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Queste parole non sono mie. Le sto consegnando con le dita a Irene, la donna che a sei anni mi insegnò a parlare nelle mani e che ancora oggi traduce la mia lingua per chi non la conosce. Lei le mette nella forma in cui voi potete riceverle. Le parole sono cose che restano ferme. Io non ho mai conosciuto niente di fermo. Per me una cosa esiste mentre preme, scivola, vibra, punge, pesa, scalda, sa di qualcosa in bocca, si allontana. Quando smette, diventa una forma chiusa dentro il corpo.
Irene ha deciso di chiamare quelle forme pensieri. Va bene. Io le chiamo in un altro modo, che non può essere scritto.
Sono nato senza vista e senza udito. Così mi hanno detto, molti anni dopo, facendo muovere le dita nelle mie mani. Ma «senza» è una parola di chi ha conosciuto qualcosa e poi l’ha perduta. Io non ho perso niente. Il mondo, all’inizio, era tutto ciò che mi accadeva sulla pelle. E la pelle non tace mai: anche adesso, mentre queste parole nascono, l’aria mi sfiora appena i peli dell’avambraccio, il pavimento mi tiene i piedi, e sulla punta della lingua c’è ancora il sapore dell’ultima cosa che ho mangiato. Voi chiamate silenzio l’assenza di una cosa sola. A me non è mai mancato niente.
Mia madre fu il primo mondo. Aveva mani che tremavano. Mi lavava forte, mi vestiva forte, mi teneva forte: per anni ho creduto che il mondo fosse una cosa che stringe. Il cucchiaio con cui mi imboccava aveva il sapore freddo del metallo e me lo spingeva in bocca troppo in fretta. E addosso aveva un odore salato e stanco che tornava sempre. Molto tempo dopo, qualcuno mi scrisse nelle mani che quell’odore si chiama pianto. Mia madre era una donna sola con un figlio che non poteva chiamare. Io questo non lo sapevo. Sapevo che il primo mondo stringeva, tremava, e sapeva di sale.
Mordevo. Irene ha cercato una parola più gentile, ma non c’è: mordevo. Il mondo mi entrava addosso senza spiegazioni e il morso era la mia parola intera. La mia frase completa. Il mio no. Dopo, in bocca mi restava un sapore caldo di ferro. Anni più tardi ho imparato che era il mio, il mio stesso sangue. Allora era soltanto il gusto della mia unica parola.
La seconda persona della mia vita fu proprio Irene. Mani larghe, asciutte, con un anello liscio al dito medio. Restarono ferme sulle mie finché smisi di dibattermi e poi cominciarono a fare le cose insieme a me, da dentro: versare, allacciare, impastare. Il mondo, per la prima volta, non mi accadeva. Lo facevo. Un giorno mi tenne una mano nell’impasto del pane, bagnato, tiepido, e nell’altra scrisse quattro segni, lenti: P. A. N. E. Poi di nuovo l’impasto. Poi di nuovo i segni. Molte volte. E a un certo punto, dentro di me, qualcosa si aprì con uno scatto — come il nodo giusto, che le dita riconoscono prima di te. Tutto aveva un nome. Tutto poteva essere detto nelle mani. Quella sera girai la casa per ore, pretendendo il nome di ogni cosa. E da quel giorno non ho più morso nessuno.
È da quel giorno che Irene ha qualcosa da tradurre. Prima, in me, non c’era nessuno.
Ogni parola che possiedo porta dentro la mano che me l’ha data. Dentro «pane» c’è l’anello liscio di Irene. Dentro «bravo» c’è mia madre: me lo scrisse nel palmo a sette anni, per delle scarpe allacciate da solo, e io tenni il pugno chiuso fino a sera per non farlo scappare. Le parole degli altri, mi dicono, sono suoni, e i suoni volano via. Le mie no. Le mie pesano quanto le mani che le hanno scritte.
Poi ci fu Cecilia. Sordocieca come me, all’istituto. Un giorno la sua mano entrò nella mia e ci restò. Parlavamo per ore: strette, battiti, disegni sul dorso. Non so che faccia avesse. So che la sua mano era piccola, calda, e diceva le cose ridendo — le mani ridono, questo voi non lo sapete: la sua rideva. Mangiavamo lo stesso pane allo stesso tavolo, e riconoscevo il suo turno di masticare dai piccoli scatti che il legno mi passava nei gomiti. Un settembre non c’era più. «Trasferita», mi scrissero. Dove, non me lo seppe scrivere nessuno. Per mesi, la sera, ho scritto il suo nome dentro il mio stesso palmo. Nessuna mano ha mai risposto. Adesso Cecilia è una forma chiusa dentro il corpo. La più grande che ho.
