Nel luglio del 2025 il commissario europeo agli Affari interni e alle Migrazioni Magnus Brunner arriva in Libia insieme ai ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta. La missione prevede una prima tappa a Tripoli, dove la delegazione incontra il Governo di Unità Nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite. Poi il programma si sposta a Bengasi. Per la prima volta una missione europea dedicata alla gestione delle migrazioni dovrebbe incontrare ufficialmente anche le autorità dell’est del Paese, controllato dalle forze del generale Khalifa Haftar.
L’incontro, però, non avrà mai luogo. Le autorità orientali, infatti, accusano la delegazione europea di avere violato le procedure d’ingresso previste per il territorio sotto il loro controllo, dichiarano Brunner e i tre ministri personae non gratae e ordinano loro di lasciare immediatamente la Libia. La Commissione europea liquida l’accaduto come un incidente diplomatico, mentre il governo parallelo guidato da Osama Hamad rivendica la decisione come una questione di sovranità.
Per qualche giorno la vicenda viene raccontata soprattutto come una tensione diplomatica. Eppure, la domanda più interessante rimane quasi sullo sfondo. Perché la Commissione europea aveva deciso di organizzare un incontro con le autorità di Bengasi?
Da oltre un decennio Bruxelles continua a riconoscere come unico governo legittimo della Libia quello sostenuto dalle Nazioni Unite, con sede a Tripoli. La scelta di inserire Bengasi nel programma della missione suggerisce però che, almeno sul dossier migratorio, il riconoscimento formale non sia più l’unico criterio con cui l’Unione seleziona i propri interlocutori.
Quella visita, in realtà, non nasceva dal nulla. Qualche mese dopo, una serie di documenti interni ottenuti da Statewatch avrebbe mostrato come la Commissione stesse lavorando per rafforzare la cooperazione anche con le autorità della Cirenaica. Nei verbali si parla di ricerca e soccorso, coordinamento marittimo, formazione e rafforzamento delle capacità istituzionali. Il linguaggio è quello tecnico della cooperazione internazionale. Il significato politico, invece, è molto più ampio.
Quando la delegazione guidata da Magnus Brunner prova a raggiungere Bengasi nell’estate del 2025, la cooperazione migratoria con i Paesi terzi è già diventata uno dei principali strumenti della politica europea. Non si tratta più soltanto di finanziare progetti di sviluppo o rafforzare i controlli alle frontiere. Nel corso degli ultimi anni Bruxelles ha progressivamente costruito una rete di partenariati che coinvolge Paesi del Nord Africa, del Sahel e dell’Africa occidentale, collegando sempre più strettamente la gestione delle migrazioni alla cooperazione economica, alla sicurezza e alle relazioni diplomatiche.
Questo cambiamento emerge con particolare chiarezza nella strategia presentata dalla Commissione europea nel gennaio 2026. Nel documento, la cosiddetta European Asylum and Migration Management Strategy, la “migration diplomacy” viene indicata come uno degli strumenti attraverso cui ridurre gli arrivi irregolari, rafforzare la cooperazione con i Paesi terzi e consolidare la dimensione esterna della politica migratoria. La priorità, scrive la Commissione, è “ridurre gli arrivi irregolari e mantenerli bassi”, facendo leva su partenariati sempre più stretti con i Paesi di origine e di transito.
Le conseguenze di questa strategia sono già visibili lungo la rotta dell’Africa occidentale. Nel marzo del 2024 la Commissione europea e la Mauritania hanno annunciato un partenariato da 210 milioni di euro che comprende investimenti, cooperazione economica e sostegno alla gestione delle migrazioni. Due anni dopo, a inizio luglio 2026, Frontex attribuisce proprio alle misure adottate da Nouakchott, insieme alla crescente collaborazione di Senegal e Gambia, una parte consistente della diminuzione degli attraversamenti verso le Canarie. Nei primi cinque mesi del 2026 gli attraversamenti irregolari lungo quella rotta risultano inferiori del 71% rispetto all’anno precedente.
