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FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano · Aug 15, 2026

SPIAGGE D’AGOSTO

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Giuseppe Sant'Elia · FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano

Le spiagge, di per loro, sono solo una linea di sabbia o sassi che costeggia il mare. Ce ne sono a mille e mille così, sulla costa italiana. E’ uno spazio che diviene un luogo solo quando la gente lo occupa. La spiaggia di cui parlo ha un nome, naturalmente, ma non serve dirlo. Quello che è successo lì poteva succedere dappertutto e, secondo me, da qualche parte sta succedendo di nuovo.

Di solito in spiaggia arrivo con la prima corriera, quella delle sette e venti di mattina. A quell’ora i sassi sono freddi sotto i piedi e c’è un silenzio così intero che puoi sentire la risacca respirare: dentro, fuori, dentro, fuori. Dalla macchia sopra la scogliera scende odore di rosmarino e di fichi. Per un’ora almeno quel posto è la cosa più bella che conosco.

Quel giorno era domenica 9 agosto 2026. Da tredici notti la temperatura non scendeva sotto i trenta gradi. Il telegiornale raccomandava di non uscire nelle ore centrali, bere molto, controllare gli anziani. Picchettai il mio ombrellone e stesi il telo, come sempre, nello stesso punto. Era arancione, aveva quasi quarant’anni e il mio nome in un angolo. Lo cucì mia madre e quando morì, trovai il telo in uno scatolone, piegato in quattro e duro come cartone. Lo lavai, il nome era ancora visibile, e da allora ogni agosto lo porto qui, dove lei mi portava ogni anno e dove, una volta, mi ritrovò, dopo che mi ero perso, l’estate dei miei sette anni. Piangevo e nessuno se ne accorgeva, perché un bambino che piange su una spiaggia d’agosto è solo rumore di fondo. Mia madre mi trovò e mi strinse le braccia fino a lasciarmi i segni. Mi prese la faccia tra le mani e mi disse: quando ti perdi, tu non ti muovi. Ovunque sei, resti lì. A cercarti vengo io.

Stavo proprio pensando a quel ricordo, che ogni tanto faceva capolino, quando la prima famiglia arrivò. Padre, madre, nonna, tre figli e un carrello della spesa pieno di pali, sedie, corde, teli e un martello di gomma. Piantarono un gazebo di tre metri per tre in prima fila, a un passo dalla riva. Tan, tan, tan: un cantiere alle otto del mattino sul mare. Il figlio più grande avrà avuto dieci anni. Aveva una tavoletta rigida blu, corta, con due maniglie.

Poco dopo arrivò una coppia. Lei era incinta, ottavo mese almeno, e scendeva un gradino alla volta sostenendosi la pancia da sotto. Lui portava due sedie pieghevoli e una borsa termica, e aveva sul polso la striscia chiara lasciata dall’orologio. Si sistemarono vicino a me, più indietro, dove i sassi erano grandi e la pendenza non faceva scivolare le sedie verso il mare.

Poi arrivò il primo battello dal porto. Accostò allo sbarco di cemento e scaricò una trentina di persone, borse, passeggini e gonfiabili già pieni. Due ragazzi del noleggio corsero incontro ai passeggeri con gli ombrelloni sotto il braccio. Due lettini e ombrellone? Prima fila, signora. Vista mare. Un terzo saliva i primi gradini e intercettava chi arrivava da terra.

Alle nove il ragazzo del chiosco alzò la serranda, mise in moto la macchina del ghiaccio e accese la radio. Quell’estate, a quell’ora, passavano sempre Buon vento di Jovanotti e Alfa. Andai a ordinare un caffè shakerato. Il bicchiere era freddo e appannato, la schiuma arrivava al bordo. Per qualche minuto esistemmo soltanto io, lui, lo shaker e una canzone che prometteva aria.

Poi dalla scalinata cominciò a crearsi un flusso sempre più consistente di carne umana. E ciascuno portava con sé materia variopinta: ombrelloni, tracolle, passeggini, borse termiche, lettini fai da tè, tende, gonfiabili, canoe e quant’altro la fantasia balneare potesse aver partorito. Notai che soprattutto quelli che scoprii chiamarsi SUP si erano moltiplicati. Ogni estate produce un piccolo inventario alquanto ridicolo. Lo si vede per tre mesi dappertutto, poi sparisce.