Oggi ho quarantun anni e vivo con mia sorella Agata. La sua mano mi prende il polso e stringe due volte: due strette brevi sono il mio nome. Per dire il suo, le chiudo il polso in una sola stretta e la tengo finché sotto le dita passano due battiti del suo cuore. È la lingua che abbiamo inventato da bambini. Faccio l’impagliatore di sedie: la paglia tesa vibra in un modo, quella lasca in un altro, e il nodo giusto ha uno scatto felice che arriva al gomito. Passo la vita a dare una forma a cose che non vedrò mai e che reggeranno il peso di gente che non conoscerò. Le mie mani sono i miei occhi, il mio mestiere e la mia voce. Tutto quello che sono, lo sono con dieci dita.
E il mondo l’ho conosciuto da come mi tocca. Un dottore, una volta, mi prese con due dita, come si tiene una cosa sporca: nessuno mi ha insegnato la parola disprezzo, l’ho imparata lì. E tanti parlano di me sopra la mia testa — lo capisco dai tremiti che le loro voci lasciano cadere nel pavimento, una pioggia fitta che non mi riguarda — tenendomi intanto il polso come un guinzaglio. Per il mondo io sono un mobile che respira. Le persone, per me, sono mani.
La mia casa è settantadue passi, e ogni cosa sta al suo posto al millimetro, perché l’ordine è il mio modo di vedere. Cammino scalzo, e il pavimento mi racconta la casa nelle piante dei piedi: il tram delle sette che fa un brivido lungo, il singhiozzo del frigo, il passo di Agata — due battiti e uno strascico, il sinistro che indugia. Sul mobile della cucina il telefono ha venti dita: sono le celle del piccolo display braille collegato. Agata registrò il mio numero al 112Sordi e mi fece provare una volta. Premetti il contatto memorizzato; poco dopo, sotto i polpastrelli, si alzarono due parole: POSIZIONE RICEVUTA. Da allora non ha più spostato il display. Sa che le cose importanti devono farsi trovare.
Accadde un giovedì, Agata aveva cominciato una frase nel mio palmo: DOMANI FINALMENTE IL M—
Il dito si fermò dopo la prima linea della lettera. Premette nel palmo senza andare da nessuna parte, come se avesse dimenticato la strada. Poi le dita mi strinsero il polso.
Una volta.
Aspettai la seconda.
La seconda non arrivò.
La sua mano scivolò lungo il mio braccio e mi lasciò. Il bordo del tavolo mi urtò un fianco. Una vibrazione dura, piena, attraversò le piastrelle e mi salì dai piedi fino ai denti; qualcosa rotolò via, e l’acqua di un bicchiere versato mi raggiunse le dita dei piedi, tiepida. Mi abbassai seguendo l’odore, l’unica traccia che avevo. Trovai i capelli, una guancia ancora calda, la spalla. Agata era distesa sul pavimento, e il pavimento, sotto di lei, non tremava.
Le presi il polso e strinsi una volta. Per completare il suo nome dovevo aspettare due battiti.
Non ne arrivò nessuno.
Le scossi la spalla; la testa seguì il movimento senza opporre peso, e una testa che non tiene il proprio peso è la cosa più spaventosa che le mie mani avessero mai toccato. Misi un palmo al centro del petto e l’altra mano tra il suo naso e la sua bocca. Un soffio breve mi scaldò appena le dita. Poi più niente. Il torace ebbe un sussulto sotto la mano, aspettò troppo, ne ebbe un altro. Non era respiro. Era il corpo che provava e non riusciva. Continuai a cercare. Nel polso. Nei polpastrelli. Sulla guancia umida. Trovavo calore, peso, pelle — tutte le cose che fanno una persona. Ma per la prima volta in quarantun anni avevo una mano dentro la mia, e dall’altra parte non rispondeva nessuno.
Il display era a quattro passi. Li feci in ginocchio, senza alzarmi, per non perdere il pavimento. Trovai il contatto, lo premetti e aspettai che i punti si sollevassero sotto i polpastrelli: POSIZIONE RICEVUTA. EMERGENZA?
Scrissi, un tasto alla volta, più in fretta che potevo: MIA SORELLA E’ A TERRA. NON RISPONDE. NON RESPIRA.
La risposta salì mentre avevo già una mano sul pavimento per tornare da lei: SOCCORSI INVIATI. APRI LA PORTA.
Quattordici passi fino all’ingresso; li conto da sempre. Due mandate. Lasciai la porta spalancata all’aria fredda delle scale e tornai indietro seguendo l’odore di mia sorella.
