Negli ultimi anni il Marocco è diventato uno degli interlocutori più importanti dell’Unione europea nel Mediterraneo. Bruxelles considera Rabat un partner fondamentale nella gestione delle migrazioni lungo la rotta atlantica, nella cooperazione di intelligence e nel contrasto al terrorismo. Dopo gli Accordi di Abramo del 2020, inoltre, il regno ha normalizzato i rapporti con Israele, rafforzando la propria posizione anche sul piano diplomatico e militare.
Dietro questa immagine di stabilità e affidabilità, però, si nasconde un’altra storia. Una storia che parla di spyware, sorveglianza digitale, giornalisti spiati, oppositori politici controllati e attivisti monitorati per anni.
La settimana scorsa una nuova inchiesta coordinata da Forbidden Stories, insieme a The Guardian, Le Monde e OCCRP, ha riportato il Marocco al centro del dibattito internazionale. Grazie alla testimonianza di un ex membro dei servizi di intelligence marocchini, identificato con lo pseudonimo “Safir”, l’inchiesta ricostruisce dall’interno il funzionamento dell’apparato di sorveglianza del regno e conferma molti degli elementi emersi già nel 2021 con il Pegasus Project.
Il governo marocchino ha sempre respinto le accuse di aver utilizzato Pegasus per sorvegliare giornalisti, oppositori e leader stranieri, mentre NSO Group sostiene di vendere il proprio software esclusivamente ad agenzie governative autorizzate per finalità di contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata. Le nuove testimonianze e i documenti emersi nell'inchiesta aggiungono però nuovi elementi a un quadro che, negli ultimi cinque anni, era stato ricostruito soprattutto attraverso analisi forensi e testimonianze delle persone colpite.
La tentazione è leggere questa vicenda come l’ennesima storia su Pegasus, il software sviluppato dall’azienda israeliana NSO Group diventato negli ultimi anni il simbolo della sorveglianza digitale. Sarebbe però un errore. La vera domanda non è se il Marocco abbia utilizzato Pegasus. Le analisi forensi di Amnesty International e del Pegasus Project avevano già documentato casi di infezione nei telefoni di giornalisti e attivisti marocchini.
La domanda è un’altra. Perché il Marocco aveva bisogno di costruire un apparato di sorveglianza di questo livello? Per rispondere bisogna smettere di guardare allo spyware e iniziare a guardare alla geopolitica.
Per capire perché Rabat abbia investito così tanto nella costruzione di un apparato di sorveglianza bisogna guardare al dossier che, più di ogni altro, definisce la politica estera marocchina: il Sahara occidentale.
Dal 1975 il territorio è conteso tra il Marocco e il Fronte Polisario, il movimento indipendentista sahrawi sostenuto dall’Algeria. Da allora il controllo del Sahara non è soltanto una questione territoriale. È diventato uno degli elementi centrali della legittimità politica della monarchia e uno dei principali obiettivi della diplomazia marocchina.
Negli ultimi anni Rabat ha ottenuto importanti successi. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul territorio nel 2020, nell’ambito degli Accordi di Abramo, mentre Francia, Spagna e un numero crescente di Paesi europei hanno progressivamente adottato posizioni sempre più vicine a quelle marocchine, sostenendo il piano di autonomia proposto da Rabat come base per una soluzione del conflitto.
È in questo contesto che va letta la nuova inchiesta. Secondo la testimonianza dell’ex agente dei servizi segreti marocchini, tra gli obiettivi della sorveglianza figuravano non soltanto giornalisti investigativi e oppositori politici, ma anche attivisti sahrawi come Aminatou Haidar, una delle figure più conosciute della causa per l’autodeterminazione del Sahara occidentale.
Da questa prospettiva la sorveglianza assume un significato diverso. Non serve soltanto a controllare il dissenso interno. Serve anche a proteggere il principale interesse strategico del Paese, monitorando chi documenta violazioni dei diritti umani, sostiene il Fronte Polisario o può influenzare il dibattito internazionale sul futuro del territorio.
È a questo punto che Pegasus entra davvero in scena. La ricostruzione pubblicata da Forbidden Stories mostra che il software della società israeliana NSO Group rappresentava soltanto uno degli strumenti a disposizione dei servizi marocchini.
Prima arrivavano i pedinamenti, le intercettazioni telefoniche, gli IMSI catcher, la raccolta dei metadati, le operazioni sotto copertura, l’accesso fisico ai dispositivi e le campagne di disinformazione contro giornalisti e oppositori. Lo spyware veniva utilizzato quando gli altri strumenti non erano sufficienti.
È un dettaglio che cambia completamente la prospettiva. Per anni Pegasus è stato raccontato come il simbolo della sorveglianza digitale. Questa inchiesta suggerisce invece che fosse soltanto il livello più sofisticato di una macchina molto più ampia, costruita nel tempo attraverso l’acquisto di tecnologie provenienti da diversi Paesi e l’integrazione tra intelligence tradizionale e strumenti digitali.
