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Matassa | Leila Belhadj Mohamed · Jul 22, 2026

La guerra tra gli stretti

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Leila Belhadj Mohamed · Matassa | Leila Belhadj Mohamed

Per qualche settimana è sembrato che la guerra tra Stati Uniti e Iran fosse entrata in una fase di relativa stabilizzazione. Il cessate il fuoco aveva ridotto l’intensità dei bombardamenti, la diplomazia era tornata a occupare parte dello spazio lasciato libero dalle operazioni militari e, nel frattempo, l’attenzione internazionale si era spostata altrove. I Mondiali hanno certamente contribuito, ma il meccanismo è più ampio e piuttosto familiare: quando una crisi smette di produrre ogni giorno immagini nuove, tende a scomparire anche se continua a trasformarsi.

È quello che è successo in Asia Occidentale. L’8 luglio 2026 il cessate il fuoco è saltato, gli Stati Uniti hanno ripreso a colpire obiettivi iraniani e Donald Trump è tornato a minacciare Pickaxe Mountain, il complesso sotterraneo legato al programma nucleare di Teheran e costruito per resistere anche ad attacchi particolarmente intensi. L’Iran ha risposto colpendo installazioni e infrastrutture nella regione, mentre la guerra ha iniziato a pesare in maniera sempre più evidente anche sulle capacità militari di Washington. Secondo il segretario alla Difesa Pete Hegseth, le operazioni sono già costate 37,5 miliardi di dollari. Il Pentagono ha chiesto nuove risorse per continuare la campagna e ricostituire scorte di munizioni che il conflitto sta consumando più rapidamente di quanto l’industria americana riesca a produrle.

Intanto la pressione si è spostata anche altrove. Gli Houthi hanno minacciato di bloccare o colpire il traffico diretto verso i porti sauditi sul Mar Rosso, riportando Bab el-Mandeb al centro della crisi. Israele continua a operare nella Striscia di Gaza e nel Libano meridionale, mentre a Beirut si discute di ritiro israeliano, disarmo di Hezbollah e nuove aree di controllo. In Cisgiordania, la costruzione di infrastrutture e l’espansione degli insediamenti continuano a modificare il territorio ben oltre la dimensione immediata della guerra.

Sono fronti diversi, che continuano a muoversi dentro la stessa geografia.

Per questo vale la pena fare il punto. Perché mentre l’attenzione pubblica si è spostata altrove, il conflitto si è nuovamente allargato lungo gli stretti, i porti, gli oleodotti e i corridoi logistici da cui dipende una parte decisiva degli equilibri regionali. Ed è proprio lì, tra Hormuz e Bab el-Mandeb, che oggi si vede con maggiore chiarezza che cosa sta cambiando.

Se c’è un luogo in cui questa trasformazione è più evidente, è il Mar Rosso.

Negli ultimi giorni gli Houthi hanno minacciato di colpire le navi dirette verso i porti sauditi, riaprendo un fronte che sembrava essersi temporaneamente raffreddato dopo i bombardamenti statunitensi in Yemen. Il movimento ha annunciato una sorta di "blocco navale" contro i porti dell'Arabia Saudita, sostenendo che qualsiasi compagnia continui a commerciare con il Regno potrà essere considerata un obiettivo. È una minaccia che va oltre la retorica militare, perché colpisce uno dei principali snodi del commercio marittimo regionale.

Chi legge Matassa da qualche mese avrà probabilmente notato che Bab el-Mandeb compare spesso in queste pagine. A gennaio avevo dedicato un intero episodio del podcast proprio allo Yemen e al ruolo strategico dello stretto, cercando di spiegare perché quel tratto di mare fosse destinato a diventare uno dei principali punti di pressione della regione.

Per capire perché queste minacce siano così rilevanti bisogna però guardare anche a ciò che accade più a est. Lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb vengono spesso raccontati come due crisi separate, ma in realtà sono i due estremi dello stesso corridoio energetico.

Da anni l'Arabia Saudita investe nell'oleodotto East-West, che collega i giacimenti orientali al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, proprio per ridurre la dipendenza da Hormuz in caso di escalation con l'Iran. Una volta arrivate a Yanbu, però, le petroliere devono comunque attraversare Bab el-Mandeb per raggiungere Yanbu, il Canale di Suez e il Mediterraneo. Il passaggio per lo stretto rimane obbligato anche in senso inverso per poter raggiungere i mercati asiatici.

È anche per questo che la minaccia degli Houthi assume oggi un significato diverso e che ho raccontato negli ultimi mesi: mettere sotto pressione il Mar Rosso significa rendere più fragile una delle principali alternative allo Stretto di Hormuz.

La conseguenza è che Washington si trova a dover proteggere contemporaneamente due delle principali strozzature marittime del commercio globale. Come osserva Reuters, questa duplice pressione aumenta il costo delle operazioni militari e costringe gli Stati Uniti a distribuire uomini, mezzi e capacità navali tra il Golfo Persico e il Mar Rosso, mentre il Pentagono è già alle prese con il consumo delle scorte di munizioni e con la necessità di incrementarne la produzione.

