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Climax · May 30, 2026

Prima di mangiare, pensa

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Greencome · Climax

Ciao! Stai leggendo Climax, la newsletter mensile di Greencome che riflette sulle notizie più importanti su clima e ambiente, per capire come vivere su un Pianeta che cambia sempre più velocemente.

Le 3 notizie del mese, selezionate da noi. Dall’Italia, dall’Europa, e dal Mondo. In pieno stile Climax.

L’Italia conquista un primato poco invidiabile sul fronte dell’inquinamento atmosferico. Secondo l’ultimo report dell’Agenzia europea dell’ambiente, due comuni pugliesi (Ceglie Messapica e Torchiarolo, nel Brindisino) registrano le concentrazioni più alte d’Europa di PM2,5, con valori annuali oltre quattro volte superiori ai limiti UE e ben lontani dagli standard indicati dall’OMS.

L’allarme riguarda però tutto il Paese: anche la Pianura Padana continua a mostrare livelli critici di polveri sottili, complice la combinazione di traffico, industria, allevamenti intensivi e scarsa ventilazione naturale.

Il dato più preoccupante resta quello sanitario: in Italia si contano 101 morti ogni 100mila abitanti legati all’esposizione cronica al PM2,5, quasi il triplo rispetto a Francia, Germania e Spagna. Nel 2025, inoltre, l’Italia è risultata il Paese UE con il maggior numero di centraline oltre i limiti annuali previsti dalla normativa europea. Intanto, il 92,5% delle stazioni di monitoraggio europee supera ancora le soglie di sicurezza fissate dall’OMS.

@AEA, Concentrazioni di PM2,5 nel 2024 in relazione al valore limite giornaliero UE previsto per il 2030

Lo sapevamo già, ma ora arriva un’ulteriore conferma scientifica: l’Europa è oggi una delle aree più colpite dalla crisi climatica. Secondo il nuovo rapporto sullo Stato del clima in Europa, realizzato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine insieme all’Organizzazione meteorologica mondiale e Copernicus, il nostro continente si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media mondiale.

Nel 2025, oltre il 95% del territorio europeo ha registrato temperature superiori alla norma. La copertura nevosa sulle montagne è risultata inferiore del 31% rispetto alla media, mentre la Groenlandia ha perso circa 139 miliardi di tonnellate di ghiaccio.

Sempre più frequenti anche le ondate di calore marino, che hanno interessato l’86% delle acque europee: in oltre un terzo dei casi l’intensità è stata classificata come “grave” o “estrema”, un record assoluto. Intanto, incendi senza precedenti hanno distrutto più di un milione di ettari di foreste, mentre siccità e temperature elevate hanno mantenuto i livelli dei fiumi sotto la media per quasi tutto l’anno.

© European State of the Climate 2025

Secondo i detrattori delle energie rinnovabili, il loro principale limite è sempre stato uno: l’inaffidabilità. Ma oggi anche questa convinzione inizia a perdere terreno. Un nuovo rapporto dell’International Renewable Energy Agency conferma che impianti solari ed eolici integrati con batterie sono già in grado di fornire elettricità continua, 24 ore su 24, a costi inferiori rispetto a carbone e gas in molte aree del mondo.

Secondo l’analisi, nelle regioni con forte irraggiamento solare o vento costante, il costo dell’energia rinnovabile “stabile” varia tra 54 e 82 dollari per megawattora, contro i 70-85 del nuovo carbone in Cina e oltre 100 dollari per il gas di nuova generazione.

A trainare il cambiamento è soprattutto il crollo dei costi tecnologici: dal 2010 il prezzo dei pannelli solari è diminuito dell’87%, quello dell’eolico terrestre del 55%, mentre le batterie hanno registrato un calo record del 93%.

Il report sottolinea anche un vantaggio strategico: sistemi rinnovabili con accumulo riducono la dipendenza dalle crisi geopolitiche e garantiscono maggiore sicurezza energetica. Non a caso, queste soluzioni stanno diventando sempre più interessanti anche per data center, intelligenza artificiale e industrie ad alto consumo energetico, che richiedono elettricità continua e stabile.

