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Climax · Apr 25, 2026

Meno male che Santa Marta c'è

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Greencome · Climax

Ciao! Stai leggendo Climax, la newsletter mensile di Greencome che riflette sulle notizie più importanti su clima e ambiente, per capire come vivere su un Pianeta che cambia sempre più velocemente.

Le 3 notizie del mese, selezionate da noi. Dall’Italia, dall’Europa, e dal Mondo. In pieno stile Climax.

È online l’Annuario dei dati ambientali 2025 dell’ISPRA, il report che ogni anno fotografa lo stato dell’ambiente in Italia prendendo in esame oltre 300 indicatori e che, anche in questa edizione, si conferma uno degli strumenti più completi per leggere dati e tendenze del Paese.

Il quadro che emerge è articolato e mette in evidenza criticità e punti di forza. Restano centrali i temi legati alla fragilità del territorio, con un rischio idrogeologico ancora elevato, e alla gestione delle risorse idriche, sempre più sotto pressione tra siccità e inefficienze infrastrutturali. Allo stesso tempo, l’Italia conferma performance positive nell’economia circolare, con risultati già in linea, e in alcuni casi oltre, rispetto agli obiettivi europei fissati al 2030. Ampio spazio è dedicato anche alla biodiversità e al capitale naturale, elementi fondamentali ma ancora esposti a pressioni significative, sebbene non manchino segnali di miglioramento in specifici contesti.

L’Annuario analizza complessivamente 40 temi ambientali, dalle condizioni di aria, acqua e suolo fino agli impatti delle attività umane, restituendo una visione d’insieme utile a orientare le politiche pubbliche. Il report si inserisce infatti nel quadro delle strategie nazionali legate al PNRR e al Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, offrendo una base informativa concreta per valutare l’efficacia degli interventi e individuare le priorità future.

@ISPRA, Annuario dei dati ambientali 2025

Oltre 40 organizzazioni europee hanno lanciato la campagna “Per la salute, le api e gli agricoltori”, per contrastare la proposta della Commissione europea di introdurre autorizzazioni illimitate per i pesticidi. Presentata come una semplificazione normativa, la misura è vista dagli ambientalisti come una deregolamentazione a favore dell’industria chimica.

Secondo le associazioni, il provvedimento ridurrebbe la possibilità di aggiornare le valutazioni scientifiche, prolungherebbe l’uso di sostanze già vietate come acetamiprid e glifosato e faciliterebbe l’approvazione di pesticidi tossici.

È stata quindi lanciata una petizione online per chiedere regole più severe, la tutela della biodiversità e una transizione verso un’agricoltura sostenibile.

@Pesticide Action Network

Le ondate di caldo estremo diventeranno sempre più frequenti e diffuse entro il 2050, soprattutto nelle grandi aree urbane. Ma, ancora una volta, la crisi climatica non colpirà tutti allo stesso modo.

Secondo uno studio del Climate Impact Lab, la mortalità legata alle alte temperature sarà fortemente sbilanciata: nei paesi a basso reddito si registreranno circa 391 mila decessi all’anno, contro i 39mila delle nazioni più ricche. In pratica, quasi il 90% delle vittime si concentrerà nelle aree del mondo con meno risorse per affrontare l’emergenza.

La differenza non dipende solo dall’esposizione al caldo, ma anche dalla capacità di adattamento: infrastrutture meno resilienti, accesso limitato a sistemi di raffreddamento e servizi sanitari più fragili rendono queste popolazioni molto più vulnerabili.

Il dato evidenzia un aspetto sempre più centrale della crisi climatica: oltre a essere una sfida ambientale globale, è anche un moltiplicatore di disuguaglianze. E senza interventi mirati, il divario è destinato ad ampliarsi.

Variazione dei tassi di mortalità netta a livello regionale (decessi per 100.000 persone) nel 2050 rispetto alla media 2001–2010, dovuta al cambiamento climatico. @Climate Impact Lab. “Human Health: Measuring the impact of rising temperatures on mortality to target adaptation planning”.

Una delle eredità più interessanti dello scorso summit globale sul clima (COP30) è il lancio della First International Conference on Transitioning Away from Fossil Fuels, in programma dal 24 al 29 aprile 2026 a Santa Marta, in Colombia. In un contesto in cui le crisi energetiche mettono in luce le problematicità della dipendenza globale dai combustibili fossili, questa conferenza rappresenta un tentativo concreto di cambio di rotta.

