Le crisi recenti della FIFA sono state raccontate attraverso gli scandali di corruzione, le inchieste giudiziarie o le polemiche sulle assegnazioni dei Mondiali. Negli ultimi giorni, però, dentro la federazione internazionale è successo qualcosa di diverso, e che mostra nel modo più evidente quale sia il nuovo modello della governance del calcio globale e quali possano essere le sue crepe.
Nel giro di una settimana Gianni Infantino ha ritirato il progetto di creare FIFA Forward Enterprise, una nuova società destinata a gestire i diritti commerciali delle principali competizioni calcistiche, dopo una rivolta senza precedenti da parte di confederazioni continentali, federazioni nazionali e dirigenti della stessa organizzazione. Oggi, 5 agosto, ha convocato una riunione d’emergenza in Marocco per cercare di ricompattare una maggioranza che fino a poche settimane fa sembrava inattaccabile.
La vicenda ruota attorno a un progetto che prevedeva la creazione di una società controllata dalla FIFA, incaricata di gestire gli asset commerciali dei Mondiali maschili e femminili e del nuovo Mondiale per Club. Attraverso la vendita del 20% della nuova società a investitori privati, con JP Morgan come advisor e Thrive Capital - il fondo fondato da Joshua Kushner, fratello del genero di Donald Trump Jared Kushner - tra i soggetti coinvolti, la FIFA puntava a raccogliere miliardi di dollari da redistribuire alle proprie 211 federazioni affiliate.
Quello che è andato in scena, però, racconta qualcosa che va oltre il fallimento di un’operazione finanziaria. Per la prima volta da quando è presidente della FIFA, Gianni Infantino si è trovato costretto a fare marcia indietro davanti a una contestazione capace di mettere in discussione il metodo con cui governa l’organizzazione e, soprattutto, la coalizione internazionale che gli ha permesso di consolidare il proprio potere nell’ultimo decennio.
Per capire perché il ritiro di Forward Enterprise rappresenti un passaggio così delicato bisogna guardare a come Gianni Infantino ha costruito il proprio potere negli ultimi dieci anni. La FIFA riunisce 211 federazioni nazionali e, nel Congresso che elegge il presidente e approva le principali riforme, ciascuna dispone dello stesso peso. Il principio è semplice: una federazione, un voto. Significa che il peso economico di una confederazione non coincide necessariamente con la sua forza politica. L’Europa continua a rappresentare il mercato calcistico più ricco del pianeta, concentra i principali club e produce la quota maggiore dei ricavi commerciali, ma dispone di appena 55 voti. Africa, Asia, Oceania, Nord e Centro America e Caraibi, insieme, rappresentano invece una maggioranza ampia e potenzialmente decisiva.
Fin dal suo arrivo alla guida della FIFA nel 2016, Infantino ha costruito la propria leadership proprio attorno a questo equilibrio. Il programma FIFA Forward, nato con l’obiettivo dichiarato di rafforzare lo sviluppo del calcio in tutti i continenti, ha progressivamente aumentato i finanziamenti destinati alle federazioni nazionali e alle confederazioni, sostenendo la costruzione di infrastrutture, programmi di formazione e attività sportive. Negli anni il budget del programma è cresciuto in maniera significativa, trasformandosi in uno degli strumenti più importanti attraverso cui la FIFA redistribuisce le risorse generate dai Mondiali e consolida il proprio ruolo nei confronti delle federazioni affiliate.
Questa strategia ha progressivamente spostato il baricentro politico della federazione. Se durante l’era Blatter il consenso arrivava soprattutto dalle stesse aree geografiche, con Infantino la redistribuzione delle risorse si è accompagnata a una presenza molto più capillare del presidente nei diversi continenti, a un rapporto diretto con governi e federazioni nazionali e a una crescente proiezione internazionale della FIFA, sempre meno limitata all’organizzazione delle competizioni sportive. È all’interno di questa trasformazione che si inseriscono anche il nuovo Mondiale per Club, l’espansione del numero di squadre partecipanti ai Mondiali e il progressivo avvicinamento della federazione ai grandi investitori privati e ad alcuni attori politici internazionali, un percorso di cui avevamo già parlato analizzando il caso Balogun e i rapporti tra la FIFA e l’entourage della famiglia Trump.
È proprio per questo che la crisi di questi giorni assume un significato particolare. Forward Enterprise, oltre ad essere un nuovo veicolo finanziario destinato a valorizzare i diritti commerciali della FIFA, sarebbe stata il passaggio più ambizioso di un progetto più ampio, nel quale la federazione avrebbe assunto un ruolo sempre più vicino a quello di una grande piattaforma globale capace di gestire eventi sportivi, attrarre capitali privati, redistribuire risorse e costruire relazioni diplomatiche con governi, fondi di investimento e grandi gruppi economici. Il fatto che questo progetto abbia incontrato una resistenza tanto ampia racconta che, almeno su questo terreno, la coalizione costruita da Infantino non è più disposta a seguirlo automaticamente.
