Prima del pozzo aveva trentotto anni, faceva il responsabile di turno in un deposito di ricambi e viveva con Elisa in un appartamento in affitto sopra una lavanderia. Il martedì sera giocava a calcetto. Il venerdì portava la madre a fare la spesa. Quando sparì stava tornando a casa con un filone di pane e due bottiglie di latte senza lattosio. L’ultimo messaggio di Elisa diceva: PRENDI ANCHE IL SALE PER LA LAVASTOVIGLIE. Lui aveva risposto con il pollice alzato.
Il furgone gli si fermò accanto in una strada di capannoni, dietro un gommista già chiuso. Dario sentì scorrere una portiera. Ebbe il tempo di voltarsi e vedere due uomini. Uno gli prese le gambe, l’altro gli chiuse un avambraccio sotto il mento. Il sacchetto della spesa cadde; una bottiglia si ruppe e il latte gli bagnò una scarpa. Scalciò, morse una manica, riuscì perfino a gridare una volta. Poi l’avambraccio strinse. I lampioni si riempirono di punti bianchi e sparirono.
Quando tornò cosciente era sul fondo di un pozzo. Aveva i polsi segnati dalle fascette, ma le mani libere. Le scarpe, la cintura, il telefono e il portafoglio non c’erano più.
La cisterna era larga poco più di due metri e profonda almeno cinque. I muri di tufo erano coperti da un intonaco grigio, gonfio d’acqua, liscio fino a un’altezza che non poteva raggiungere. In alto c’era una grata di ferro fissata nella muratura. Sopra la grata, un coperchio quadrato di cemento e lamiera, col bordo rivestito di gomma. Quando era chiuso non entravano luce né parole. L’aria passava da un tubo laterale largo quanto il suo polso, piegato due volte dentro il muro, e portava odore di terra, gomma e detersivo.
Dario urlò finché la gola gli si chiuse. Gridò il proprio nome, quello di Elisa. Batté contro il muro. Le parole gli tornarono addosso schiacciate, come se nel pozzo ci fossero altri uomini che urlavano con lui. Da fuori non arrivò nessuna risposta. Dopo un po’ sentì una vibrazione regolare attraversare la muratura e salirgli nelle piante dei piedi: una lavatrice in centrifuga. Più tardi la grata tremò sotto il trascinarsi di una serranda. Non erano suoni che passavano nell’aria, ma pesi e urti trasmessi dal cemento. Dario li percepiva perché là sotto non esisteva altro. Sopra, fra un motore, una televisione e una porta chiusa, nessuno poteva distinguere la sua voce.
Era sotto il garage di una casa.
La prima sera il coperchio si aprì. Dario vide un rettangolo di soffitto, una lampadina e due stivali. Nella grata c’era uno sportello più piccolo, chiuso con un lucchetto. L’uomo lo aprì e calò una corda. Alla corda era agganciato un secchio bianco con mezza pagnotta, una mela ammaccata, due bottiglie d’acqua e una vaschetta di pasta al pomodoro ancora tiepida.
«Ascoltami», disse Dario. «Non so chi sei, ma ti do tutto. Ho dei soldi. Non tanti, però te li do. Chiama Elisa. Ti dico il numero.»
L’uomo aspettò che sganciasse il secchio.
«Hai sbagliato persona. Io lavoro in un deposito. Non valgo niente.»
«Mangia», disse l’uomo.
La corda risalì. Lo sportello si chiuse. Per tre giorni Dario lasciò il pasto nel secchio, convinto che rifiutare il cibo fosse ancora una forma di potere.
«Non sprecare», disse l’uomo.
Il giorno dopo non portò niente.
Da allora Dario mangiò tutto.
Interrogava l’uomo ogni sera. Gli chiedeva perché. Gli chiedeva se Elisa avesse pagato, se qualcuno lo stesse cercando, se quello fosse uno sbaglio. Gli raccontò il lavoro, l’indirizzo di casa, il nome di sua madre. Una sera gli promise che, se lo avesse liberato, non sarebbe andato dai carabinieri. Mentre lo diceva capì quanto fosse ridicolo. L’uomo agganciò il secchio sporco, controllò il moschettone e lo tirò su. Non rispose.
Dario non gli vide mai il viso. Conobbe le mani: larghe, con un’unghia nera e la fede d’oro. Conobbe il rumore delle chiavi e l’odore di sigaretta che scendeva prima di lui. Conobbe la voce, un accento del posto così comune che avrebbe potuto appartenere al meccanico, al farmacista, all’uomo seduto accanto sull’autobus.
