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FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano · Aug 22, 2026

ACQUA NERA

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Giuseppe Sant'Elia · FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano

Quella domenica di luglio la risorgiva era piena di gente. Sul prato c’erano teli, borse frigo, bambini in costume che entravano nell’acqua fino alle caviglie e ne uscivano urlando per il freddo. Qualcuno aveva acceso una griglia vicino agli alberi e il fumo scendeva verso la vasca. L’acqua era verde e trasparente. Dalla riva si vedevano le pietre sul fondo.

Sergio arrivò con Enrico poco dopo mezzogiorno. Scaricarono le bombole dalla macchina e si prepararono sull’erba, in mezzo alle famiglie. Un bambino rimase a guardarli mentre infilavano le mute e chiese quanto sarebbero andati giù. Enrico indicò la parete di roccia. Sotto la montagna. Il bambino aspettò qualche secondo, cercando di capire se scherzasse. Sergio controllò due volte gli attacchi della bombola. Lo faceva sempre. Sua moglie diceva che da quando aveva passato i quaranta controllava tutto due volte: il gas prima di uscire, la macchina quando la chiudeva, i documenti prima di partire. Vecchio, gli diceva. Aveva quarantadue anni.

Entrò in acqua per ultimo. Il freddo gli prese subito le gambe. Si lasciarono alle spalle le voci, il fumo, i bambini. Nei primi metri il sole entrava nell’acqua a lame chiare. Più sotto il verde diventò blu, poi grigio. A trenta metri accesero le torce.

La prima sala cominciava a quaranta. Ci erano già stati altre volte. Sopra le loro teste restava un chiarore lontano, abbastanza per sapere dove fosse l’uscita. La sala era larga, il fondo scendeva verso una parete di calcare e sulla parete, quasi al centro, si apriva il sifone. Sergio gli passò davanti senza fermarsi. Era quello che avevano deciso: prima sala, un giro, poi fuori. Il sifone era per gli speleosub. Non per loro. Lo sapevano entrambi.

Continuarono lungo la parete. Sergio illuminò una spaccatura, un accumulo di pietre chiare, una piccola nube di pesci che si sciolse davanti alla torcia. Guardò l’orologio. Tutto normale. Quando tornarono verso il punto da cui erano entrati, il cono della torcia passò di nuovo sulla bocca del sifone. Sergio rallentò. Dentro si vedeva la vecchia sagola. Ne aveva sentito parlare parecchie volte. Il cunicolo proseguiva diritto per pochi metri e poi si allargava di nuovo. Una saletta piccola, niente di particolare. Cinque metri, aveva detto Roberto. Forse sette. Uno ci arrivava quasi vedendo ancora la sala alle spalle. Sergio rimase davanti all’apertura. Non voleva entrarci. Avvicinò soltanto la torcia. La sagola correva lungo la parete e spariva nel buio. Poteva arrivare fino al punto in cui il passaggio si stringeva. Guardare soltanto. Non era entrare davvero.

Enrico gli toccò una spalla. Sergio si voltò. Dietro la maschera, Enrico fece un movimento con la testa. Andiamo? Sergio indicò il sifone, poi se stesso. Due dita. Due minuti. Enrico rimase fermo. Alzò una mano, il palmo verso di lui. Ma la sagola era lì. Bastava seguirla. Sergio indicò il filo e fece di nuovo due con le dita. Che problema c’era? Non stavano parlando di esplorare il sifone. Solo quella prima saletta. Quella l’avevano fatta anche persone meno esperte di lui. Lo aveva letto, ne avevano parlato decine di volte. Cinque metri di cunicolo con una guida già stesa. Sorrise dietro l’erogatore. Due minuti. Prese la sagola fra due dita ed entrò.