Se il progetto di Forward Enterprise è stato ritirato nel giro di pochi giorni è perché, per la prima volta, le critiche non sono arrivate soltanto dall’Europa. La UEFA è stata la prima a contestare apertamente l’operazione, denunciando l’assenza di trasparenza e il rischio che l’ingresso di investitori privati modificasse il rapporto tra la FIFA e il suo principale patrimonio economico, i Mondiali. Alla sua posizione si è rapidamente aggiunta la CONCACAF, che rappresenta 41 federazioni del Nord e Centro America e dei Caraibi, con un comunicato durissimo nel quale ha accusato la FIFA di aver elaborato un progetto di questa portata senza consultare gli organi competenti e senza rispettare le procedure di governance dell’organizzazione.
L’elemento più interessante riguarda però l’Asia. L’Asian Football Confederation non ha scelto lo scontro frontale con Infantino e continua a riconoscerne la leadership, ma ha preso pubblicamente le distanze dal metodo con cui è stato gestito il progetto. Nel comunicato diffuso dopo il ritiro di Forward Enterprise, l’AFC ha espresso solidarietà alla UEFA e alla CONCACAF, chiedendo che il futuro della FIFA venga deciso attraverso consultazioni, dialogo collettivo e procedure di governance consolidate. È una posizione molto diversa da quella assunta dalla Confederazione africana, che continua invece a rappresentare il principale punto di forza del presidente della FIFA.
Il sostegno africano non nasce soltanto da un rapporto personale con Infantino. Negli ultimi anni il programma FIFA Forward ha aumentato in maniera significativa i finanziamenti destinati alle federazioni africane, dove in molti casi le risorse della FIFA rappresentano una componente essenziale per lo sviluppo delle infrastrutture e delle competizioni nazionali. Non sorprende quindi che, mentre in Europa e Nord America cresceva la contestazione, alcuni dei più importanti dirigenti calcistici africani abbiano scelto di ribadire pubblicamente il proprio sostegno al presidente, ricordando come la sua amministrazione abbia investito nel calcio africano molto più delle precedenti.
Nemmeno questo blocco, però, appare completamente impermeabile alle tensioni che stanno attraversando la federazione. Le accuse rivolte dal presidente della Federazione calcistica giordana, che ha denunciato presunte pressioni esercitate dalla FIFA sui finanziamenti destinati alla propria federazione per influenzarne la posizione politica, hanno mostrato che il malessere attraversa anche una parte delle federazioni asiatiche. La FIFA respinge ogni accusa, ma il fatto che contestazioni di questo tipo emergano pubblicamente da una federazione appartenente all’AFC contribuisce a restituire l’immagine di una coalizione meno compatta rispetto al passato.
Dario Di Gennaro@dariodigennaro
🇯🇴 Il presidente della Federcalcio della #Giordania (JFA), Ali Al-Hussein, accusa apertamente Gianni #Infantino di averlo ricattato per ottenere il supporto del paese nelle prossime elezioni presidenziali della #FIFA 👇🏼
Ali Al Hussein @AliBinAlHussein
There is no shortage of issues regarding FIFA. Let me start by clarifying what some of these are from an FA perspective, in particular that of Jordan going into a World Cup for the first time. We are a small country with a minimal budget for our FA and had to deal with enormous
9:47 AM · Aug 5, 2026 · 47 Visualizzazioni
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È probabile che Gianni Infantino riesca a superare anche questa crisi. La rete di alleanze costruita nell’ultimo decennio resta ampia e, almeno oggi, non esiste un’alternativa politica capace di mettere insieme una maggioranza di federazioni. Allo stesso tempo, il ritiro di Forward Enterprise lascia un segno destinato a pesare anche in futuro Per la prima volta il presidente della FIFA è stato costretto a rinunciare al progetto più ambizioso della sua presidenza perché una parte della sua stessa coalizione ha ritenuto che il metodo e gli equilibri di governance dell’organizzazione fossero stati spinti oltre un limite.
Forse è proprio questa la lezione più interessante della vicenda. Qui in Italia continuiamo spesso a raccontare il calcio come un universo separato dalla politica, relegando queste storie quasi sempre nelle pagine sportive o trattandole come semplici controversie interne a una federazione. Eppure la crisi della FIFA parla di modelli di governance, rapporti tra organizzazioni internazionali e Stati, redistribuzione delle risorse, fondi di investimento, diplomazia e costruzione del consenso. In altre parole, parla di politica.
Per questo la domanda aperta da questa crisi riguarda anche il modo in cui raccontiamo lo sport. Se organizzazioni come la FIFA sono diventate attori capaci di influenzare equilibri economici, relazioni internazionali e strategie di governo, continuare a leggerle soltanto attraverso la lente sportiva significa rinunciare a comprendere una parte sempre più rilevante della politica globale. È probabilmente da qui che dovremmo iniziare, smettere di considerare il calcio un mondo a parte e riconoscere che, oggi, è uno dei luoghi in cui il potere si organizza, si distribuisce e viene contestato. E il nostro giornalismo, questo tipo di approccio, lu usa troppo raramente.
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