@IRENA (2026), 24/7 renewables: The economics of firm solar and wind, International Renewable Energy Agency, Abu Dhabi

Cesto EcoSostenibile è un progetto che si occupa di divulgazione ed educazione al recupero alimentare attraverso contenuti, laboratori e attività di consulenza con lo scopo di incoraggiare le persone ad una maggiore attenzione allo spreco. Abbiamo chiesto a Matteo Odello, professionista della ristorazione e fondatore di questa iniziativa, di rispondere a questa domanda:

Che cos’è l’iniziativa Cesto EcoSostenibile e quali strumenti fornisce per ripensare la cucina attorno al perno della sostenibilità, dalla scelta degli ingredienti alla riduzione degli sprechi?

L’iniziativa “Cesto EcoSostenibile” è un progetto di divulgazione ed educazione nato nel 2024 per promuovere il recupero alimentare e trasformare lo spreco in risorsa. Questa realtà è la naturale prosecuzione di una mia precedente esperienza: un laboratorio gastronomico incentrato sul recupero alimentare di ortaggi scartati dalle aziende agricole per motivi estetici. Oggi, Cesto Ecosostenibile evolve quel concetto e si propone di guidare le persone a cambiare in meglio le proprie abitudini quotidiane attraverso l’esperienza diretta.

Per ripensare la cucina attorno al perno della sostenibilità, dalla scelta degli ingredienti alla gestione della dispensa, l’iniziativa fornisce tre strumenti fondamentali:

  1. Ricette e idee anti-spreco: Contenuti sui social che insegnano a valorizzare gli ingredienti in ogni loro parte, superando i pregiudizi sulla forma del cibo e ottimizzando gli acquisti.

  2. Laboratori di cucina “Zero Spreco”: Corsi interattivi ed esperienziali dove apprendere tecniche concrete di conservazione, gestione circolare del cibo e rigenerazione creativa degli avanzi.

  3. Educazione e consulenza: Attività formative mirate a diffondere la cultura della sostenibilità sul territorio, stimolando la curiosità e il senso di responsabilità.

Grazie a queste risorse, l’iniziativa offre strumenti per agire attivamente e quotidianamente contro lo spreco alimentare.

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Lo scorso mese vi abbiamo chiesto di esprimervi su un argomento finora inesplorato su Climax: la F1. In particolare, abbiamo cercato di sondare le vostre idee sulle nuove regole introdotte a partire da quest’anno, che hanno a che fare con la rilevanza del motore elettrico.

Ecco cosa avete risposto:

Nonostante una discreta porzione della community abbia confessato, senza troppa vergogna, di trovare questa disciplina un ottimo sonnifero per la domenica pomeriggio, la maggior parte di voi ha espresso interesse, tuttavia, accompagnato dalla convinzione che la Formula 1 debba allinearsi agli impegni per una transizione ecologica.

Motori roboanti e velocità estreme, piloti elevati a eroi contemporanei (con tutto il nostro rispetto per i risultati di Antonelli, permetteteci una menzione d’onore a Lewis Hamilton vegano dal 2017). Il nesso logico tra F1 ed emissioni è abbastanza evidente. In qualche modo, l’essenza della Formula 1 ha per decenni coinciso con lo sfruttamento dei combustibili fossili.

Da qualche anno, però, le cose stanno cambiando. Già nel 2014 l’introduzione delle power unit ibride ha permesso un primo superamento del motore termico tradizionale, integrando componenti elettriche e complessi sistemi di recupero energetico.

Le nuove regole introdotte nel 2026 confermano la volontà di F1 di continuare su questa strada, stabilendo un nuovo equilibrio tra la componente termica e quella elettrica dei motori di Formula 1. In parole semplici, quest’anno circa il 50% proviene dal tradizionale motore a combustione interna (ICE), mentre il restante 50% dal sistema elettrico. Di conseguenza, la rilevanza della componente elettrica è aumentata in maniera significativa, pesando quasi il triplo rispetto alle stagioni precedenti.

Un ulteriore passo verso la transizione energetica riguarda l’introduzione di “carburanti sostenibili”, composti cioè per il 99% da elementi non fossili. I principali fornitori, tra cui Shell, Petronas, ExxonMobil e Aramco, hanno sviluppato due tipologie principali di combustibili: biocarburanti avanzati, ottenuti da scarti agricoli, rifiuti organici e materiali cellulosici di seconda generazione, ed e-fuel sintetici, prodotti tramite cattura della CO2 atmosferica e con idrogeno generato da fonti rinnovabili. Pur essendo interamente bio o sintetici, questi carburanti sono in grado di garantire prestazioni molto simili alle benzine tradizionali, riducendo però le emissioni fino al 95%.

