Ciao! Stai leggendo Climax, la newsletter mensile di Greencome che riflette sulle notizie più importanti su clima e ambiente, per capire come vivere su un Pianeta che cambia sempre più velocemente.
Le 3 notizie del mese, selezionate da noi. Dall’Italia, dall’Europa, e dal Mondo. In pieno stile Climax.
Negli ultimi 15 anni la temperatura media annua in Italia è aumentata di 1,8°C, ma l’incremento è più marcato nel Nord del Paese, dove in alcune città supera i 3°C. È quanto emerge dall’Indice del clima pubblicato dal Sole 24 Ore, che analizza il benessere climatico nei 112 capoluoghi italiani secondo 16 parametri, sulla base dei dati meteorologici del periodo 2015-2025.
Per il terzo anno consecutivo Bari guida la classifica delle città con il clima migliore, seguita da Barletta-Andria-Trani, Pescara, Ancona e Chieti. Tra le prime dieci prevalgono i territori costieri, ma figurano anche aree interne come Pesaro-Urbino ed Enna. Tra le città con gli aumenti maggiori di temperatura media spiccano diversi capoluoghi di provincia del Nord Italia, come Belluno, Asti, Cremona, Piacenza, Alessandria e Mantova.
L’analisi evidenzia anche gli effetti generalizzati della crisi climatica, che interessano la penisola da Nord a Sud: aumentano le ondate di calore, le notti tropicali e i picchi di caldo estremo; diminuiscono i giorni di pioggia ma crescono gli episodi di precipitazioni intense; si allungano i periodi di siccità e gli inverni risultano sempre più miti, con una progressiva riduzione della neve a bassa quota.
L’UE ha trovato un compromesso sulle denominazioni dei prodotti vegetali: vietati 31 nomi legati alla carne, ma restano consentiti termini ormai diffusi come burger, salsiccia e nugget. Il 5 marzo Parlamento europeo e Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio che impedirà ai produttori di alimenti vegetariani e vegani di usare parole come manzo, pollo, agnello, bacon, bistecca o filetto, riservandole esclusivamente agli alimenti di origine animale, inclusa la carne coltivata. Bruxelles ha però rinunciato alla linea più dura inizialmente proposta, lasciando sugli scaffali “burger vegetali” e “salsicce vegane”.
Il paradosso è che l’annuncio è arrivato lo stesso giorno in cui il Consiglio ha dato il via libera alla revisione della legge climatica europea, che ha l’obiettivo di ridurre del 90% le emissioni nette entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Secondo diverse organizzazioni ambientaliste, la stretta sulle etichette va nella direzione opposta: gli alimenti di origine animale generano tra l’81 e l’86% delle emissioni legate alla produzione alimentare europea pur fornendo solo una parte delle calorie consumate. “La transizione richiede di rendere più facili, non più difficili, le scelte alimentari sostenibili”, ha commentato Jasmijn de Boo, CEO di ProVeg. I produttori avranno tre anni per adeguarsi alle nuove regole. che devono ancora essere approvate formalmente dalle istituzioni UE.
Un tribunale del Dakota del Nord ha condannato Greenpeace a pagare 345 milioni di dollari (circa 292 milioni di euro) alla società Energy Transfer, che ha costruito l’oleodotto Dakota Access Pipeline. L’organizzazione ambientalista è stata ritenuta colpevole di diffamazione, sabotaggio, violazione della proprietà privata e interferenza nelle attività dell’azienda.
La causa è legata alle proteste contro il progetto dell’oleodotto e, secondo Energy Transfer, alle azioni e alle comunicazioni di Greenpeace durante la mobilitazione. L’Ong era già stata condannata nel 2025 in primo grado nello stesso procedimento, con una sanzione inizialmente fissata a 660 milioni di dollari.