Abbiamo chiesto a Jacopo Bencini, esperto in diplomazia del clima e negoziati UNFCCC e presidente di Italian Climate Network, di rispondere a questa domanda:

Qual è il reale peso della prima conferenza internazionale sull’abbandono delle fonti fossili in questo momento storico, segnato da una nuova (ma familiare) crisi energetica? È un punto di svolta o rischia di restare un’occasione mancata?

C’è una goccia di speranza nel fatto quasi ironico che, mentre i governi di alcune grandi economie tornano ad usare il tema della sicurezza energetica per giustificare nuovi investimenti fossili, la strana coppia formata da Colombia e Paesi Bassi stia costruendo l’occupazione, per la prima volta nella forma di un vertice del massimo livello internazionale, di uno spazio politico inedito: l’uscita, guidata dai governi, dalle stesse fonti fossili. Non per discutere se farlo, ma come.

La conferenza di aprile 2026 nasce da una diagnosi lucida: l’architettura multilaterale esistente ha prodotto negli anni segnali normativi e politici importanti, ma non il coordinamento necessario per tradurli in azione. Il nodo è proprio questo. Ogni nuova crisi energetica - e quella legata al blocco di Hormuz non fa eccezione - viene affrontata da molte cancellerie occidentali secondo il principio conservativo del contenimento immediato del danno, senza proiezioni politiche e ideali sul medio-lungo periodo, condizionate da contratti, ammortamenti e lock-in strutturali. Si arriva quindi a confondere, nel dibattito pubblico, la dipendenza con la sicurezza, fino al punto paradossale di identificare nel fossile la stabilità e non il problema climatico e geopolitico.

La conferenza di Santa Marta cercherà di avviare un percorso capace di smontare questa logica dai suoi fondamenti. I tre pilastri del vertice - riconversione delle economie dipendenti, trasformazione dell’offerta e della domanda, riforma della governance internazionale - delineano un’agenda che, se perseguita nei prossimi anni, potrà creare l’humus politico sul quale innestare azioni concrete. A partire dai sussidi alle fonti fossili, il lock-in tecnologico appunto, fino alla revisione dei trattati sugli investimenti che rendono le politiche climatiche finanziariamente rischiose per i governi.

La vera posta in gioco e l’ambizione di questo primo passo nel percorso a guida colombiana sono queste: trasformare il “transitioning away from fossil fuels” di Dubai 2023 da compromesso diplomatico in cantiere operativo. In una congiuntura in cui troppi Paesi – inclusi, paradossalmente, molti dei 40 partecipanti - sembrano nuovamente disposti a pagare il prezzo della dipendenza pur di non pagare quello della transizione, Santa Marta ricorda che quel primo prezzo cresce ogni anno che passa.

È importante ora mantenere aspettative realistiche: Santa Marta va letta come il primo passo verso la COP del 2028, quando verrà redatto il secondo inventario delle politiche sotto l’UNFCCC (il cosiddetto global stocktake), quindi verso il 2030, anno della presentazione dei nuovi piani clima (NDC) sotto l’Accordo di Parigi. Ma ogni buon segnale dovrà essere sostenuto da subito.

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Lo scorso mese vi abbiamo chiesto se foste d’accordo con l’argomentazione secondo cui contrastare la crisi climatica in maniera efficace non è possibile a causa dei trend di aumento della popolazione globale.

Ecco cosa ci avete risposto:

Talvolta nei dibattiti sul clima capita di sentire argomentazioni sui fattori demografici che alla fine possiamo riassumere così: “Il problema è che siamo troppi”. È un concetto intuitivo, quasi rassicurante nella sua semplicità: più persone siamo, più consumiamo, più rifiuti ed emissioni generiamo. Ma proprio per la sua semplicità matematica, questa tesi è pericolosamente fuorviante.

Ridurre la crescita demografica non è una soluzione efficace al cambiamento climatico, almeno non nella finestra temporale che abbiamo a disposizione. Come sottolinea Hannah Ritchie in un articolo divulgativo e nel suo libro “Not the End of the World. Surprising facts, dangerous myths and hopeful solutions for our future on planet Earth”, e come confermano studi recenti, l’impatto delle variazioni di popolazione sull’aumento delle temperature globali è sorprendentemente piccolo. Quanto? Confrontando scenari che differiscono per ben 4 miliardi di persone, la differenza sulla temperatura al 2200 sarebbe di circa 0,05°C, o di 0,29°C nel peggiore (e implausibile) dei casi in cui l’ambizione politica per il clima è al minimo. Ma non diciamo sempre che ogni frazione di grado conta? Assolutamente sì, ma stiamo parlando di scarti che ora della fine del prossimo secolo rappresenterebbero una percentuale minima del riscaldamento complessivo raggiunto.