In altre parole, il protagonista non è Pegasus, il protagonista è lo Stato.
Negli ultimi anni il Marocco ha progressivamente consolidato il proprio ruolo come uno degli interlocutori più importanti dell’Unione Europea nel Mediterraneo. La cooperazione sulla gestione delle migrazioni, sul contrasto al terrorismo e sullo scambio di informazioni di intelligence ha reso Rabat un partner sempre più difficile da sostituire.
È una relazione che produce benefici reciproci. L’Europa ottiene un alleato fondamentale per il controllo della frontiera meridionale e per la stabilità del Mediterraneo occidentale. Il Marocco rafforza invece il proprio peso diplomatico, consolida il rapporto con Bruxelles e acquisisce nuovi strumenti di influenza nelle relazioni con gli Stati europei.
È dentro questa cornice che anche la sorveglianza assume una funzione diversa.
Non rappresenta soltanto uno strumento di controllo interno, ma diventa una risorsa strategica per uno Stato che vuole conoscere in anticipo le mosse dei propri interlocutori, proteggere i propri interessi e rafforzare la propria posizione negoziale.
La crisi diplomatica tra Marocco e Spagna del 2021 offre un esempio concreto. Dopo il ricovero in Spagna di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, i rapporti tra Madrid e Rabat attraversarono una delle fasi più difficili degli ultimi anni. Proprio in quel periodo Pegasus venne individuato nei telefoni del premier Pedro Sánchez e della ministra della Difesa Margarita Robles. Negli anni successivi sono emerse accuse che hanno coinvolto anche funzionari francesi, giornalisti e altri soggetti impegnati sul dossier marocchino.
Non esistono prove pubbliche che colleghino direttamente tutti questi episodi a una strategia unitaria. Ma l'insieme delle informazioni emerse negli ultimi anni suggerisce che l'intelligence sia diventata una componente sempre più rilevante della proiezione internazionale del Marocco.
Il caso marocchino racconta anche una trasformazione più ampia. Per molto tempo capacità di intelligence di questo livello sono rimaste quasi esclusivamente nelle mani delle grandi agenzie statali, oggi non è più così.
Esiste un mercato globale in cui aziende private sviluppano spyware, software di analisi, sistemi di riconoscimento biometrico e strumenti per l’intercettazione delle comunicazioni, vendendoli a governi di tutto il mondo.
Pegasus è probabilmente il prodotto più conosciuto, ma non è l’unico. Negli ultimi anni sono emersi altri software, come Predator e Paragon, mentre numerosi Stati hanno iniziato a integrare queste tecnologie nei propri apparati di sicurezza.
Le nuove rivelazioni sul Marocco - esattamente come gli altri scandali che abbiamo potuto conoscere in questi anni - mostrano proprio questo passaggio: lo spyware non sostituisce il lavoro dell’intelligence, ma ne aumenta enormemente le capacità.
Sarebbe però un errore leggere il caso marocchino come un’eccezione.
Negli ultimi anni spyware come Pegasus, Predator o Paragon hanno mostrato come strumenti un tempo riservati quasi esclusivamente alle grandi agenzie di intelligence siano diventati accessibili a un numero crescente di governi. Cambiano le aziende che li sviluppano, cambiano i Paesi che li acquistano, ma la logica rimane la stessa: raccogliere informazioni significa aumentare il proprio margine di manovra politico, diplomatico e militare.
È una trasformazione che riguarda anche le democrazie. Pochi giorni prima della pubblicazione dell’inchiesta sul Marocco, Citizen Lab ha rivelato che anche Stelios Kouloglou, ex eurodeputato e membro della commissione PEGA del Parlamento europeo - istituita proprio per indagare sugli abusi degli spyware - era stato infettato con Pegasus mentre lavorava a quell’inchiesta. Non sappiamo chi abbia condotto quell’operazione, sappiamo però che dimostra come questi strumenti possano colpire anche le istituzioni chiamate a controllarne l’utilizzo.
Le nuove rivelazioni sul Marocco suggeriscono una prospettiva diversa rispetto a quella con cui abbiamo raccontato Pegasus negli ultimi anni. Lo spyware sviluppato da NSO Group è diventato il simbolo della sorveglianza digitale, ma rappresenta soltanto la parte più visibile di una trasformazione più ampia. In un contesto in cui dati, informazioni e capacità tecnologiche pesano sempre di più nei rapporti internazionali, l’intelligence torna a occupare un ruolo centrale nella competizione tra Stati.
Il Marocco è uno dei casi che mostrano più chiaramente questa evoluzione. Negli ultimi anni ha rafforzato il proprio ruolo nel Mediterraneo, consolidato le relazioni con l’Europa e con Israele e trasformato progressivamente l’intelligence in una leva della propria politica estera.
Per anni abbiamo immaginato il potere come il controllo di territori, confini o risorse. Le nuove rivelazioni sul Marocco ricordano invece che, nel XXI secolo, il potere passa sempre più attraverso le infrastrutture dell'informazione. Pegasus è soltanto una di queste.
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