Greenpeace ha annunciato che chiederà un nuovo processo e, se necessario, farà ricorso alla Corte Suprema del Dakota del Nord. L’organizzazione definisce la causa una SLAPP (Strategic Litigation Against Public Participation), cioè un’azione legale mirata a intimidire e mettere a tacere il dissenso pubblico. Se la sentenza dovesse essere confermata, l’organizzazione potrebbe essere costretta a dichiarare fallimento.
Abbiamo chiesto a Giovanni Mori, ingegnere energetico, attivista climatico e divulgatore scientifico, di rispondere a questa domanda:
Nelle ultime settimane abbiamo visto le infrastrutture idriche diventare target militari strategici in zone di conflitto. Se il cambiamento climatico rende l’acqua sempre più scarsa e le guerre distruggono proprio le infrastrutture che la rendono disponibile, rischiamo di entrare in una spirale in cui crisi climatica e instabilità geopolitica si alimentano a vicenda. Quanto è reale oggi questo circolo vizioso e quali lezioni dovrebbe trarne un Paese come l’Italia quando si parla di gestione delle risorse?
Quando qualche anno fa, in piena estate, hanno mandato le cisterne d’acqua al mio paesino sopra Brescia, non ci credevo. Al posto di Caino, il paesino avrebbe dovuto chiamarsi Millefonti, proprio per l’abbondanza di acqua. E ora ci trovavamo senza acqua a causa delle poche piogge. E non siamo né in mezzo alla Sicilia, né nel deserto del Gobi. Lì ho davvero capito che la minaccia era più reale che mai. Anche nelle nostre valli alpine, negli Appennini e ovviamente ancora di più nelle regioni più a sud d’Italia - dove gli accumuli idrici sono in crisi da anni, tra grandi perdite strutturali da riparare al più presto e cicli di acqua molto scarsa.
C’è un libro che già anni fa raccontava bene tutto questo: si chiama Effetto Serra, Effetto guerra, e già il titolo è abbastanza esplicito. Ossia la crisi climatica è un moltiplicatore di rischi, e questo ce lo dicono in primis i servizi segreti - italiani e stranieri - gli scienziati e anche i diplomatici (come Grammenos Mastrojeni che ha scritto il libro di cui sopra).
È un tema che ciclicamente si presenta davanti ai nostri occhi, ma che da decenni sta già avendo effetti: il lago Ciad si è già ridotto del 90% negli ultimi anni per via delle minori precipitazioni, oltre che per approvigionamento idrico eccessivo. Guarda caso, proprio in quella fascia del Sahel di forte siccità, la CIA ha misurato la nascita di moltissimi gruppi terroristici come Boko Haram o affiliati - perché con il bestiame che muore o la terra incoltivabile è molto più facile trovare gente disposta a imbracciare un fucile.
Ma pure l’Iran - ora in guerra - arriva da un periodo di siccità terribile, con Teheran che rischiava di essere evacuata con i suoi 10 milioni di persone, anche lì per un mix di maggiori siccità e mala gestione di una risorsa preziosa come l’acqua. Per non pensare alle dighe sull’Himalaya e in Tibet, controllato dalla Cina, che possono bloccare o meno l’acqua dei più grandi bacini fluviali dell’India o del Bangladesh, da cui dipende la vita di almeno un miliardo di persone.
In Italia facciamo finta di niente, ma siamo forse il paese più a rischio d’Europa, quello che nelle mappe compare in rosso mentre tutti attorno i paesi sono in verde o in giallo. E quindi la primissima cosa da fare è mettere in sicurezza le tubature, la più urgente delle grandi opere da fare, con la priorità assoluta, per evitare più perdite possibili, perché quando poi l’acqua manca sarà troppo tardi. Già ora moltissime zone della Sicilia - anche città - hanno l’acqua razionata a giorni o a seconda delle ore. Non è una cosa del futuro come il film Siccità, è reale già da anni.