Sui lettini iniziarono le partite a carte, qualche bambino sbustava carte Pokémon, mentre quelli più grandi erano chini sugli iPad da cui sembravano proprio non riuscire a staccare lo sguardo. A un certo punto, come sempre, qualcuno accese la propria cassa Bluetooth ad alto volume. Un gruppo di ragazzi la mise sopra una borsa frigo e fece partire Ossessione di Samurai Jay, il pezzo che in quell’agosto sembrava non avere tregua. Poco più in là alcune ragazze cercavano di fotografare la propria ricercatissima spontaneità. Una teneva il telefono alto, le altre entravano nell’inquadratura, provando espressioni varie, assicurandosi che i seni pusciappati entrassero. Una chiese ma i denti si devono vedere? Un’altra rispose certo, ma solo un po’. Altrimenti è troppo, e metti bene il culo di tre quarti che sembra più sodo.

Alle dieci la spiaggia era già piena. Ma la gente sembrava del tutto indifferente a questo dettaglio e continuò ad arrivare. Chi non trovava posto lo creava, perchè in spiaggia lo spazio non è oggettivo ma piuttosto una presa di posizione. I noleggiatori continuavano a portare lettini e a picconare ombrelloni fra un asciugamano e una borsa. E’ in quel momento che l’umanità smette di essere fatta di individui e inizia a essere inesorabilmente massa. Presto non si videro quasi più i ciottoli: solo schiene, ginocchia, pance, piedi, e stoffa colorata.

Nessuno protestava davvero, pur infastidito dall’accerchiamento progressivo. Perchè in spiaggia c’è un codice democratico sacrosanto, ciascuno ha diritto ad esserci. E ho sempre amato le spiagge per questo. Chiunque può scappare dal lavoro, dalla propria quotidianità, anche solo per qualche ora, stendere un telo, togliersi i vestiti e stendersi al sole. E’ una tradizione mistica che va rispettata, l’ultimo credo collettivo in un mondo in cui non si crede più a niente. E quindi ciascuno sopporta, anche ciò che in altri spazi non sopporterebbe mai.

Io me ne stavo all’ombra del mio ombrellone e mi guardavo intorno. Perché in spiaggia è sempre legittimo farsi i fatti altrui. Un uomo parlava al vivavoce discutendo il preventivo di un bagno e tutta la spiaggia seppe delle piastrelle, dei sanitari che erano stati consegnati rotti, e che il geometra era, testuale, un uomo di merda.

Sul bagnasciuga cominciarono gli zzzt zzzt delle pistole elettriche. All’inizio i bambini si sparavano fra loro. Poi colpirono i genitori. Poi chi passava. Un getto prese una donna sulla schiena; lei trasalì e rise perché ridevano tutti. Poco dopo un gavettone magnetico le esplose sulla nuca con un tonfo sordo. Si girò. Chi è stato? Nessuno. Il gavettone si era già richiuso. Venne raccolto, riempito e lanciato di nuovo. Il piacere di colpire qualcuno che non poteva sapere da dove arrivava il colpo era un piacere antico.

Una donna dormiva a pancia in giù su un telo bianco, lucida di Hawaiian Tropic al cocco. L’odore denso della crema si impastava con la salsedine e coll’odore di fritto che cominciava ad arrivare dal ristorante del lido. Il marito le stava accanto, mangiava Fonzies e si puliva le dita sul bordo del costume. Lei gli chiese se fosse già rossa. Un po’. Mi svegli se mi addormento. Certo. Lui aprì un’altra busta.

