Questa è Nemesi, Anno III Settimana XXVIIINemesi è la newsletter settimanale del Nemico. Su Nemesi troverete, in esclusiva e in anteprima, tutti gli articoli della settimana della rivista Il Nemico. Gli articoli sono in fondo alla pagina, dopo l’introduzione.
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Ah, come è misero il destino dei viaggi
dei milanesi in terre d’oltremare
o in mezzo al mare! Ormai lo so,
lo vede bene, la gente in viaggio
non mi piace. Li preferisco quando stanno fermi
e ripetendosi raggiungono qualche dignità,
come una brutta casa che sta sempre lí,
sempre uguale a se stessa e a poco a poco
diventa un punto stabile per gli occhi
e nella tenerezza degli anni
si prende un posto di necessità.
P. CavalliOgni tanto una buona notizia. Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dai comitati cittadini e dalle associazioni ambientaliste contro il porto crocieristico di Fiumicino. Può darsi che di questa storia non abbiate mai sentito parlare, ma è da qualche anno che si discute nel Lazio del progetto di un porto per sole navi da crociera da costruire all’Isola Sacra, la foce del Tevere presso Fiumicino, allargando e ammodernando il bacino d’acqua per accogliere le navi cariche di orde di turisti, caricarli sui bus, spedirli al Vaticano e a Piazza Navona con un panino prosciutto e formaggio a lunga conservazione e tornare a bordo in serata, destinazione chissà quale altra città maledetta del versante tirrenico.
Il progetto è sostenuto dalla Royal Caribbean, multinazionale americana spregiudicata come tutte le multinazionali americane, attraverso la partecipata Fiumicino Waterfront S.r.l.. La Royal Caribbean ha rilevato nel 2019 il progetto di un porto da diporto nell’area dell’Isola Sacra e, forzando un po’ la mano burocratica, ha trovato il modo, chissà come, di trasformare l’opera in una delle tanti Grandi Opere Inutili di speculazione finanziaria a disastro ambientale, per la costruzione quindi di un porto per soli turisti della peggior specie, i crocieranti, evidentemente insofferenti per la mezz’ora di macchina in più che avrebbe richiesto sbarcare al porto di Civitavecchia.
In questo numero:
di Ubaldo Berti
“Una vita di ricerca e studio consumata dalla speranza che un incidente termonucleare, un rinvenimento di papiro, una crisi politica in un paese ignoto apra la loro nicchia all’interesse mediocolto, e che arrivi la convocazione. Ed è allora, quando chiama Lilli Gruber, che nei camerini o nel tinello prima della videochiamata si specchiano davvero, senza retropensieri, e riemersi dal terrore telefonano a me, (il loro stylist)…”
Oltre alle conseguenze negative che possiamo immaginarci tutti, come aumento del traffico locale, sottrazione di suolo pubblico, inquinamento, e l’accentuazione della marginalizzazione della città di Fiumicino rispetto a Roma - città già divorata e dimenticata per via dell’omonimo aeroporto – l’opera è anche improponibile dal punto di vista ambientale, poiché, trovandosi presso la foce del Tevere, richiederebbe dei lavori costanti e invasivi di dragaggio per rimuovere il materiale da risulta che ostacolerebbe il passaggio delle navi enormi e profonde. Oltre a ciò, i lavori avviati in precedenza dell’arrivo della Royal Caribbean hanno già mostrato alla popolazione locale i loro effetti sul litorale, dato che per via di uno studio poco approfondito dei flussi di acqua e sabbia, la costa interno si sta già riempiendo di sabbia, col risultato che gli storici bilancioni da pesca di Fiumicino, che un tempo poggiavano sull’acqua, oggi si ergono inutili sopra una lunga distesa di spiaggia, chiusa peraltro al pubblico da un muro di cemento costruito come quello di Berlino, in una notte, per “questioni di sicurezza”.
In questo numero:
di Eulalie Soeurs
“Bello, ricco e famoso, De Luca produce invidia sociale, come un Agnelli metalmeccanico. Adesso, dopo l’outing di Gerusalemme, la parabola estetica del nostro scrittore operaio ritocca la transizione identitaria dell’Italia – dallo stivale all’infradito – che tanto piace agli ormoni di Ben Gvir…”
Sui problemi connessi a questo progetto rimandiamo a chi ne sa più di noi e e si è dedicato alla questione in questi anni. Qui una serie di link: link 1, link 2, link 3. Cogliamo qui invece l’occasione per parlare brevemente della nostra avversione per le grandi opere, utili o inutili che siano, e per le infrastrutture in generale. Il nostro potrebbe sembrare un pregiudizio strapaesano e provinciale, e magari lo è anche, ma cerchiamo anzitutto di capire di cosa stiamo parlando.
