Il 25 luglio è una data che racconta due momenti fondamentali della storia della Tunisia. È la Festa della Repubblica, che celebra la fine della monarchia e la nascita dello Stato tunisino moderno nel 1957. Dal 2021, però, è anche l'anniversario della svolta con cui il presidente Kaïs Saïed sospese il Parlamento, destituì il primo ministro e avviò il processo che avrebbe portato alla Costituzione del 2022. Da allora quella ricorrenza è diventata anche un momento di mobilitazione politica: ogni anno, mentre il presidente rivendica la propria visione di riforma dello Stato, opposizioni, associazioni e una parte della società civile tornano in piazza per contestarne la direzione intrapresa.
Quest'anno, però, la ricorrenza è arrivata in un contesto molto diverso. Mentre migliaia di persone manifestavano nel centro di Tunisi chiedendo le dimissioni del presidente, il Paese affrontava una delle ondate di calore più intense degli ultimi anni. In diverse città la compagnia elettrica nazionale STEG ha introdotto blackout programmati per evitare il collasso della rete, migliaia di famiglie sono rimaste senza elettricità nelle ore più calde della giornata e, in molti casi, anche senza acqua a causa dello stop agli impianti di pompaggio. Nello stesso fine settimana, secondo la Protezione civile tunisina, sono stati registrati oltre 900 incendi in appena 72 ore, alimentati dalle temperature estreme e dal vento.
Sarebbe però riduttivo leggere questi eventi come crisi separate. Le proteste del 25 luglio non sono nate per i blackout, ma la crisi energetica ha finito per rafforzare un malcontento che da tempo attraversa il Paese. L'estate del 2026 mostra come cambiamento climatico, fragilità delle infrastrutture, difficoltà economiche e tensioni politiche si stiano alimentando a vicenda. È questo intreccio, più ancora dei singoli eventi, che aiuta a capire perché una crisi elettrica sia diventata nel giro di pochi giorni anche una questione politica e, come vedremo, geopolitica.
Attribuire i blackout esclusivamente all’ondata di calore sarebbe fuorviante. Le temperature eccezionali hanno certamente spinto la domanda di elettricità a livelli record, ma hanno soprattutto fatto emergere le fragilità di un sistema energetico che da anni fatica a tenere il passo con l’evoluzione del Paese. La crisi dell’estate 2026 è il punto d’incontro tra cambiamento climatico, difficoltà finanziarie e ritardi negli investimenti.
Al centro c’è la STEG, la compagnia pubblica che gestisce produzione, trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica. Per decenni è stata una delle aziende simbolo dello Stato tunisino, contribuendo a portare l’elettricità in quasi tutto il Paese. Oggi, però, si trova in una situazione molto diversa. Secondo Nawaat, testata indipendente tunisina, a giugno 2026 il suo debito aveva raggiunto i 7,36 miliardi di dinari, mentre i crediti non riscossi da clienti pubblici e privati superavano i 6 miliardi di dinari. Una situazione che limita la capacità dell’azienda di investire nell’ammodernamento della rete e di programmare nuovi impianti.
Le difficoltà della STEG si intrecciano con la struttura stessa del sistema energetico tunisino. Circa il 95% dell'elettricità prodotta nel Paese deriva ancora dal gas naturale, una parte consistente del quale viene importata dall'Algeria. Questo significa che ogni aumento della domanda interna o dei prezzi internazionali dell'energia si traduce in una pressione immediata sui conti della compagnia e dello Stato. Negli ultimi anni, inoltre, la crescita della domanda elettrica è stata più rapida della capacità di rafforzare la rete e mettere in funzione nuova capacità produttiva, anche a causa dei ritardi amministrativi e delle difficoltà finanziarie che hanno rallentato numerosi progetti.
L'ondata di calore di luglio ha quindi agito come uno stress test. Quando milioni di persone hanno acceso contemporaneamente ventilatori e condizionatori, il sistema ha raggiunto il proprio limite operativo. Per evitare un blackout generalizzato, la STEG ha scelto di ricorrere ai distacchi programmati, una misura emergenziale che ha permesso di preservare la stabilità della rete, ma che ha anche reso evidente quanto il margine di sicurezza del sistema si sia assottigliato.
Ridurre quanto accaduto nelle ultime settimane a un’emergenza dovuta al caldo sarebbe però fuorviante. L’ondata di calore ha certamente spinto la domanda di elettricità a livelli record, ma ha soprattutto reso evidente una trasformazione più profonda: il cambiamento climatico sta modificando il modo in cui funzionano le infrastrutture essenziali. Sempre più spesso gli esperti parlano di moltiplicatore di rischio, perché gli eventi climatici estremi amplificano le vulverabilità già esistenti, mettendo sotto pressione sistemi energetici, reti idriche e servizi pubblici.