Le ripercussioni, però, non riguardano soltanto gli attori direttamente coinvolti. Anche il Sudan ha espresso preoccupazione per le minacce degli Houthi, ricordando come un'ulteriore destabilizzazione del Mar Rosso rischi di compromettere la sicurezza della navigazione e gli interessi economici degli Stati rivieraschi. È un dettaglio che passa quasi inosservato, ma racconta bene come questa crisi non si esaurisca nel confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele. Coinvolge un'intera regione che dipende da quelle rotte per commerciare, importare beni essenziali e mantenere aperti i collegamenti con il resto del mondo.

Per Khartoum il tema è tutt'altro che teorico. Port Sudan rappresenta oggi il principale sbocco commerciale del Paese e il punto di ingresso di gran parte degli aiuti umanitari destinati a una popolazione colpita da oltre tre anni di guerra civile. Ogni interruzione delle rotte nel Mar Rosso si traduce in costi di trasporto più elevati, ritardi nelle forniture e maggiori difficoltà nell'arrivo di beni essenziali. La crisi degli stretti, insomma, non riguarda soltanto le grandi potenze o i mercati energetici: produce effetti immediati anche sui paesi più fragili della regione.

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Se il Mar Rosso racconta come la guerra stia mettendo sotto pressione le principali rotte commerciali della regione, quello che accade tra Libano, Gaza e Cisgiordania mostra un’altra trasformazione: il controllo dello spazio è diventato parte integrante della strategia militare e politica.

In Libano, nelle ultime settimane, Stati Uniti, Israele e governo libanese hanno iniziato a implementare il sistema delle cosiddette pilot zones. L’accordo prevede il progressivo ritiro delle truppe israeliane da alcune aree del sud del paese e il loro passaggio sotto il controllo dell’esercito libanese, all’interno di un più ampio processo che punta anche al disarmo di Hezbollah. Il progetto rappresenta uno dei primi tentativi concreti di ridisegnare gli equilibri lungo il confine dopo mesi di guerra, anche se il partito di Dio continua a respingere l’intesa e la sua applicazione resta estremamente fragile.

Nella Striscia di Gaza, invece, il dibattito si sta progressivamente spostando dal solo piano militare a quello del futuro assetto del territorio. Mentre Hamas ha nominato Khalil al-Hayya come nuovo leader politico, negli Stati Uniti e in Israele continuano a circolare progetti che prevedono la creazione di aree pilota e nuove forme di amministrazione della Striscia. Parallelamente, Israele consolida la propria presenza sul terreno attraverso nuove infrastrutture e zone di sicurezza che rischiano di trasformare modifiche nate come temporanee in elementi permanenti del paesaggio politico e militare.

La stessa dinamica è visibile anche in Cisgiordania. Qui l’espansione degli insediamenti, la costruzione di nuove infrastrutture e la progressiva frammentazione del territorio continuano ben oltre il ritmo delle operazioni militari. È un processo più lento e meno visibile dei bombardamenti, ma contribuisce a modificare in maniera duratura la geografia del conflitto.

Quello che è accaduto nelle ultime settimane racconta qualcosa che va oltre la cronaca dell’ennesima escalation.

Se fino a pochi anni fa avremmo descritto questi eventi come una somma di crisi regionali - la guerra a Gaza, gli Houthi nel Mar Rosso, Hezbollah in Libano, il confronto tra Stati Uniti e Iran - oggi diventa sempre più difficile separarle. Perché non solo hanno gli protagonisti, ma perché agiscono all’interno della stessa infrastruttura geopolitica.

Le rotte marittime, gli stretti, gli oleodotti, i porti e le reti logistiche sono diventati strumenti attraverso cui gli attori regionali cercano di aumentare il costo politico, economico e militare delle decisioni degli avversari. Colpire una nave, minacciare uno stretto o consolidare il controllo di un territorio significa spesso esercitare pressione ben oltre il luogo in cui avviene l’azione.

È anche per questo che seguire la guerra soltanto attraverso i bombardamenti rischia di restituirne un’immagine incompleta. Molti dei cambiamenti più significativi avvengono lontano dalle prime pagine: nella ridefinizione delle rotte commerciali, nella costruzione di nuove infrastrutture, nella militarizzazione di passaggi marittimi o nella trasformazione del controllo territoriale.

Forse è questa la lezione delle ultime settimane, che spero i colleghi abbiano imparato quando si tratta di descrivere uno scacchiere bellico. Mentre l’attenzione internazionale si sposta rapidamente da una crisi all’altra, la geografia del conflitto continua a riorganizzarsi con una sua coerenza. E osservare quella geografia, oggi, permette spesso di capire dove potrebbe aprirsi il prossimo fronte prima ancora che diventi una notizia.

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Read the original on leilabelmoh.substack.com

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