Un’infrastruttura è un sistema, materiale o immateriale, che permette a un servizio di svolgersi più efficientemente, a un pacco di arrivare a destinazione prima, a un popolo di ricevere una medesima istruzione di base, a una casa di riscaldarsi. L’infrastruttura in sé è politicamente neutra, o si presenta come tale, ed è all’apparenza un fatto positivo nella vita di chi ne beneficia. È bello potersi spostare più velocemente grazie a una superstrada, arrivare prima a Milano grazie a un’alta velocità, poter spingere un tasto e dimenticarsi delle proprie deiezioni grazie a un sistema fognario. Ma come tutte le cose belle, l’infrastruttura genera una forma particolare di dipendenza, tale per cui, nel momento in cui viene meno, o funziona male, irrompe il panico nella vita di chi ha imparato a fare affidamento su di essa, perché il funzionamento di quell’infrastruttura, anche se inaugurata da poco, pare ormai un requisito fondamentale per una vita dignitosa.
In questo numero:
di Allegra Pagani
“Io comunque, esigo il diritto alla fine. Non al dramma, e nemmeno, per fortuna, alla morte splendida e consolante. Voglio quella cosa semplice e civile che si deve a chiunque abbia occupato spazio, amore, lenzuola, o labbra che siano in una vita. Un saluto, una porta che si chiude con un gesto consapevole invece di restare socchiusa per comodità di chi se ne va…”
Questo curioso meccanismo psicologico non ha a che fare con una pigrizia generica del genere umano, ma con il fatto che le infrastrutture sono fondate perlopiù su una menzogna. Esse promettono infatti, o sottointendono la promessa, che la loro stessa esistenza possa “liberare” del tempo. Se tutto funziona meglio - strade, aeroporti, servizi postali - perdiamo meno tempo, e possiamo perciò dedicarci con più leggerezza ai piaceri della vita, giocare coi bambini, leggere al parco, litigare in qualche capitale europea con il nostro partner. La verità è che il tempo libero non esiste; o meglio, il concetto di tempo libero è un cancro che il corpo sociale prova con tutte le sue risorse ad espellere, ogni volta che se ne presenta l’occasione.
Basti un esempio su tutti. Prima dell’invenzione degli elettrodomestici, le faccende di casa richiedevano l’impiego di uno dei due coniugi a tempo pieno, la lavatrice e il frigorifero sono perciò state pubblicizzate come delle rivoluzioni liberatrici del tempo libero e della vita. La loro introduzione nella quotidianità, però, non ha in verità “liberato” del tempo; al contrario essa ha alzato gli standard medi di pulizia delle case, ragione per la quale le faccende domestiche richiedono ancora oggi una porzione considerevole del nostro “tempo libero”. Nonostante la riconversione di tutto l’arsenale bellico americano in robotini aspiratutto, ancora oggi, chi può, assume infatti una donna delle pulizie (o meglio, dato che “donna delle pulizie” è offensivo, un immigrato delle pulizie).
E vale così, salvo alcune notevoli eccezioni, più o meno per tutte le infrastrutture: strade migliori e più veloci spostano le case in periferie, l’invenzione delle email o della messagistica istantanea amplifica e parcellizza la comunicazione, diluendola su tutta la settimana lavorativa, la disponibilità della musica o dei film a portata di click aumenta i requisiti di consumo per “restare aggiornati” o definirsi cinefili/musicologi.
L’essere umano ha perciò una avversione intrinseca e irrisolvibile che lo porta a “riempire” di stronzate il tempo libero, collettivamente. Per fare ciò deve quindi promuove una serie di bisogni futili e standardizzati, elevarli al rango di necessità, svalutando al contempo l’unicità della propria esistenza, che comincia così ad assomigliare a quella di tutti gli altri. L’infrastruttura, qualsiasi essa sia, è il dispositivo che rende possibile questo meccanismo, rendendo al contempo dipendente il popolo, che ormai conta sull’infrastruttura stessa per la propria esistenza dignitosa, da chi quell’infrastruttura sa farla funzionare. Il tempo libero è in verità quindi sempre tempo occupabile da futilità disponibili per chiunque - che non hanno perciò realmente a che fare con noi o con il territorio che abitiamo - rese accessibili, in modo diretto o indiretto, da un’infrastruttura.
Interpretare la politica come la interpretano le insopportabili cricche di calendiani, come gestione ed efficientamento, costi quel che costi, delle infrastrutture, significa avere una idea molto povera di cosa sia la vita e di quali esperienze la riempiono di valore. Significa in ultimo considerare il nostro tempo su questa terra come ore, giorni, settimane da “liberare” dai bisogni primari, per osservarle poi “riempirsi” di bisogni secondari e futili, controllabili, programmabili, prevedibili e, soprattutto, uguali per tutti.

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