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FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano · Aug 23, 2026

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Giuseppe Sant'Elia · FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano

Mi tengono aperto l’occhio destro. Non so con cosa. La testa non si muove. Qualcosa mi prende sotto la mandibola, qualcosa mi tiene il torace. Non stringono. Non serve.

Entra dall’angolo vicino al naso.

All’inizio è pressione. Dietro l’occhio. Nei denti di sopra. Poi la pressione aumenta e continua ad aumentare anche dopo il punto in cui dovrebbe diventare dolore. Con quell’occhio vedo ancora. Questa è la cosa peggiore. Il campo visivo si sposta di lato, tutto insieme, e dal bordo entra una linea scura. La vedo avanzare.

È quello che mi stanno infilando dentro. Provo a chiudere la palpebra. Non posso.

Penso: mia figlia si chiama Elisa. Lo penso perché devo tenere qualcosa. Elisa. Ventitré anni. No. Ventiquattro. Ha compiuto ventiquattro anni a marzo. Marzo.

La cosa dentro l’occhio si ferma. Parte il rumore. Raschia. Pausa. Raschia. Non lo sento con l’orecchio. È nell’osso. Sette volte. Poi ricomincia più in là.

Io mi chiamo Michele. Ho cinquantasei anni. Ho lavorato nei boschi. Mia moglie si chiama Anna. Mia figlia Elisa. Abito a—

Il nome della via non viene.

Raschia. Pausa. Raschio.

Non importa.

La casa ha il cancello verde. No. Il cancello era verde prima. Adesso è marrone. Quando l’abbiamo riverniciato? Non devo perdere queste cose.

La cosa si sposta ancora dietro l’occhio. Vedo. Continuo a vedere.

A un certo punto non sento più di avere una faccia. C’è l’immagine davanti a me, rosa e grigia, e basta. Non so più dove finisce l’occhio e comincio io.

Poi finisce.

Non di colpo. Smettono con calma.

Il peso sul petto sparisce. Quello sotto la mandibola si ritira.

Vomito.

La superficie sotto la testa si apre e prende il vomito prima che mi tocchi il collo.

Penso: si occupano di me.

Ci credo per forse due secondi.

Poi mi lasciano lì.

Sono in piedi. Non ricordo di essermi alzato. Davanti a me ce n’è uno. Mi arriva al petto. La superficie è lucida, bagnata. Dove dovrebbe esserci la faccia non riesco a tenere fermo niente. Guardo un punto e il punto cambia.

Alza qualcosa. Una mano, forse. Mi prende il braccio.

Penso a Elisa.

La prima bicicletta era rossa. No. Quella era di sua cugina. Elisa aveva quella gialla con il cestino. La portavo dietro casa. C’era ghiaia. Cadeva sempre nello stesso punto.

La creatura mi porta lungo il passaggio. Io cammino. Il pavimento cede sotto i piedi e risale dietro. Caldo. Sempre caldo.

Non ho avuto freddo da quando sono qui.

Da quanto sono qui? Cinque giorni. Adesso non lo so. Adesso so soltanto che la bicicletta era gialla.

Mi fermano sopra una parte del pavimento diversa dalle altre. Aspettano.

Il pavimento si abbassa sotto il mio peso. Due dita. Forse tre. Loro stanno immobili. Aspettano che risalga. Quando torna a livello mi fanno scendere.

Mi hanno pesato.

La volta dopo capisco che è la seconda volta perché penso: di nuovo.

C’è stato il costone. Prima. Devo partire dal costone. Ero salito per controllare una zona dove avevano segnalato alberi caduti. Avevo la giacca. No. L’hanno trovata?

Io qui sono nudo. La giacca dev’essere rimasta fuori.

C’era luce. Non una luce nel cielo. Una luce davanti. Poi niente. Poi ero dentro. Questo non cambia.

Ogni volta che provo a ricordare è uguale. Costone. Luce. Dentro.

Non c’è un viaggio in mezzo. Non manca un pezzo. Il pezzo non esiste.

Mi mettono qualcosa in bocca. No. Questa parte no. Questa parte non la voglio ricordare.

Elisa aveva la bicicletta gialla. Il cancello marrone.

Anna beve il caffè senza zucchero.

Nel mobile sopra il lavello ci sono i bicchieri.

Ho un’ernia tra—

Non ricordo quali vertebre.

Mi mettono qualcosa in bocca.

Quando torno cosciente sono dentro una sacca. La membrana mi aderisce alla schiena, alle gambe, alle braccia. C’è liquido tiepido.

Davanti a me ce n’è uno. Sta fermo. Non so se mi guarda. Non ha occhi che riesca a riconoscere.

Parlo.

«Mia moglie si chiama Anna.»

La cosa non si muove.

«Mia figlia Elisa.»

Niente.

«Ho lavorato vent’anni con la forestale.»

Non è vero.

Correggo.

«Trent’anni.»

Gli dico che devo cambiare le gomme alla macchina. Gli dico che ho male alla schiena quando cambia il tempo. Gli dico che da bambino avevo un cane di nome Berto.

Berto. Sì. Quello è vero.

«Berto.»

La cosa resta lì.