Non è un caso che questo stia accadendo nel Mediterraneo. L’IPCC definisce la regione uno dei principali climate hotspot del pianeta, ossia un’area che si riscalda più rapidamente della media globale e dove sono attese ondate di calore più intense, siccità più frequenti e una crescente scarsità d’acqua. Tunisia, Algeria e Libia sono già oggi tra i Paesi che si trovano al di sotto della soglia di scarsità idrica individuata dalla FAO, una condizione destinata ad aggravarsi con l’aumento delle temperature.
La Tunisia offre un esempio concreto di questa dinamica. Secondo il Climate Risk Country Profile della Banca Mondiale, tra il 1971 e il 2020 la temperatura media del Paese è aumentata di circa 0,46 °C per decennio, con gli incrementi più marcati proprio durante la stagione estiva. Il report richiama esplicitamente le conclusioni dell’IPCC e sottolinea come l’aumento delle temperature stia già esercitando una pressione crescente sulle risorse idriche, sul sistema energetico e sulle infrastrutture.
È in questo contesto che vanno letti i blackout di luglio. Le interruzioni di corrente non hanno significato soltanto l’assenza di elettricità. In molte aree - tra cui la mia regione di origine - hanno fermato anche gli impianti di pompaggio dell’acqua, mentre le temperature elevate e il vento hanno contribuito alla propagazione degli incendi. La crisi energetica ha così mostrato il suo carattere sistemico, coinvolgendo contemporaneamente approvvigionamento idrico, protezione civile e continuità dei servizi essenziali.
In questo contesto, la sicurezza energetica non dipende più soltanto dalla disponibilità di combustibili o dalla capacità di produrre elettricità, ma anche dalla resilienza delle infrastrutture di fronte a un clima che cambia. È una trasformazione che riguarda tutta la regione mediterranea e che l'estate tunisina del 2026 ha reso particolarmente evidente.
Le conseguenze della crisi energetica non si misurano soltanto in ore senza elettricità. In Tunisia, la STEG rappresenta molto più di un’azienda pubblica. Fondata nel 1962, pochi anni dopo l’indipendenza, nacque dalla nazionalizzazione del settore elettrico e del gas con un obiettivo preciso, quello di elettrificare il Paese, estendere i servizi essenziali anche alle aree più periferiche e costruire una rete nazionale integrata. In altre parole, contribuire alla costruzione dello Stato tunisino.
Nel corso dei decenni quella missione ha trasformato profondamente il Paese. Secondo i dati della stessa STEG, il tasso di elettrificazione è passato dal 21% del 1962 al 99,8% odierno, mentre quello delle aree rurali ha raggiunto il 99,5%. L’accesso all’energia è così diventato uno dei servizi attraverso cui lo Stato ha consolidato la propria presenza sul territorio e il proprio rapporto con i cittadini.
È anche per questo che i blackout dell’estate 2026 hanno assunto un significato che va oltre la gestione di un’emergenza. Quando vengono meno servizi considerati essenziali, la questione smette di essere esclusivamente tecnica e investe la capacità dello Stato di mantenere quel patto costruito nei decenni successivi all’indipendenza.In questo quadro vanno lette anche le manifestazioni del 25 luglio. Le proteste sono state organizzate per contestare il quinto anniversario della svolta istituzionale del 2021 e non sono nate come risposta ai blackout. Tuttavia, le interruzioni di corrente e le difficoltà nell’approvvigionamento idrico hanno finito per rafforzare il significato politico di quelle mobilitazioni, offrendo un’immagine concreta delle difficoltà economiche, istituzionali e amministrative che attraversano il Paese.
Negli ultimi cinque anni, la Tunisia ha conosciuto una progressiva concentrazione del potere nelle mani del presidente Kaïs Saïed. Dopo la sospensione del Parlamento nel luglio 2021 e l'approvazione della nuova Costituzione nel 2022, il sistema politico è stato progressivamente ridisegnato, mentre oppositori, magistrati, giornalisti e attivisti hanno denunciato un crescente restringimento dello spazio civico.
Negli ultimi mesi, diversi esponenti dell'opposizione sono stati condannati con accuse di complotto contro la sicurezza dello Stato, in processi che organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, insieme a osservatori internazionali, hanno definito gravemente carenti sotto il profilo delle garanzie processuali. A questo si aggiungono le preoccupazioni per la libertà di stampa e per il crescente ricorso al decreto legge 54 del 2022, utilizzato per perseguire giornalisti, avvocati e cittadini accusati di diffondere "false informazioni".