La roccia gli passò sopra la testa. Una pinneggiata, poi un’altra. La luce della prima sala rimase alle sue spalle e dopo pochi metri non la vide più. Sergio continuò a tenere il filo. Il cunicolo non era stretto come sembrava da fuori. C’era spazio abbastanza per muoversi senza toccare le pareti. Tre metri. Quattro, forse. Poi la roccia si allargò. Eccola. La seconda saletta. Roberto aveva ragione. Sergio fece scorrere la torcia sul fondo e sulle pareti. Tutto lì. Tutte quelle raccomandazioni, e alla fine erano davvero pochi metri. Guardò l’orologio. Basta. Adesso indietro. Ruotò il corpo. La pinna destra toccò il fondo. Non sentì quasi niente. Vide soltanto una striscia di fango sollevarsi sotto di lui, poi allargarsi. In un secondo la nuvola gli arrivò davanti alla maschera. La luce diventò marrone. Sergio smise di muoversi. Aspettò. Il fango non scendeva. Portò una mano davanti al vetro della maschera. Non la vide. Va bene. Fermarsi. Respirare. La sagola. Aveva ancora la mano sinistra chiusa. La aprì. Vuota. Per un istante non capì. Doveva aver lasciato il filo mentre si girava. Era lì comunque. A dieci centimetri, mezzo metro al massimo. Allungò lentamente la mano a sinistra. Roccia. Più in alto. Altra roccia. Più avanti. Niente. Non doveva agitarsi. Il filo non poteva essere sparito. Era lì prima. Non si era mosso nessuno, non era successo niente. Un colpo di pinna, un po’ di fango. Tutto qui. Fece un movimento lento con il braccio, a ventaglio. Niente. Di nuovo. Il dorso della mano urtò qualcosa. Sergio chiuse subito le dita. Calcare. Lasciò andare. Respirava troppo in fretta. Se ne accorse e si costrinse a rallentare. Uno. Due. Uno. Due. Cercò ancora. Ogni movimento teneva il sedimento in sospensione. La torcia non illuminava più la saletta; illuminava soltanto il fango pochi centimetri davanti al vetro.

Sergio provò a ricostruire i movimenti. Era entrato da lì. Poi aveva girato a destra. No, aveva fatto mezzo giro verso sinistra. La sagola doveva essere dietro la spalla. Si voltò piano. La bombola sfiorò la roccia. Si fermò. Alzò una mano. Acqua. Più in alto. Ancora acqua. Salì di mezzo metro. Le dita trovarono il soffitto. Tenne il palmo contro il calcare. Bene. Almeno sapeva dov’era sopra. Poi sentì un colpo. Metallico. Lontano. Staccò la mano dalla roccia. Un altro. Tac. Tac. Enrico. Sergio aspettò. Tac. Tac. Veniva da davanti. Sì, davanti. Tese un braccio e avanzò lentamente. Ecco. Bastava quello. Enrico era nella sala, il suono arrivava dal cunicolo. Non c’era nessun problema che non si potesse risolvere. Una pinneggiata. Un’altra. La spalla urtò la parete. Corresse a sinistra. Tac. Questa volta il colpo sembrò arrivare da dietro. Sergio si fermò. No. Nell’acqua il suono ingannava. Lo sapeva. Non doveva inseguirlo come un idiota. Aspettò. Tac. Tac. Tac. Più debole. Sergio batté con una mano sulla propria bombola. Tre volte. Aspettò. Tac. Tac. Sorrise senza accorgersene. Enrico era lì. Bastava trovare il passaggio. Allungò entrambe le braccia davanti a sé. Il cunicolo non poteva essere lontano. Non si era spostato tanto. Un altro colpo. Più distante. Sergio accelerò. La testa urtò la roccia. Si fermò. Controllò il manometro. Per leggerlo dovette portarlo quasi contro la maschera. L’ago era sceso molto più di quanto si aspettasse. No. Guardò ancora. Lo stesso. Stava respirando come un cretino. Tutto lì. Doveva soltanto calmarsi.