Nel tratto di sabbia grossa vicino alla scalinata quattro ragazzi iniziarono a giocare a pallone. I tiri finivano sulle schiene, contro i bicchieri, sotto i lettini. Per recuperare la palla correvano fra i teli e sollevavano sabbia con i talloni. Una manciata entrò negli occhi di un uomo sdraiato. Oh, scusa. Il gioco riprese. I bambini più piccoli scoprirono che ogni cosa poteva diventare un trampolino. Salivano sul muretto dello sbarco, sugli scogli, sulle prue dei pedalò tirati a riva e si lanciavano fra le teste dei bagnanti. Gli adulti urlavano attento, poi applaudivano. Quando uno esitava, da sotto gli gridavano buttati.

Intanto comparvero cartacce sotto i sassi, bicchieri schiacciati, stecchi di gelato, stagnola unta. Qualcuno lanciava pane e avanzi di frittata in acqua per chiamare i pesci. Arrivarono i gabbiani. Le scorze di anguria venivano lasciate sul bagnasciuga perché tanto il mare se le porta. Il mare le spingeva avanti di mezzo metro e poi le rimetteva al loro posto.

In acqua aumentavano i SUP. Persone in equilibrio precario remavano a pochi metri dalla riva, cadevano addosso ai bagnanti e risalivano ridendo. Un ragazzo del noleggio entrò col gommone nel campo di balneazione per recuperarne uno. Ma sei scemo? Il ragazzo salutò con la mano e continuò. Il caldo saliva senza fretta e senza pause. Sulla spiaggia non servivano termometri: c’era il corpo che sudava che chiariva la cosa. Le tempie battevano. Non c’era vento, neppure quel fiato minimo che di solito il mare concede. I sassi ormai scottavano come una piastra. L’acqua del bagnasciuga era tiepida come una minestra dimenticata sul tavolo, torbida di crema, con un filo lucido d’olio in superficie.

L’ambulante lo conoscevo da dieci anni. Ogni agosto mi vendeva una bottiglia d’acqua. Quel giorno prese i due euro e rimase a guardare la spiaggia da una punta all’altra. Troppo caldo, disse. È agosto, risposi. Scosse la testa come se avessi risposto a un’altra domanda. Veramente troppo caldo. Risalì la scalinata alle undici e quaranta, pantaloni lunghi, scarpe chiuse, borsa ancora mezza piena. Fu l’unico ad andarsene in tempo.

A mezzogiorno e venti un bambino sulla tavola prese un ragazzo dietro il ginocchio. Il ragazzo cadde con due Ichnusa in mano e le rovesciò. Ma che cazzo fai? Il bambino rimase fermo, la bocca aperta. Il padre arrivò dal gazebo. È solo un bambino. E allora insegnagli qualcosa. Abbassa la voce. Una donna gridò lasciate perdere, fa troppo caldo. Il padre riportò il figlio al telo con una mano sulla spalla. Dieci minuti dopo era di nuovo in acqua.

Il gommone tornò più veloce. Il ragazzo del noleggio aveva tre amici a bordo. Entrò fra i bagnanti, la scia rovesciò un SUP, mandò due persone una contro l’altra e spinse il capibara sopra una famiglia. Questa volta qualcuno gli lanciò una bottiglia. Non lo prese. Il ragazzo si voltò, rise e diede un altro colpo di gas.

Il pranzo cominciò verso l’una. Dalle borse termiche uscirono panini, teglie di pasta al forno, polpette, peperoni, frittate alte tre dita, fette d’anguria. I Polaretti erano diventati acqua colorata. I triangolini di Estathé si strizzavano direttamente in bocca. A casa mangiavano sparsi, ognuno davanti al proprio telefono. In spiaggia apparecchiavano per dodici e si passavano i piatti sopra le teste dei vicini.

L’odore di pomodoro e fritto si stese ovunque e chiamò le vespe. Una entrò in un bicchiere di vino; l’uomo buttò via vespa e vino imprecando. La nonna del gazebo unse di crema la nipote con le stesse mani con cui aveva sbucciato l’aglio delle polpette. La bambina profumò per il resto della giornata di soffritto e cocco. Un gavettone magnetico cadde nella parmigiana. Le scorze d’anguria formarono una fila rosa e verde lungo la riva. Un noleggiatore ne spostò una col piede, piantò un altro ombrellone e chiamò la famiglia appena scesa dal battello.

