RSS Amplifier

Matassa | Leila Belhadj Mohamed · Jul 31, 2026

Il nuovo Marocco

0
Sign in to vote or save

Leila Belhadj Mohamed · Matassa | Leila Belhadj Mohamed

Migrants cross from Morocco into Ceuta on Thursday. Photo: AP
Migranti marocchini esultano dopo essere entrati via nuoto a Ceuta, 30 luglio 2026 © Reuters

Ieri, 30 luglio, mentre migliaia di persone raggiungevano Ceuta attraversando il mare o la barriera di confine, in Marocco si celebrava la Festa del Trono. È la principale ricorrenza nazionale del Paese, quella in cui si ricorda l’ascesa al trono di Mohammed VI e in cui il sovrano pronuncia il tradizionale discorso alla nazione, tracciando le priorità politiche del Regno.

Sarebbe arbitrario sostenere che esista un legame diretto tra le celebrazioni e quanto accaduto a Ceuta. Ma la coincidenza temporale offre una chiave di lettura interessante. Negli stessi giorni il Marocco è finito al centro dell’attenzione internazionale per motivi molto diversi tra loro: la crisi al confine con la Spagna, la proposta di legge spagnola che faciliterebbe l’accesso alla cittadinanza per migliaia di sahrawi, la polemica sulle riprese di The Odyssey di Christopher Nolan a Dakhla, nel Sahara Occidentale, e perfino l’annuncio che la nuova autostrada Tiznit-Dakhla potrebbe essere dedicata a Donald Trump, in omaggio al riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.

A prima vista sembrano episodi scollegati. In realtà raccontano la stessa trasformazione. Per molti anni il Marocco è stato osservato soprattutto come il principale partner dell’Unione Europea nella gestione delle migrazioni e nella cooperazione di sicurezza. Oggi quella definizione non basta più. Negli ultimi vent’anni Rabat ha costruito un’ambizione molto più ampia: diventare una potenza regionale capace di influenzare gli equilibri del Mediterraneo occidentale, del Nord Africa e dell’Africa occidentale, facendo della questione della sovranità territoriale il centro della propria politica estera.

L’ascesa di Mohammed VI al trono nel 1999 ha coinciso con una progressiva ridefinizione della posizione internazionale del Marocco. Se Hassan II aveva costruito il proprio ruolo soprattutto sull’equilibrio tra Occidente e mondo arabo, il nuovo sovrano ha perseguito una strategia più ambiziosa, fondata sulla diversificazione delle alleanze, sull’espansione economica verso l’Africa subsahariana e su un intenso attivismo diplomatico.

Il ritorno del Marocco nell’Unione Africana nel 2017, dopo oltre trent’anni di assenza, gli Accordi di Abramo del 2020, accompagnati dal riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, il sostegno espresso dalla Spagna nel 2022 al piano marocchino di autonomia e quello annunciato dalla Francia nel 2024 hanno rafforzato la posizione internazionale di Rabat.

Ridurre questa evoluzione alla sola questione del Sahara Occidentale, però, sarebbe un errore. Il Sahara è certamente il dossier più importante della politica estera marocchina, ma rappresenta soprattutto il punto di convergenza di una strategia più ampia. Negli ultimi anni il Regno ha investito nella propria proiezione economica verso l’Africa occidentale, nella cooperazione energetica con l’Europa, nelle grandi infrastrutture, nella diplomazia culturale e nella sicurezza. È l’insieme di questi strumenti ad aver aumentato il peso negoziale del Marocco nei confronti dei partner europei e regionali.

Da sinistra, Moulay Hasan e Re Mohammed VI durante il discorso della Festa del Trono, Rabat, 30 luglio 2026

Per comprendere la politica estera del Marocco oggi bisogna partire da un presupposto: il Sahara Occidentale non è più soltanto uno dei tanti dossier aperti di Rabat. È diventato il criterio attraverso cui il Regno misura la qualità delle proprie relazioni internazionali.

Negli ultimi anni il governo marocchino ha progressivamente chiarito che la posizione dei partner sul Sahara rappresenta il parametro con cui valutare il livello della cooperazione politica, economica e strategica. Non si tratta soltanto di ottenere nuovi riconoscimenti della propria sovranità, ma di fare del Sahara il centro della propria diplomazia. È una linea che Mohammed VI ha ribadito più volte anche nei discorsi per la Festa del Trono, chiedendo agli alleati di assumere posizioni “chiare e responsabili” sulla questione.

Il caso della Spagna è probabilmente il più emblematico. Nel maggio 2021, dopo che Madrid aveva accolto per cure mediche il leader del Fronte Polisario Brahim Ghali, circa 10.000 persone entrarono a Ceuta in meno di quarantotto ore, approfittando dell'allentamento dei controlli alla frontiera da parte delle autorità marocchine. Quella crisi segnò il punto più basso delle relazioni bilaterali degli ultimi decenni e mostrò con chiarezza quanto il dossier del Sahara Occidentale potesse influenzare anche la cooperazione migratoria.

