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Hikma’s Substack · Oct 25, 2025

Hikmail ottobre 2025

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Hikma’s Substack · Hikma’s Substack

Arriva la fine di ottobre, ed arriva anche una nuovissima puntata di Hikmail!

Di puntata in puntata, la Redazione di Hikma mette sotto la lente d’ingrandimento le relazioni che legano due Stati, per cogliere tutte le sfumature che vanno oltre la dicotomia cooperazione-rivalità.

I protagonisti della newsletter di ottobre sono Armenia e Azerbaijian: il gatto e la volpe del Caucaso.

Buona lettura!

Photo: Official website of the Azerbaijani president

Il contesto geopolitico

Armenia e Azerbaigian sono impegnati da decenni in un conflitto per il Nagorno-Karabakh, una regione contesa nelle montagne del Caucaso. Sotto l’Unione Sovietica, di cui l’Azerbaijan e l’Armenia sono entrambi ex membri, il Nagorno-Karabakh divenne una regione autonoma all’interno della repubblica dell’Azerbaigian, nel 1923.

Tuttavia, le tensioni aumentarono nel 1988, quando i funzionari del Nagorno-Karabakh approvarono una risoluzione in cui esprimevano il loro desiderio di unificarsi con l’Armenia. Questo periodo segnò l’inizio della prima guerra del Nagorno-Karabakh, che provocò circa 30.000 morti e lo spostamento di centinaia di migliaia di persone. Alla fine della guerra, le forze armene presero il controllo del Nagorno-Karabakh e dei distretti circostanti dell’Azerbaijan.

Il Nagorno Karabakh è riconosciuto a livello internazionale come parte dell’Azerbaigian, ma ospita circa 120.000 armeni etnici, che costituiscono la maggioranza della sua popolazione e rifiutano il dominio azero. La regione ha un proprio governo de facto sostenuto dall’Armenia, ma non è ufficialmente riconosciuto.

Nel 1994, attraverso il Protocollo di Bishkek, venne mediato un cessate il fuoco, congelando le ostilità attive e stabilendo una pace fragile. Sebbene il conflitto sia rimasto in uno stato “congelato”, nel corso degli anni si sono verificati scontri e violazioni sporadici, in particolare nel 2008, nel 2016 e durante la ripresa dei combattimenti nel 2020 [seconda guerra del Nagorno-Karabakh]. Tra luglio e settembre 2020 sono scoppiati intensi scontri militari lungo la linea di contatto, con entrambe le parti che si accusavano a vicenda di violazioni del cessate il fuoco. Durante questo periodo, l’Azerbaijan affermò di aver lanciato “misure controffensive” e di essere riuscito a riconquistare un territorio significativo nel Nagorno-Karabakh, che era stato sotto il controllo armeno, basandosi sul suo diritto dell’autodifesa.

Le ragioni della supremazia azera

L’Armenia non ha avuto un ruolo realmente decisivo negli accordi di pace del 2025: Stati Uniti e Azerbaijan hanno condotto trattative in modo quasi unilaterale, imponendo condizioni restrittive che delineano un futuro diplomatico segnato da fragilità e subordinazione. L’intesa raggiunta appare fortemente sbilanciata a favore di Baku, e il fragile equilibrio che ne deriva lascia all’Armenia un margine d’azione estremamente ridotto, confermandone la progressiva marginalizzazione nello scenario geopolitico del Caucaso.

Secondo numerosi analisti, la “pace giusta” rimane un lontano miraggio (a tratti irrealizzabile). Forte della propria supremazia militare ed economica (storicamente sostenuta dalla Russia), l’Azerbaijan esige che l’Armenia modifichi alcuni articoli della sua Costituzione, ritenuti lesivi dell’integrità territoriale e della sovranità Azera. Tra le richieste di Baku figura anche lo scioglimento del “Gruppo di Minsk”, istituito nel 1992 sotto l’egida dell’OCSE per promuovere la cooperazione e la stabilità nel Caucaso, e tradizionalmente più vicino alle posizioni di autodeterminazione armena.

A queste condizioni, il cosiddetto “accordo di pace” si configura piuttosto come un compromesso di convenienza, un testo che entrambe le parti accettano per ragioni tattiche, più che per una reale convergenza cooperativa. La pace regionale permette all’Armenia di congelare le tensioni e guadagnare tempo per concentrarsi sul rilancio dei propri settori economici e industriali, oggi in forte difficoltà dati i recenti sviluppi bellici. Per l’Azerbaijan, invece, l’intesa costituisce un mezzo per consolidare i vantaggi territoriali e strategici ottenuti negli ultimi anni, rafforzando la propria leadership regionale e legittimando, di fatto, un nuovo ordine nel Caucaso meridionale.

L’assenza del “grande orso”

L’Armenia, piccola nazione incastonata nel caucaso con dei vicini molto poco amichevoli, è storicamente legata alla Russia e questo legame è stato sancito anche dall’adesione a trattati legati alla sicurezza (come il CSTO) e a profondi rapporti di cooperazione economica. Pertanto nel 2020 la Russia inviò una forza di peacekeeping nel Nagorno-Karabakh a seguito degli scontri con le forze Azere.

Nonostante questi profondi legami, nel settembre del 2023, il grande orso ha deciso di intraprendere la via dell’inazione ottimale, restando indifferente davanti alla fuga di circa 120.000 sfollati verso il confine Armeno e l’imperversare delle forze Azere alle quali viene attribuita anche la responsabilità per la morte di 5 peacekeepers. Questo improvviso cambio di passo da parte del gigante Russo si inserisce all’interno di un quadro geopolitico ben più grande, in cui Putin progetta la struttura di alleanze e accordi sul piano regionale a causa dell’impegno in Ucraina e dell’isolamento commerciale, recidendo così lo storico asse regionale Russia-Armenia-Iran; Ciò avviene anche in virtù dello status di partner commerciale dell’Azerbaijan, che dal 2022 ha incrementato l’acquisto di greggio Russo, acquisendo un ruolo di maggior importanza per le finanze del Cremlino. In questo contesto è importante sottolineare il ruolo attivo della Turchia, che sostiene attivamente le forze Azere e punta da sempre a farsi promotore del dialogo con Mosca, insomma tra i due litiganti il terzo gode.

Il gioco degli attori regionali

Nel mosaico geopolitico del Caucaso, la questione del Nagorno-Karabakh è diventata un banco di prova per l’influenza degli attori regionali. La Turchia, storicamente alleata dell’Azerbaijan, ha svolto un ruolo cruciale nella seconda guerra del Karabakh, fornendo supporto militare diretto e droni da combattimento, riequilibrando così le forze sul campo e rafforzando la sua posizione nel Caucaso meridionale. L’Iran, che condivide una lunga frontiera con entrambi i paesi, mantiene una posizione ambigua: ufficialmente neutrale, teme però l’espansionismo turco e l’eventuale risveglio nazionalista della sua popolazione azera (presente in gran numero nel nord dell’Iran), il che lo spinge a cercare un equilibrio instabile tra i due contendenti. Nel frattempo, l’Unione Europea ha intensificato il dialogo con Baku, principalmente per diversificare le proprie forniture energetiche, mentre gli Stati Uniti osservano con attenzione, cercando di riaffermare la propria influenza nella regione dopo anni di disimpegno. In questo scenario frammentato, ogni attore sembra muoversi più per logiche di convenienza che per reali intenti stabilizzatori, contribuendo a rendere il Caucaso un crocevia di interessi divergenti e di alleanze fluide.

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