Anche mia madre apparecchiava così su quella stessa spiaggia. Anche noi eravamo rumorosi, invadenti, eterni. Nella memoria le nostre estati sono pulite e leggere, ma è la memoria che lavora così: passa sempre lo straccio dietro di noi. Non stavo guardando una spiaggia di mostri. Stavo guardando la mia infanzia solo con quarant’anni in più.

La donna incinta non mangiava. Aveva la faccia lucida e respirava a bocca aperta. Il marito le passava una bottiglia ormai calda. Vuoi andare via? E per andare dove? Guardarono la scalinata occupata da chi continuava a scendere, i lettini incastrati nei passaggi, i sassi roventi. Restarono. Lui spostava l’ombrellone di pochi centimetri per inseguire l’ombra. Ma gli ombrelloni non ombreggiavano più niente e i noleggiatori avevano appoggiato quelli ancora chiusi lungo il solo fianco libero della scala. Non esisteva un percorso diritto per uscire. Bisognava scavalcare borse, lettini, corde, gambe. Eravamo chiusi fra la roccia che bruciava e il mare che non rinfrescava. E continuava ad arrivare gente.

Alle due, dal chiosco, partì La testa gira di Fred De Palma, Anitta ed Emis Killa. Quelli della JBL rimisero Ossessione più forte. Dal bar continuavano a cantare. Le tre canzoni si sovrapposero. La spiaggia entrò nella dimensione quotidiana che si trova un passo dopo il delirio e uno prima della violenza.

Un tiro colpì un vecchio alla tempia; quello prese la palla e la lanciò in mare. Uno dei ragazzi gli rovesciò addosso una manciata di sabbia. Sul muretto dello sbarco, i bambini continuavano a tuffarsi. Si arrampicavano sempre più in alto perché ormai dal basso nessuno li guardava.

Le pistole elettriche continuavano a sparare. Zzzt zzzt. Un getto prese negli occhi un uomo che dormiva. Lui strappò l’arma dalle mani del bambino e la buttò sui sassi. Il padre del bambino lo spinse. Il gavettone successivo colpì la donna della Hawaiian Tropic sulla schiena, ormai viola. Si svegliò urlando e si alzò troppo in fretta. La pelle, lucida d’olio e sudore, aveva il colore delle melanzane. Il marito la guardò come se la vedesse per la prima volta. Ti avevo detto di svegliarmi. Io? Sì, tu. Lui aveva ancora polvere di Fonzies fra le dita. Il gestore del chiosco alzava il prezzo a ogni ordinazione. Una Peroni piccola, sei euro. Ma prima era quattro. Prima era prima. Il ghiaccio finì alle due e trentacinque. Da quel momento il caffè shakerato fu caffè caldo agitato in un bicchiere di plastica.

La spiaggia non impazzì del tutto all’improvviso. Continuò a fare le stesse cose, un pochino in più alla volta: occupare, sopraffare, divertirsi, annoiarsi, sopportare. Solo che ogni gesto, col salire della temperatura, perdeva il proprio diminutivo. Il caldo non inventò niente. Fece soltanto il suo lavoro.

Alle due e quaranta la donna incinta si alzò perché le girava la testa. Il marito la prese sotto il braccio. Entriamo un attimo in acqua. Alle due e quarantacinque il bambino della tavola la colpì. Aveva preso una rincorsa più lunga dalla parte alta della spiaggia, fra i lettini. Forse voleva superare il tratto affollato. Forse voleva far vedere quanto andava veloce. Non fu un gran rumore. Un colpo vuoto, plastica contro carne. Lei si piegò con un verso corto e portò entrambe le mani sotto il ventre. Il marito lasciò cadere la bottiglia. Il bambino cercò di riprendere la tavola. L’uomo gliela tolse. Basta. Basta, hai capito? Il padre arrivò dal gazebo col bicchiere in mano. Stronzo. Non toccare mio figlio. Ha preso mia moglie nella pancia. Non l’ha fatto apposta. È incinta, coglione, io ti ammazzo.