Tornai da Agata e le presi di nuovo il polso. Una stretta lunga. Aspettai i due battiti che facevano il suo nome. Niente. Non avevo più segni da darle. Posai entrambe le mani al centro del suo petto e mi piegai su di lei.
Resta, le dissi con il peso.
Il torace cedette sotto di me e tornò. Spinsi ancora.
Resta.
Ancora.
Resta.
Le mie braccia trovarono da sole una cadenza: pressione e ritorno, pressione e ritorno. Non cercavo di rianimarla. Cercavo soltanto di farmi sentire da un corpo che non rispondeva più.
Non sapevo quanto tempo fosse passato: il tempo, per me, non scorre, cambia soltanto consistenza, e in quel momento era denso e senza bordi. Non potevo sapere se la strada davanti al palazzo fosse vuota, se qualcuno stesse già salendo le scale, se il soccorso avesse sbagliato portone.
Poi le piastrelle cambiarono sotto le ginocchia. Prima una pressione lontana, in fondo alla casa; poi molte, rapide e pesanti, che salivano le scale a due a due. L’aria dell’ingresso si spostò, spinta avanti da corpi in arrivo. Gomma bagnata, disinfettante, il sudore di gente che ha corso, mani coperte da guanti che non hanno odore di pelle. Una mi afferrò la spalla. Un’altra si infilò sotto le mie e le staccò dal petto di Agata. Mi opposi con tutto il peso. Continuai a cercare il suo sterno finché due braccia non mi tirarono via e mi tennero fermo.
Mi lasciai andare con la schiena contro il mobile e aprii tutte e dieci le dita sul pavimento.
Da lì ricevetti ogni cosa.
Le compressioni passavano nelle piastrelle: più profonde delle mie, più regolari, senza stanchezza. Le seguii dai piedi, e per un momento fui grato a quelle mani che non conoscevo. Poi si fermarono. Intorno ad Agata, ginocchia e oggetti cambiarono posto in fretta. Ogni vibrazione si spense.
Poi il suo corpo diede un colpo solo contro il pavimento — secco, totale, che non veniva da dentro di lei ma le era stato messo dentro da fuori — così forte che mi arrivò fino ai polpastrelli.
Le compressioni ricominciarono.
Si fermarono ancora.
Un secondo colpo, uguale al primo.
Questa volta non ricominciarono. Mani si muovevano, pesi si sollevavano, qualcosa scorreva liscio sul pavimento verso la porta. Provai ad andare; un braccio mi trattenne. Poi qualcuno mi sollevò in piedi e trascinò i miei passi.
Ero in ambulanza, me lo hanno detto dopo che ero stato lì, una cintura mi tagliava il petto di traverso. Il pavimento vibrava alto e veloce sotto i talloni e s’inclinava a ogni curva, buttandomi il peso di lato. Agata era a meno di un braccio da me; la ritrovavo sotto la plastica, il disinfettante. Ogni volta che allungavo la mano per raggiungerla, una mano guantata me la riportava contro il corpo. Nessuno, lì dentro, conosceva la mia lingua.
Irene mi raggiunse in ospedale. L’anello liscio toccò il mio dito medio prima ancora che scrivesse, e da quel piccolo cerchio di metallo capii che era lei. Poi le sue mani cominciarono. ARRESTO CARDIACO. FIBRILLAZIONE VENTRICOLARE. Il cuore di Agata non spingeva più il sangue: tremava sul posto, come una mano che conosce tutte le lettere e non riesce più a metterle in ordine. Le pressioni con cui le avevo chiesto di restare avevano continuato a spingere il sangue al posto del cuore, finché la scarica — quel colpo che avevo ricevuto due volte dal pavimento — non gli aveva restituito la cadenza.
Scrissi una parola sola: AGATA?
Irene chiuse le mie dita nella sua mano e aspettò che le riaprissi, come si aspetta che un bambino smetta di piangere prima di parlargli. Poi scrisse: E’ VIVA. MA NON ANCORA SVEGLIA.
Rimasi accanto al letto con la mano sul polso di mia sorella. Il suo battito era un altro, adesso: regolare, sorvegliato, un po’ estraneo, come una frase scritta da una mano prestata. Ogni tanto una mano spostava la mia per fare qualcosa al suo corpo, poi la rimetteva dov’era. Il tempo tornò a cambiare consistenza.
Quando Agata tornò, non lo seppi dal respiro né dal battito. La sua mano si mosse sotto la mia. Poi cercò il mio polso e si chiuse.
Una stretta.
Aspettai.
La seconda arrivò così debole che avrei potuto confonderla col niente. Ma io non la confusi.
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