Questi cambiamenti hanno acceso alcune polemiche. Secondo le prime impressioni di alcuni osservatori nei Gran Premi iniziali, le prestazioni delle monoposto risultano meno esplosive in pista, rendendo le gare meno spettacolari. Una parte del dibattito tende a collegare questa percezione ai motori più “green”, ma in realtà le prestazioni di una F1 dipendono da molti fattori tecnici e regolamentari, non solo dal tipo di carburante.

Staremo a vedere. Anche perché sembra che dal 2027 verrà fatto un passo indietro sulla ridistribuzione delle potenze tra le due componenti del motore proprio a causa di queste polemiche.

Al di là di questi dettagli tecnici, occorre farsi una domanda più ampia: è l’inquinamento prodotto dalle auto da corsa il vero problema ambientale della Formula 1?

Secondo le più recenti stime diffuse dalla Formula One Management, una stagione di Formula 1 genera oltre 250.000 tonnellate di CO₂, di cui meno dell’1% è generato dai gas di scarico prodotti dalle monoposto in pista. Non vi sorprenderà forse scoprire che l’impatto ambientale della Formula 1 è legato soprattutto alla sua logistica globale. Il grosso delle emissioni generate dal motorsport è associato al trasporto di materiali, attrezzature e personale (piloti, ingegneri, staff), che di solito si muove in jet privati, ma anche spettatori tra i vari circuiti del mondo. In questo senso è positivo che la Federazione si sia data l’obiettivo di raggiungere emissioni nette zero entro il 2030, ma alle parole devono seguire i fatti.

La Formula 1 si muove su un crinale sempre più sottile tra innovazione e contraddizione: laboratorio tecnologico avanzato da un lato, icona di un modello sportivo globalizzato e ad alta intensità carbonica dall’altro. Le soluzioni ingegneristiche - dai carburanti a basse emissioni ai sistemi di recupero energetico - rappresentano un passo necessario, ma non sufficiente. Con il nuovo regolamento e gli impegni ufficiali per “alleggerire” il peso carbonico del fitto calendario di gare, si può dire che passi avanti sono stati compiuti, ma è possibile concepire davvero una F1 intrinsecamente sostenibile o si tratta di un ossimoro?

Secondo il report Badvertising: Fossil Fuel Propaganda and Climate Delay del New Weather Institute, il motorsport rientra tra i settori che rischiano di normalizzare modelli ad alte emissioni. Sintomatica in questo senso è la marginalizzazione della Formula E, uno spazio di sperimentazione per la mobilità elettrica nato nel 2014 e disputato su circuiti cittadini, in cui le monoposto recuperano fino al 40% dell’energia utilizzata in gara grazie alla frenata rigenerativa.

Eppure, proprio qui si gioca la vera partita: la transizione non è riducibile ad una questione squisitamente di innovazione tecnologica, ma anche di narrazione e legittimazione culturale. Finché la sostenibilità resterà ai margini dell’immaginario sportivo dominante, sarà difficile immaginare un cambiamento davvero sistemico. In questo senso, la Formula 1 non è soltanto un banco di prova per nuove soluzioni ingegneristiche, ma anche un terreno di confronto su quale idea di futuro - e di mobilità - siamo disposti a rendere desiderabile.

No, non c’entrano né le sirene né altre creature magiche. L’energia marina, o oceanica, è una fonte di energia rinnovabile di cui non si sente parlare tanto spesso quanto delle sue cugine (solare, eolica e idroelettrica). Si tratta di tecnologie che sfruttano la forza delle maree e delle onde o le differenze di temperatura e salinità del mare, per produrre energia elettrica. Secondo la Commissione europea, questa forma di energia potrebbe arrivare a coprire il 10% della domanda di elettricità nell’UE entro il 2050. Tuttavia, per il momento un significativo progresso tecnologico ci separa da tale pronostico, ed è cruciale che ciò si accompagni a una migliore comprensione degli impatti ambientali di queste tecnologie.

La pubblicità, in tutte le sue forme, è ormai parte integrante della nostra quotidianità. Recentemente, Amsterdam è diventata la prima città al mondo a vietare pubblicità delle industrie oil&gas, mezzi di trasporto ad alto impatto ambientale e prodotti a base di carne.

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Ringraziamenti

Grazie per aver letto Climax! 💚

Questa newsletter è a cura di: Emma Cabascia e Annalisa Gozzi.

Non solo mese per mese, ogni giorno ci occupiamo di diffondere consapevolezza sulle sfide ambientali e climatiche.

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