Nel frattempo noi dobbiamo tagliare le emissioni drasticamente entro pochi decenni, non secoli.

Il fattore principale di questa storia è proprio il tempo. Le dinamiche demografiche sono lente: anche politiche drastiche (ed eticamente discutibili) applicate oggi impiegherebbero decenni per incidere davvero sulla dimensione della popolazione globale. E considerando le traiettorie attuali di sviluppo tecnologico e politico, questi cambiamenti arriverebbero solo dopo significative riduzioni dell’intensità carbonica dell’attività economica mondiale, riducendone quindi l’impatto sulle temperature.

Parlare di popolazione rischia di essere una forma di distrazione collettiva. È molto più comodo additare la “troppa gente” che affrontare il vero nodo: come vive questa gente, quindi i sistemi energetici imperniati sui combustibili fossili, i consumi ad alta intensità di carbonio, la distruzione degli ecosistemi.

@Kuruc, Kevin and Vyas, Sangita and Budolfson, Mark and Geruso, Michael and Spears, Dean, Population Decline: Too Small and Too Slow to Influence Climate Change (May 31, 2023): https://ssrn.com/abstract=4535022.

Un mondo con meno persone ma ancora dipendente da carbone e petrolio resta un problema. Al contrario, un mondo più popoloso ma decarbonizzato può essere molto meno dannoso.

Questo non significa che la demografia sia irrilevante. In scenari estremi - per capirci, quelli in cui continuiamo a rimandare la transizione energetica - la popolazione può certamente contribuire ad “amplificare” la pressione sulle risorse. Ma è fondamentale non confondere un fattore amplificante con la causa principale: anche nei modelli più pessimisti, il vero motore del riscaldamento resta l’intensità delle emissioni, non il numero di persone.

C’è poi un aspetto etico che spesso viene aggirato. Le politiche che storicamente hanno ridotto la fertilità (istruzione femminile, accesso alla contraccezione, riduzione della povertà) sono tra le conquiste più importanti dello sviluppo umano. Ma il loro valore non deve essere strumentalizzato. Giustificarle in nome della CO₂ significa impoverirne il significato e, paradossalmente, anche l’efficacia nel dibattito pubblico.

In sintesi: limitare la crescita demografica è una falsa soluzione alla crisi climatica. La vera linea di demarcazione non è tra più o meno esseri umani, ma tra economie ad alte o basse emissioni. E questa, a differenza della demografia, è una scelta che possiamo (e dobbiamo) fare con effetto immediato.

Questo mese vi portiamo un neologismo inglese dal mondo della macroeconomia che in realtà non è di conio recente, ma è sicuramente molto attuale. Il termine “fossilflation” si riferisce all’inflazione causata dall’aumento e dalla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili (petrolio, gas e carbone). Il termine era già stato usato nel 2022 dalla Banca Centrale Europea, che aveva indicato l’impatto sui prezzi dei combustibili fossili a seguito dell’aggressione russa in Ucraina come un fattore determinante dei picchi registrati nell’inflazione complessiva. La morale è sempre quella: la dipendenza da queste fonti energetiche rende le economie vulnerabili agli shock dei prezzi che rappresentano un rischio sempre più incombente nello schizofrenico scacchiere geopolitico contemporaneo.

Da qualche settimana ha preso il via il nuovo campionato mondiale di F1. Il talento di Kimi Antonelli non è però l’unica novità della stagione. Come da regolamento, le nuove monoposto che si contenderanno il titolo quest’anno sono più “green”, più elettriche, più efficienti, ma anche meno spinte al limite. Tra gli appassionati, molti sostengono che la maggiore rilevanza del motore elettrico stia compromettendo la “spettacolarità” di questo sport.

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Ringraziamenti

Grazie per aver letto Climax! 💚

Questa newsletter è a cura di: Emma Cabascia e Annalisa Gozzi.

Non solo mese per mese, ogni giorno ci occupiamo di diffondere consapevolezza sulle sfide ambientali e climatiche.

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