Per Bruxelles quei numeri rappresentano una misura dell'efficacia della cooperazione. Sul terreno, però, la stessa strategia produce effetti molto più difficili da condensare in una statistica. Negli ultimi mesi Al Jazeera ha documentato arresti, espulsioni e respingimenti verso Mali e Senegal, mentre diverse organizzazioni internazionali denunciano un crescente clima di paura tra migranti e richiedenti asilo presenti nel Paese.
Nel frattempo anche la geografia delle rotte continua a cambiare. Lo stesso comunicato di Frontex che celebra il calo degli attraversamenti lungo la rotta dell’Africa occidentale registra un aumento del 46% nel Mediterraneo occidentale verso la Spagna, indicando l’Algeria come principale Paese di partenza. È la dimostrazione che il controllo di una rotta tende spesso a ridisegnare il percorso della mobilità, spostandolo verso altri corridoi e altri Paesi.
Ed è in questa geografia in continuo movimento che la Libia torna ad assumere una centralità particolare.
Magnus Brunner@magnusbrunner
The figures clearly show that the European migration policy shift is working. Illegal border crossings are down by 37 % compared with last year – and the trend is continuing.
Frontex @Frontex
📉 Irregular border crossings into the EU: down 37% in the first half of 2026 🔹 Just over 49 000 detections 🔹 Steepest drop: Western African route 🔹 Only increase: Western Mediterranean Details ➡️ https://t.co/v00DykIM4M
10:19 AM · Jul 10, 2026 · 2.99K Visualizzazioni
5 Risposte · 12 Repost · 31 Mi piace
La Libia occupa una posizione particolare all’interno di questa strategia. A differenza della Mauritania o della Tunisia, Bruxelles non può contare su un interlocutore unico con cui negoziare. Dal 2014 il Paese è attraversato da una divisione istituzionale che ha prodotto governi paralleli, catene di comando differenti e un controllo del territorio frammentato. Da un lato c’è il Governo di Unità Nazionale con sede a Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea. Dall’altro, nell’est del Paese, operano il governo guidato da Osama Hamad e le forze del generale Khalifa Haftar, che esercitano un controllo di fatto su gran parte della Cirenaica e su una parte crescente delle infrastrutture strategiche del Paese.
Per oltre un decennio la posizione ufficiale dell’Unione europea è rimasta sostanzialmente invariata. Tutte le principali iniziative europee in Libia sono state costruite attorno alle istituzioni riconosciute internazionalmente. È il caso della missione civile EUBAM Libya, istituita nel 2013 per sostenere le autorità libiche nella gestione integrata delle frontiere e nello sviluppo delle capacità istituzionali, e dell’operazione navale IRINI, lanciata nel 2020 con il mandato di far rispettare l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite, contrastare il traffico illecito e contribuire alla formazione della Guardia costiera e della Marina libica.
Negli ultimi due anni, però, qualcosa sembra essersi mosso. Nel febbraio 2026 i comandanti di EUBAM Libya e di Operation IRINI organizzano un incontro con le autorità marittime libiche per discutere il rafforzamento della cooperazione nel settore della sicurezza marittima. Il comunicato finale parla di coordinamento, sviluppo delle capacità, ricerca e soccorso e sostegno alle istituzioni competenti. Letto isolatamente, il testo non contiene elementi particolarmente sorprendenti, è il linguaggio ordinario della cooperazione europea.
A renderlo interessante è il contesto in cui viene pubblicato. Pochi mesi prima, infatti, la missione guidata da Magnus Brunner aveva tentato di incontrare anche le autorità dell’est della Libia. E pochi mesi dopo, una serie di documenti interni ottenuti da Statewatch avrebbe mostrato che quel tentativo non rappresentava un episodio isolato, ma faceva parte di un processo più ampio di ampliamento dei rapporti tra Bruxelles e la Cirenaica.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.