Questa è Nemesi, Anno III Settimana XXIXNemesi è la newsletter settimanale del Nemico. Su Nemesi troverete, in esclusiva e in anteprima, tutti gli articoli della settimana della rivista Il Nemico. Gli articoli sono in fondo alla pagina, dopo l’introduzione.
Il gioco dell’estate, per molti di noi, è la caccia al disastro demografico. Vince chi trova il paesino o il posto più sperduto e disabitato, più in crisi, separato dalle logiche e dagli agi della vita moderna, e per questo così affascinante ed esotico. E’ un gioco che si rinnova ogni anno, perché, come le cacce all’uovo a pasqua, la scoperta del premio implica il suo consumo, e torniamo ogni fine estate a vantarci della vittoria con i nostri amici, come torna il bimbo con le labbra gloriosamente impiastricciate di cioccolato, compiaciuti di quel premio solo nostro, solo per noi. Perché ai paesini, o ai lidi sperduti, non si può arrivare per secondi, è già troppo tardi. Il primo vince tutto. Chi viene dopo, anche l’anno appena dopo, su raccomandazione dei primi-vincitori, troverà ad attenderlo uno spazio diverso dai racconti, compromesso da prezzi già più alti, molta più gente, caffé a 2 euro e 50 e francesi dappertutto, riconoscibili dalle facce serie e dai vestiti che sembrano provenire da ovunque nel mondo. Al rientro poi, all’aperitivo settembrino, con l’abbronzatura ormai quasi sfumata ma i vestiti ancora freschi, dovrà riconoscere insieme agli amici - i pionieri che gli avevano consigliato quel luogo - la fatidica e insopportabile verità che quel posto non è più lo stesso, perché “era meglio prima”.
In questo numero:
di Daron Acemoglu, A. Arda Gitmez, Mehdi Shadmehr
(traduzione nostra)
“…a condizione che la minaccia di rivolta sia sufficientemente forte, con la crescita dello stock di capitale la società converge verso la repressione. Ciò avverrà o perché la repressione viene scelta fin dall’inizio, oppure, cosa più interessante, perché la società parte dalla ridistribuzione ma in seguito passa alla repressione una volta che lo stock di capitale raggiunge un certo livello critico…”
C’è chi però, estate dopo estate, delusione cittadina dopo delusione, tra uno sfogo di rabbia nel traffico, e l’ennesima serata immerso nell’umidità metropolitana, prende una decisione finale, ai suoi occhi rivoluzionaria. Quell’unica apparente soluzione al disastro che sembra aver elaborato la nostra generazione: traferirsi in uno di quei paesini di campagna - ovviamente a un massimo di un’ora e mezza da una grande città - cercando di convincere quei 4 amici dell’università che hanno il nostro stesso ISEE. E’ una soluzione sempre più popolare ma che a ben vedere consiste sostanzialmente nel fuggire, andando a rosicchiare quelle briciole di autenticità che ancora sopravvivono nascoste in provincia. Ma senza tagliare del tutto il cordone ombelicale dalle luci e dagli stimoli cittadini, che devono rimanere a portata di un rientro post-serata in macchina un po’ brilli. A Roma si parla solo di Sabina e di Lago del Turano, a Bologna dell’Appennino, a Palermo delle Madonie, e a Milano di Palermo (un brindisi al fatto che non siamo nati milanesi).
In questo numero:
di Vincenzo Profeta
“Non sono né senza senso né un metallaro convertito... siamo molto lontani dalla realtà... sono un rapper al 100 per cento... credo nella cultura hip hop... risultare originali è una cosa tremendamente rap, ogni rapper è influenzato da cose diverse... sono più che soddisfatto della mia immagine...”
Ma cosa dice di noi e del tenore politico della nostra esistenza il fatto che non riusciamo a elaborare una prospettiva di salvezza che non sia nella fuga e nel parassitismo di una vita di provincia, di cui abbiamo solo spesso una rappresentazione idealizzata? E ovviamente pochi sono coloro che sarebbero disposti a partire a prescindere, se nel paesino in questione non ci fosse già qualche amico cittadino, o un punto d’aggregazione dal sapore metropolitano, un caffé-libreria di un’esule padovana, o un agriturismo/teatro di una compagnia circense di torinesi. Sostanzialmente si tratterebbe solo di un trasloco di tutto ciò che ci piace della metropoli - privandola ancora di più di energie e immaginazione - ma con l’aria pulita e senza traffico; sostenuta dal pio desiderio che la provincia non si riveli poi la discarica del machismo e del catcalling, dell’autismo non diagnosticato, dell’abuso apatico di droghe e alcool, della dispersione scolastica.
In questo numero:
di Riccardo Ponis
““Obsession” di Curry Barker è un film che terrorizza perché demolisce proprio questa fantasia. Mostra come l’amore, quando viene idealizzato, finisca per trasformarsi nella sua stessa negazione. La promessa di felicità si converte in prigionia…”
Fa fatica rimanere, stare, quando il tempo è scandito dal conflitto implicito, per il posto di lavoro, per il posto-macchina, per il posto sotto-cassa. Ma se la risposta è la fuga, per respirare un’aria che altri non hanno sporcato, è evidente che, una volta in provincia, o riusciremo a trasformare quel posto in tutto ciò che ci piaceva già a prescindere, oppure fuggiremo di nuovo, non appena il luogo che abbiamo scelto di colonizzare reagirà in difesa, mostrando i suoi veri colori, che spesso proprio perché indigesti alla mentalità metropolitana sono sopravvissuti così a lungo.

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