L’altra cosa è capire che circa il 70% dell’acqua che usiamo non va nel nostro lavarsi i denti o fare la doccia - dove comunque dobbiamo evitare sprechi, ma i consumi casalinghi sono circa il 10% del totale e le industrie circa il 20% - ma va in agricoltura e allevamento. Lì abbiamo un enorme lavoro da fare, per ridurre gli sprechi in maniera strutturale. Perché quando mancherà l’acqua ci chiederemo se vale la pena usare 15mila litri di acqua (in alcuni casi virtuale) per mangiarsi qualche hamburger o sfamare un intero condominio con della pasta o delle patate.
Anche quella è eccome sicurezza: non auguro a nessuno di vivere in una società dove iniziano a scarseggiare cibo e acqua. Rischia di saltare ogni patto di civiltà che conosciamo, di convivenza civile e anche di umanità. Non è una società in cui vogliamo vivere nemmeno per un’estate.
Per questo serve agire più in fretta che mai: la tecnologia in grossa parte c’è, ma serve sensibilizzare e prendere anche grosse e importanti scelte politiche - a ogni livello - prima che sia troppo tardi.
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Lo scorso mese vi abbiamo chiesto di raccontarci qual è, secondo voi, la lezione più importante che abbiamo imparato dai Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026.
Ecco cosa ci avete risposto:
Pensavamo che più persone tra voi si fossero accodate all’inaspettato hype generato dal curling e invece sembra che la principale preoccupazione della nostra community sia l’insostenibilità dell’organizzazione dei Giochi.
Come darvi torto. Mentre i Giochi paralimpici erano ancora in corso in Italia, il comprensorio sciistico di Sisorarfiit-Skiliften a Nuuk, in Groenlandia, ha dovuto chiudere in anticipo la stagione per la prima volta nella sua storia a causa delle temperature troppo elevate.
Ben lontane dalle latitudini di Nuuk, le stesse Alpi italiane devono fare i conti con la possibilità (molto concreta) che in futuro non saranno più in grado di ospitare i Giochi. Rispetto alla prima edizione di Cortina 1956, le temperature medie di febbraio della città si sono alzate di circa 3,6 gradi.
Come riporta il rapporto annuale di Legambiente Nevediversa 2026, nelle Alpi, la copertura nevosa si è ridotta del 5–6% ogni decennio negli ultimi cinquant’anni, e metà delle località sciistiche europee rischierebbe di restare a secco senza l’innevamento artificiale.
Già per queste Olimpiadi è stato necessario produrre 1,6 milioni di metri cubi di neve artificiale (l’equivalente di 640 piscine olimpioniche riempite di neve), implicando sia un grande dispendio di energia che ingenti prelievi d’acqua dai fiumi, con possibili rischi per l’approvvigionamento locale.
L’impatto ambientale di questi Giochi non si limita alla produzione di neve artificiale.
Come avevamo anticipato a gennaio, le polemiche sull’insostenibilità delle Olimpiadi, con le loro macro infrastrutture, non sono una novità e questa edizione nostrana non ha fatto eccezione.
Un caso emblematico è quello dello Sliding Center di Cortina, la nuova pista per bob, skeleton e slittino: inizialmente si era pensato di recuperare quella storica del 1956 o addirittura di utilizzare impianti già esistenti all’estero, ma si è infine optato per una nuova costruzione. Questo ha comportato un grande impatto ambientale, a partire dall’abbattimento di un intero bosco di larici, oltre a un aumento significativo dei costi, passati da 82 a oltre 120 milioni di euro. L’investimento era stato giustificato con la promessa di un utilizzo futuro strategico per la città di Cortina, ma un recente rapporto tecnico pubblicato da Simico (la Società Infrastrutture Milano Cortina 2026) subito dopo la conclusione dei Giochi ha evidenziato gravi criticità sulle condizioni dell’impianto. Siccome in Italia queste discipline sono poco praticate e i costi di gestione sono alti, la pista rischia di andare in disuso nel giro di pochi anni, seguendo il destino di altre strutture olimpiche.