Meno di un anno dopo, nel marzo 2022, il governo di Pedro Sánchez cambiò radicalmente posizione, definendo il piano marocchino di autonomia per il Sahara la proposta "più seria, realistica e credibile" per risolvere il conflitto. La normalizzazione dei rapporti tra Madrid e Rabat fu immediata, ma ebbe un costo geopolitico: l'Algeria richiamò il proprio ambasciatore e sospese il Trattato di amicizia con la Spagna.

Da allora ogni iniziativa che riguarda il Sahara viene inevitabilmente letta anche come un messaggio politico nei confronti di Rabat. Lo dimostra il dibattito apertosi nelle scorse settimane in Spagna sulla proposta di legge che consentirebbe ai sahrawi nati durante il periodo dell’amministrazione spagnola e ai loro discendenti di ottenere la cittadinanza. Al di là del contenuto della proposta, colpisce il tentativo del Partito Socialista di modificare il testo eliminando perfino il riferimento al “popolo sahrawi”, nel timore che quella formulazione potesse riaprire tensioni con il Marocco.

È un episodio apparentemente marginale, ma racconta quanto il Sahara sia ormai diventato un tema trasversale della politica estera marocchina. Riguarda il linguaggio utilizzato dai governi stranieri, le dichiarazioni ufficiali, gli accordi economici, le visite istituzionali e, più in generale, il modo in cui gli altri Stati scelgono di rapportarsi a Rabat.

In questo senso il Marocco ha progressivamente spostato il terreno della competizione. Se per decenni il confronto sul Sahara si è giocato soprattutto nelle sedi diplomatiche e internazionali, oggi Rabat cerca di consolidare la propria posizione anche attraverso strumenti meno tradizionali: grandi infrastrutture, investimenti, sviluppo economico e riconoscimento internazionale. È qui che si inseriscono vicende solo apparentemente lontane dalla politica estera, come la nuova arteria Tiznit-Dakhla o le riprese di The Odyssey nel Sahara Occidentale.

Condividi

Se il Sahara è diventato il centro della politica estera marocchina, il modo in cui Rabat cerca di consolidare la propria posizione è cambiato profondamente. Per decenni il confronto si è giocato soprattutto nelle sedi diplomatiche e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite. Oggi, senza abbandonare quel piano, il Marocco punta sempre di più a trasformare il controllo del territorio in una realtà economica, infrastrutturale e simbolica.

Negli ultimi anni il governo ha investito miliardi di euro nello sviluppo delle cosiddette Province del Sud: nuove strade, porti, impianti per le energie rinnovabili, poli logistici e progetti turistici. L’obiettivo è duplice. Da un lato integrare sempre di più il Sahara nell’economia marocchina; dall’altro presentare il territorio come una parte ormai ordinaria del Paese, attirando investimenti internazionali e rafforzando la presenza di attori economici stranieri.

È in questo contesto che va letta anche la scelta di girare alcune scene di The Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan, nei pressi di Dakhla. La decisione ha suscitato proteste da parte del Fronte Polisario e di diverse organizzazioni internazionali, secondo cui una grande produzione cinematografica internazionale rischia di contribuire, anche involontariamente, a normalizzare il controllo marocchino su un territorio che le Nazioni Unite continuano a considerare non autonomo e il cui status definitivo resta irrisolto.

Lo stesso vale per la nuova autostrada Tiznit-Dakhla, uno dei principali progetti infrastrutturali del Regno. L’arteria collega il Marocco settentrionale al Sahara Occidentale attraversando oltre mille chilometri di costa atlantica e rappresenta un tassello fondamentale della strategia con cui Rabat punta a trasformare Dakhla in una piattaforma logistica verso l’Africa occidentale. Non è un caso che nelle scorse settimane Donald Trump abbia annunciato che la strada porterà il suo nome, presentandola come un riconoscimento del sostegno statunitense alla sovranità marocchina sul Sahara. Al di là dell’intitolazione, che dovrà essere confermata ufficialmente dalle autorità marocchine, l’episodio mostra come un’infrastruttura possa trasformarsi anche in uno strumento di legittimazione politica.

In altre parole, la strategia marocchina non si limita più a chiedere riconoscimenti diplomatici. Cerca di rendere il Sahara sempre più presente nella quotidianità delle relazioni economiche, culturali e internazionali. Più imprese investono, più turisti arrivano, più produzioni cinematografiche scelgono quei luoghi e più il territorio viene percepito, almeno nella pratica, come parte integrante del Marocco. È una dinamica che non modifica lo status giuridico del Sahara Occidentale, ma contribuisce a ridefinire il contesto politico entro cui quella disputa continua a svilupparsi.

Read the original on leilabelmoh.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.