Continuo.

Non so perché. Forse penso che se conosce abbastanza cose di me allora succede qualcosa.

Dico il nome della scuola di Elisa. Il paese dove è nata Anna. Il posto dove tengo le chiavi di riserva.

La creatura se ne va mentre sto parlando.

Non aspetta che finisca.

Prima ho visto gli altri. Questo era prima. Le sacche erano nelle pareti.

Diciannove nel primo slargo.

Cinque vuote.

Un cane.

Una capra.

Uccelli.

Persone.

Un uomo morto con una giacca di velluto marrone come quella che aveva mio padre nelle fotografie.

Un uomo vivo. Mi vede. Avvicina la bocca alla membrana.

Dice: «Chi comanda adesso?» Ricordo esattamente queste parole. Solo queste.

Chi comanda adesso.

Avrei potuto aiutarlo.

Forse.

Non ci ho provato.

Ho pensato che se lui era lì da tanto tempo ed era ancora vivo, allora avevo tempo anch’io. Questo pensiero non me lo devo dimenticare. Il resto posso. Questo no.

Mi aprono di nuovo l’occhio. Non quello destro. Il sinistro. No. Il destro.

C’è già qualcosa dentro. Lo sento muoversi quando sposto lo sguardo.

Non dovrei riuscire a sentirlo. Lo sento. Uno di loro tiene qualcosa vicino alla pupilla.

Aspetta.

Io penso al ramo.

Non so ancora perché.

Ramo.

Ramo.

Ramo.

Il pavimento si apre.

Dentro ci sono cose.

Non organi.

Non so.

Pezzi.

Una mano.

Parte di una gamba.

Un animale che non riconosco.

Una bocca con un pezzo di mandibola.

La bocca si apre.

Si chiude.

Si apre.

Si chiude.

Le dico:

«Buonasera.»

Non risponde.

Continuo a guardarla.

A un certo punto capisco una cosa.

Non stanno cercando di ammazzarci.

Questo non mi tranquillizza.

Mi fanno stare sdraiato.

Aspettano.

Uno preme qualcosa contro il fianco.

Entra.

Non so quanto.

Il dolore arriva dopo.

Penso: cancello marrone.

Bicicletta gialla.

Anna senza zucchero.

Elisa.

Berto.

Ramo.

Perché ramo?

Qualcosa si muove dentro l’addome.

Non taglia.

Spinge.

Cerca.

Quando trova quello che cerca si ferma.

Io urlo.

Nessuno cambia velocità.

Nessuno viene più vicino.

Nessuno si allontana.

Continuano.

Questa è la cosa.

Continuano.

Una volta, nei boschi, dovevamo togliere un ramo.

Adesso ricordo.

Era grosso. Marcito vicino all’attacco. Se fosse caduto verso il sentiero avrebbe potuto prendere qualcuno.

Dentro la biforcazione c’era un nido.

Tre piccoli.

Non so di che uccello.

Uno aveva il becco aperto.

Il ramo andava tolto.

Lo tolsi.

Il nido venne giù insieme.

Non ricordo se i piccoli morirono subito.

Non controllai.

La sera tornai a casa.

Anna aveva fatto la pasta col sugo.

Elisa era ancora piccola.

Mangiammo.

Non pensai al nido.

Loro non sono cattivi.

Questo lo capisco mentre qualcosa mi entra nel fianco.

Essere cattivi richiede troppo.

Bisogna sapere che l’altro è lì.

Bisogna volergli fare male.

Bisogna preferire il suo dolore alla sua assenza.

Qui non c’è niente di tutto questo.

Il dolore non cambia quello che fanno.

Le urla non cambiano quello che fanno.

Il mio nome non cambia quello che fanno.

Mia figlia non cambia quello che fanno.

Non mi stanno torturando.

Mi stanno usando.

A un certo punto il pavimento non cede più.

Metto la mano sotto di me.

Duro.

Freddo.

No.

Non freddo.

Aria.

È l’aria che è fredda.

Apro gli occhi.

Asfalto.

Sono nudo contro un guard rail.

È notte oppure mattina.

Non lo so.

Metto entrambe le mani sulla strada.

Spingo.

L’asfalto non va giù.

Spingo più forte.

Niente.

Comincio a piangere.

Per quello.

Perché non si muove.

Una macchina passa e poi torna indietro.

Qualcuno mi parla.

Non capisco.

Continuo a tenere le mani sull’asfalto.

Dopo mi chiedono perché penso che possano tornare.

Non penso che possano.

Penso che non abbiano finito.

È diverso.

Un ramo non sa perché viene tagliato.

Un nido non sa che cos’è un sentiero.

Io per loro non so cosa sono stato.

Cavia.

Peso.

Cibo.

Scarto.

Parte di qualcos’altro.

Non importa.

La domanda che mi fate è sempre sbagliata.

Continuate a chiedermi perché mi hanno preso.

Come se ci dovesse essere un perché che riguarda me.

Io una volta ho tagliato un ramo.

Dentro c’erano tre animali vivi.

Non li avevo cercati.

Non li odiavo.

Non mi servivano.

Erano lì.

Io ero dentro il nido.

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