la crisi politica degli ultimi anni.

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