Da allora a questa cosa ci penso spesso: quando si arriva al punto giusto, non si capisce mai quale sia l’ultimo passo verso la completa distruzione. Quello da cui l’inerzia pende verso l’annientamento piuttosto che verso l’autoconservazione.

Il marito afferrò il bambino per la nuca, lo trascinò per due passi e gli spinse la faccia nell’acqua bassa. Non so se volesse ucciderlo. Credo volesse fargli paura, costringerlo per qualche secondo a sentire ciò che sua moglie aveva sentito per tutta la mattina. Il padre gli saltò sulla schiena per tirarlo via e invece aumentò il peso. La madre si gettò sul braccio dell’uomo. Qualcuno afferrò lei, qualcun altro afferrò il padre. La gente dietro si avvicinò per vedere e quella davanti non ebbe più spazio per arretrare. Per alcuni secondi nessuno capì di chi fossero le mani e nessuno ne ebbe una libera per prendere il bambino.

Le sue gambe scalciarono con ordine, da bambino che conosce i giochi rudi. Poi fecero disordine. Poi niente.

E la spiaggia esplose.

La madre del bambino urlò che glielo avevano ammazzato e si avventò sul volto dell’uomo. Il padre tornò verso l’ombrellone, strappò il picchetto dai sassi e rientrò nella folla tenendolo di punta. Il ragazzo del gommone vide il groviglio a riva e fece l’unica cosa che aveva fatto per tutta la giornata: diede gas. Lo scafo entrò nell’acqua bassa, urtò un SUP capovolto e girò di fianco. L’elica prese qualcosa. Il rumore del motore cambiò, si fece pieno. Continuò a girare mentre la gente cercava di arrampicarsi sul tubolare.

I sassi roventi costringevano tutti a saltare. I lettini si chiudevano sulle caviglie, le corde trattenevano i piedi, gli ombrelloni cadevano di traverso e trasformavano ogni passaggio in una gabbia. Chi cercava di raggiungere la scalinata trovava contro di sé quelli che stavano ancora scendendo e la fila di attrezzature del noleggio. La sabbia entrava negli occhi. Le cartacce bagnate si attaccavano alle gambe. Sotto i piedi, le scorze d’anguria e i resti del pranzo erano diventati una poltiglia rosa.

Le persone finirono col colpirsi scappando. Da lontano, nei video, sembrò una danza. Da vicino c’erano il fiato degli altri in faccia, le unghie sulle spalle, il sangue che sui sassi bollenti diventava subito scuro ai bordi. Le casse suonavano ancora. Molti filmavano. Centinaia di persone rimasero nell’acqua fino al petto, rivolte verso la riva, immobili come il bestiame davanti a un incendio.

Io non mi mossi.

Restai sul mio telo arancione, le ginocchia sempre più al petto, mentre il rumore diventava una cosa sola. Qualcuno calpestò il mio nome e lasciò sul telo l’impronta rossa di un piede. Non pensavo di essere coraggioso. Non pensavo neppure di avere paura. Dentro di me c’era soltanto la voce di mia madre, precisa come se fosse chinata sul telo: quando ti perdi, tu non ti muovi. Ovunque sei, resti lì. A cercarti vengo io. Restai fermo aspettando che qualcuno venisse a prendermi.

Tutto finì come finiscono le onde. Senza preavviso. Dopo un po’ si sentirono le sirene in cima alla scalinata e i soccorritori scesero guardando dove mettevano i piedi.

Nei mesi successivi lessi le ricostruzioni. Ci furono morti: alcuni annegati, altri per ferite da taglio, da punta, da corpo contundente o provocate dall’elica; altri ancora schiacciati nella fuga.

Ma quello che ricordo di più, fu quello che vidi voltando lo sguardo verso la scala. Mentre i soccorritori scendevano, dalla strada continuavano ad arrivare persone. Si fermavano alla ringhiera e guardavano giù: i sassi sporchi di rosso, le barelle, i teli con sotto le forme umane. Commentavano, chiedevano cosa fosse successo. Ma soprattutto, non se ne andavano. Restavano lì, in attesa.

Tutti aspettavano che si liberasse un posto.

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