Niente era destinato a cambiare. Tutto era frutto dell’abitudine, di quelle azioni quotidiane ripetute infinite volte cercando di scovare un lampo di felicità improvviso. L’abitudine era un porto sicuro in cui restare fermi, osservare il mare che cambiava con la spinta delle onde, il cielo che diventava scuro e i passanti distratti che scorrevano, riempiendo gli occhi di qualcosa di nuovo.
Luis aveva quasi trent’anni e in tutto quel tempo aveva sempre desiderato di cambiare la propria vita senza mai cambiare se stesso. E così, silenziosamente, la sua esistenza era finita in un vortice di facili certezze, di interessi che svanivano lentamente nella mediocrità generale: si accontentava di sapere tutto quello che gli altri sapevano, senza mai approfondire davvero nulla. Si era circondato di persone interessate solo a sopravvivere, chiuse nel proprio ego, aggrappate ai ricordi, intente a fare ciò che faceva la massa senza ascoltare l’istinto. Mancava il coraggio, c’era solo la paura di perdere tutto. Viveva immerso in una folla di corpi vaganti nel vuoto che loro stessi avevano creato.
La follia a volte porta a vedere la vera realtà, inquadra bene gli equilibri di ogni giorno: il caffè alle sette di mattina, il giornale alla fermata del bus, buongiorno signore, buongiorno signora, salire, osservare le facce stanche, la solita ragazza dal sorriso triste, scendere, fare il solito percorso, la sigaretta, inspirare a lungo, entrare al lavoro, distrarsi nel weekend, pensare ad altro la domenica e ricominciare la settimana.
Luis, finalmente, aveva avuto un attimo di follia lucida. È successo dopo la terza birra. Non era mai stato un grande bevitore; gli piaceva il vino, ma lo gustava solo in compagnia. Ora invece era nella sua stanza, con le tapparelle abbassate, il buio a riempire le pareti, il ventilatore che girava, il televisore staccato e niente musica. La follia stava prendendo corpo tra i suoi pensieri, dando una scossa alle sue abitudini mentali.
La mattina era stato dal suo medico, che con sguardo rassegnato e i baffi a coprire le labbra gli aveva detto: «Signor Luis, lei ha un cancro». La prima reazione di Luis fu non avere alcuna reazione. Rimase impassibile a fissare la sagoma in camice bianco di fronte a sé. «E quindi?».
Dopo quella domanda ingenua, Luis scoprì un mondo nuovo che fino ad allora aveva finto di non vedere, per paura che un giorno toccasse anche a lui. Scoprì l’altra parte della sera, l’altra faccia della luna. Iniziò a sentire parole della medicina occidentale come chemioterapia, chirurgia, radioterapia.
Uscì da quella stanza e, per la prima volta dopo tanti anni, si sentì incredibilmente leggero, libero. Prese coscienza di sé, del suo corpo, del suo cuore, degli organi che lo facevano camminare, respirare, dormire. Lo comprese solo dopo aver capito di albergare un male, di essere fatalmente mortale tra tanti altri mortali che popolavano il mondo cercando di dare un senso ai propri passi.
Ora aveva un nuovo stimolo per svegliarsi ogni mattina: vivere per sconfiggere la morte.
In quella stanza silenziosa decise di prendere il proprio coraggio e trascinarlo ovunque fosse andato. Gli era stata data la possibilità di cambiare vita perché, in qualche modo, la sua vita con un cancro era ormai destinata a cambiare.
Sopra il letto aveva preparato una valigia, riempita fino all’ultimo di pochi vestiti, fogli bianchi, libri e le ultime sigarette. Era pronto ad affrontare ogni cosa, ogni cura, ogni istante da un’ottica diversa, sotto una luce interiore che lo avrebbe portato a rompere ogni abitudine e ogni minima programmazione, se non per le inevitabili visite mediche, cercando finalmente quello che lui e il suo cuore desideravano davvero.
Sudava per il caldo che filtrava da ogni fessura. Versò qualche lacrima, le sue ultime lacrime prima di una risata grassa, isterica, confusa. Poi si alzò, si vestì con assoluta calma, si guardò allo specchio. Prese un cappello che non avrebbe mai usato e lo indossò, poi camicia, pantaloni, un profumo nuovo, occhiali da sole. Osservò la valigia sul letto, come in un dialogo di sguardi. Poi la prese e uscì per sempre da quella stanza. Anche se prima o poi vi sarebbe ritornato, era finalmente uscito dalla sua tana, dalle sue certezze, lontano per un lungo giorno da quelli che erano i suoi amici, ormai affogati nella routine quotidiana, spenti dai soldi e dal dover vivere senza vivere davvero.
Lui e il suo cancro uscirono insieme, mano nella mano, sangue con sangue, cellula con cellula, in un nuovo giorno.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.