Tac. Poi niente. Sergio aspettò. Enrico avrebbe battuto ancora. Niente. Forse si era spostato sulla bocca del sifone. Forse il suono adesso passava dietro una parete. Forse era Sergio a essersi infilato in un punto laterale. Un punto laterale. L’idea gli arrivò così. Ne aveva visti entrando? Provò a ricordare la saletta prima del fango. La parete. Il fondo chiaro. La sagola. C’erano altre aperture? Non lo sapeva. Adesso, tastando intorno, trovava roccia a destra e spazio a sinistra, poi altra roccia, poi ancora spazio. Era ancora nella saletta? Batté sulla bombola. Aspettò. Batté di nuovo. Nessuna risposta. Enrico non poteva restare là per sempre. Questo Sergio lo sapeva. Non doveva restare. Non avrebbe avuto senso ammazzarsi in due. Guardò il manometro. Doveva scegliere una direzione. Provò a sentire la corrente sul viso. L’acqua usciva dal sifone. Se avesse trovato il verso della corrente, avrebbe trovato anche l’uscita. Restò immobile. Qualcosa gli passava sulla guancia sinistra. Forse. Girò appena il viso. Di nuovo. Da sinistra. Era da sinistra. Andò da quella parte. Una mano davanti alla maschera, l’altra sopra la testa. Non cercava più il filo. Prima trovava la sala, poi la sagola. Una pinneggiata. Un’altra. Il passaggio continuava. Bene. La bombola urtò la roccia alle sue spalle. Sergio si abbassò. Il soffitto scendeva. Poteva essere il restringimento prima della sala. Anzi, probabilmente era quello. Continuò.

Il respiro diventò duro. Si fermò. Inspirò. L’aria arrivò, ma dovette tirarla. Guardò il manometro. Davanti agli occhi aveva soltanto una chiazza di luce. No, non ancora. Riprese a nuotare. Prima sala. Enrico. La luce sopra. Dovevano essere vicini. Fece altre due pinneggiate. Inspirò. Poca. Inspirò ancora. Ancora meno. Sergio si fermò. Il regolatore gli diede un respiro corto. Provò di nuovo. Niente. No. Tirò più forte. Arrivò un poco d’aria. La gola gli si chiuse. Nuota. Si spinse avanti. La mano urtò la roccia. A destra niente. A sinistra c’era spazio. Entrò lì. Inspirò. Niente. Una seconda volta. Niente. Per qualche secondo dimenticò tutto quello che sapeva. Le mani andarono sulle pareti. Le pinne contro il fondo. La testa colpì la roccia. Respira. Il petto gli fece male. Provò ancora. Niente. Aprì la bocca intorno all’erogatore come se il problema fosse quello, come se bastasse aprirla di più. Una mano trovò un’apertura. Sergio infilò il braccio e si tirò avanti. Il passaggio era troppo stretto. No, passava. Doveva passare. La bombola si incastrò. Tirò. Non venne. Tirò ancora. Niente.

Poi, senza sapere perché, pensò alle chiavi della macchina. Dove le aveva messe? Nella tasca laterale del borsone. No. Nella scarpa. Enrico lo prendeva sempre in giro per quella storia della scarpa. Da vecchio. Sergio cercò di ricordare quale delle due scarpe. La destra. Forse. Il dolore nel petto si allontanò un poco. Doveva fare qualcosa. Non ricordava cosa. Davanti alla maschera la torcia illuminava ancora il fango. Sergio la guardò. Pensò al numero di telefono di sua moglie. Le prime cifre arrivarono subito. Poi niente. Ricominciò. Di nuovo niente. Strano. Lo conosceva da anni. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì, la luce era sempre lì. Per qualche secondo gli sembrò importante. Poi non più.

Quando entrarono gli speleosub del soccorso, trovarono Sergio in un cunicolo laterale, a una trentina di metri dalla prima sala. La bombola era vuota. Era rimasto incastrato con una spalla contro la roccia. Uno dei soccorritori liberò il corpo. L’altro tornò indietro lungo il cunicolo per ricostruire il percorso. Il fango si era posato. L’acqua era di nuovo limpida. La vecchia sagola correva lungo la parete. Nel punto in cui Sergio aveva perso la direzione, poteva quasi toccarla allungando entrambe le braccia.

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