Questo caso non è isolato. L’idea delle Olimpiadi “diffuse” prevedeva di sfruttare impianti esistenti per limitare nuove costruzioni e sprechi, ma nella pratica sono stati realizzati interventi molto più invasivi del previsto. A Livigno, ad esempio, le piste olimpiche sono state costruite accanto a strutture già presenti ma non utilizzate per i Giochi, insieme a nuove infrastrutture, mentre le vecchie rampe per il salto con gli sci sono state demolite e ricostruite da zero.
Questi interventi sono emblematici della promessa, non mantenuta, che i fondi stanziati per i Giochi avrebbero apportato benefici alle località che hanno ospitato le gare, migliorandone l’accessibilità e rendendole più attrattive anche in altri periodi dell’anno slegati dagli sport invernali per contrastare così l’affollamento turistico e lo spopolamento.
In questo contesto si inseriscono anche le critiche sollevate da Greenpeace, che sottolineano come la presenza di grandi sponsor ad alto impatto climatico, come Eni, Stellantis e ITA Airways, rischi di trasformare i Giochi in un’operazione di “greenwashing”. Ancora più controversa, secondo l’organizzazione, è la partecipazione di Leonardo, colosso dell’industria bellica, considerata in contrasto con i valori di pace e cooperazione che dovrebbero caratterizzare le Olimpiadi.
Proviamo però, per un attimo, a guardare il bicchiere mezzo pieno.
Il formato inedito delle Olimpiadi “diffuse” pensato proprio per ridurre l’impatto ambientale, distribuendo le competizioni tra più località, sembra aver (almeno in parte) funzionato tanto che alcuni osservatori iniziano a considerarlo un possibile modello per il futuro nonostante l’iniziale scetticismo. Un modello ancora imperfetto, certo, ma un passo avanti rispetto alle edizioni più recenti, come quelle in Cina, Corea del Sud o Russia, che avevano prodotto un impatto ambientale gigantesco, dipendendo quasi completamente da neve artificiale (100% per Pechino 2022, oltre 90% nel caso di Pyeongchang 2018, più dell’80% per Sochi 2014).
Non fraintendeteci: parlare di reale sostenibilità resta comunque difficile. Eventi di questa scala, sportivi o meno, comportano inevitabilmente costi ambientali enormi, ed etichettarli come “sostenibili” rischia di trasformare la sostenibilità in uno slogan invece che in un obiettivo concreto e migliorabile.
Se anche un evento di questo tipo non può essere 100% sostenibile, può comunque diventare più sostenibile rispetto al passato. In questo senso, che Milano-Cortina abbia fatto anche cose buone?
No, non si tratta di una versione moderna del decoupage. Il termine inglese decoupling, traducibile in italiano con quello molto meno sexy di disaccopiamento, è un lemma formale usato solitamente in ambito economico, politico o tecnologico. Descrive la separazione tra due sistemi, prima strettamente legati l’uno all’altro, per permettere che ciascuno funzioni indipendentemente. In ambito climatico e di sostenibilità, questo termine viene spesso usato per descrivere la possibilità di immaginare (e realizzare) modelli sociali, economici e politici in cui il benessere non è direttamente dipendente dal consumo di combustibili fossili, e quindi coupled (connesso) a continue emissioni di gas a effetto serra.
Forse vi è capitato di sentire da qualche parte l’argomentazione secondo cui contrastare la crisi climatica in maniera efficace non è possibile a causa dei trend di aumento della popolazione globale.
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Ringraziamenti
Grazie per aver letto Climax! 💚
Questa newsletter è a cura di: Emma Cabascia e Annalisa Gozzi.
Non solo mese per mese, ogni giorno ci occupiamo di diffondere consapevolezza sulle sfide ambientali e climatiche.
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