In questo contesto, le manifestazioni del 25 luglio hanno rappresentato non soltanto una protesta contro il deterioramento delle condizioni economiche, ma anche una contestazione di un sistema politico che, per una parte della società tunisina, ha progressivamente ridotto gli spazi di partecipazione e dissenso.
Se all’interno del Paese l’energia è diventata terreno di scontro politico, all’esterno la Tunisia occupa un ruolo sempre più centrale nella strategia energetica dell’Unione europea. Negli ultimi anni Bruxelles ha individuato il Mediterraneo come uno degli assi su cui costruire la propria transizione energetica, puntando sull’integrazione delle reti elettriche e sullo sviluppo delle energie rinnovabili nei Paesi partner. Grazie alla sua posizione geografica e al potenziale nel solare e nell’eolico, la Tunisia è destinata a diventare uno dei principali snodi di questa strategia.
Questa prospettiva si traduce già oggi in investimenti concreti. Nell’aprile 2026 il Parlamento tunisino ha approvato cinque concessioni per la realizzazione di grandi impianti fotovoltaici nelle regioni di Sidi Bouzid, Gafsa e Gabès, affidandone la costruzione e la gestione a società straniere nell’ambito di contratti di lunga durata. Per il governo si tratta di un passaggio necessario per aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili, ridurre la dipendenza dal gas naturale e attrarre capitali in un settore strategico.
L’approvazione delle concessioni ha però aperto un acceso dibattito nel Paese. Come ricostruisce un’inchiesta di Nawaat, il tema non riguarda l’opportunità di investire nelle rinnovabili, quanto il modello scelto per farlo. Sindacati, ricercatori e parte della società civile hanno sollevato dubbi sul crescente ruolo degli investitori stranieri, sull’impatto di questi progetti in aree già colpite dalla scarsità idrica e sulla possibilità che la transizione energetica finisca per rispondere soprattutto alle esigenze del mercato europeo, più che a quelle del sistema elettrico tunisino. È una discussione che tocca anche il tema della sovranità energetica: chi controllerà le infrastrutture della Tunisia dei prossimi decenni e a beneficio di chi verrà prodotta l’energia? Insomma, si resterà incastrati nel neocolonialismo energetico?
È in questo quadro che si inserisce ELMED, il cavo sottomarino che collegherà la Tunisia e l’Italia attraverso il Canale di Sicilia. Realizzato da STEG e Terna con il sostegno dell’Unione europea, il progetto rappresenta la prima interconnessione elettrica tra Europa e Nord Africa e costituisce uno dei pilastri della strategia europea per l’integrazione del mercato energetico mediterraneo. L’obiettivo dichiarato è duplice: rafforzare la sicurezza energetica di entrambe le sponde del Mediterraneo e favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili, rendendo possibile lo scambio di elettricità tra i due Paesi.
L’estate del 2026 rende però evidente una tensione destinata ad accompagnare questa trasformazione. Mentre la Tunisia affronta blackout, infrastrutture sotto pressione e un acceso confronto sul futuro del proprio sistema energetico, Bruxelles investe perché il Paese diventi uno snodo fondamentale della rete elettrica euro-mediterranea. Le due dimensioni non sono necessariamente in contraddizione: una rete nazionale più moderna è anche una condizione per il successo di progetti come ELMED.
Tuttavia, il dibattito aperto in Tunisia mostra che la transizione energetica non riguarda soltanto nuove infrastrutture o maggiori investimenti, ma anche la definizione delle priorità politiche ed economiche che guideranno il settore nei prossimi decenni. Il nodo, in fondo, è se la nuova architettura energetica del Mediterraneo riuscirà a rafforzare la resilienza del sistema tunisino oppure se finirà per accentuarne le dipendenze economiche e strategiche.
L’estate del 2026 mostra come la crisi tunisina non possa più essere letta attraverso una sola lente. I blackout non sono stati soltanto il risultato di un’ondata di calore eccezionale, così come le proteste del 25 luglio non possono essere spiegate unicamente con il deterioramento delle condizioni economiche o con la repressione politica. Clima, infrastrutture, energia e istituzioni si sono sovrapposti fino a diventare parte della stessa crisi.
È proprio in questo intreccio che si inserisce anche la crescente centralità della Tunisia nella strategia energetica europea. La transizione offre al Paese opportunità di investimento e di modernizzazione, ma apre anche interrogativi sul modello di sviluppo che accompagnerà questa trasformazione e su come verranno distribuiti costi e benefici. La transizione energetica si conferma così una questione di governance, sovranità e rapporti di forza nel Mediterraneo.
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