Provò a uscire. Sfilò il manico di ferro dal secchio blu, lo piegò e ne fece un gancio. Strappò una coperta in strisce, le annodò e lanciò il gancio verso la grata per un pomeriggio intero. Alla fine, si incastrò. Dario tirò con entrambe le mani, puntò i piedi al muro e sentì il ferro gemere. Per un secondo credette di avercela fatta. Il manico si raddrizzò di colpo e gli tornò in faccia. Gli aprì il sopracciglio. Cadde all’indietro, batté la caviglia contro il bordo e per dieci giorni riuscì a muoversi soltanto strisciando.
Delle persone che abitavano sopra di lui non conosceva i nomi. Aveva ricostruito una donna da un paio di ciabatte leggere e dal bucato; un uomo dai passi, dall’auto e dalle mani che calavano il secchio; almeno due bambini, perché alla bicicletta con le rotelle se ne affiancava un’altra più pesante. Non udiva quello che si dicevano. Riceveva soltanto pressioni, ritmi, odori.
Un giorno, il coperchio si sollevò in pieno pomeriggio, fuori orario. La luce cadde fino al fondo e gli fece male agli occhi. Sopra la grata comparvero due ginocchia sbucciate, una maglietta con un dinosauro e una faccia tonda che Dario riuscì a guardare soltanto a pezzi, fra i quadrati di ferro.
«Sei un fantasma?» chiese il bambino.
Dario si alzò troppo in fretta e dovette appoggiarsi al muro. «No.»
Il bambino restò a guardarlo. «Papà dice che è vuota.»
«Tuo padre mente.»
La faccia sparì. Dario sentì un respiro corto sopra la grata.
«Come ti chiami?»
«Dario. E tu?»
«Tommaso.»
Dario parlò piano. Disse che era stato chiuso lì, che non era malato e non era pericoloso. Gli chiese di prendere il telefono della madre, e chiamare il 112. Doveva dire soltanto: c’è un uomo nel pozzo. Poi dare l’indirizzo di casa. Tommaso ascoltava con le dita strette intorno a una sbarra.
«Che cosa hai fatto?» chiese.
«Niente.»
«Niente niente?»
«Stavo tornando a casa.»
«Papà non mette uno sotto terra per niente.»
Dario avvicinò il viso alla luce. «Guardami. Io non so perché sono qui.»
Dal cortile la donna chiamò Tommaso. Il bambino richiuse il coperchio. Dario rimase in piedi nel buio, la testa rovesciata all’indietro, e per la prima volta dopo settimane sentì il proprio cuore battere per qualcosa che non fosse paura.
Tommaso tornò il giorno dopo con mezza brioche schiacciata e un succo di frutta. Li fece passare fra le sbarre. Il terzo giorno disse che non aveva chiamato perché sua madre teneva sempre il telefono con sé. Dario gli spiegò che poteva dirlo a una maestra, a un vicino, a qualunque adulto. Tommaso disse che il sabato successivo avrebbe compiuto nove anni e sarebbe venuta nonna Teresa.
«Lei mi crede», disse.
«Portala qui. Non dire niente a tuo padre. Le fai aprire il coperchio e poi ci parlo io.»
«Papà dopo pranzo dorme.»
«Allora dopo pranzo.»
«Tu poi te ne vai?»
«Subito.»
«E non torni?»
«Non mi vedrai mai più.»
Nei giorni successivi Dario preparò la propria liberazione. Aveva paura che, davanti alla prima persona estranea, la voce gli uscisse come quella di un animale e nessuno capisse. Provò a dire frasi corte: Mi chiamo Dario Esposito. Sono stato rapito. Chiamate i carabinieri.
La notte prima del compleanno non dormì. Tenne una mano sul nome inciso nel muro e immaginò Elisa aprire la porta di casa. Non riusciva più a ricordare se il piccolo neo fosse a destra o a sinistra della sua bocca. Questa cosa lo fece piangere più del freddo.
Il sabato mattina sopra la cisterna cominciarono a spostare tavoli. Arrivarono scarpe da bambino, tacchi, sedie di plastica. Dario rimase sotto la grata in piedi per ore. Non chiamò. Sopra di lui, i bambini correvano, la musica faceva vibrare il muro e decine di piedi coprivano ogni colpo. Seguì un applauso lungo, poi una corsa disordinata che fece tremare la grata. Più tardi le sedie furono trascinate di nuovo. I passi diminuirono. L’auto dell’uomo non era partita.
Arrivarono tre colpi leggeri sul coperchio.
Il coperchio si aprì. La luce era già quella del tardo pomeriggio. Comparve Tommaso. Aveva un segno di glassa azzurra all’angolo della bocca. Dietro di lui c’era suo padre.
Dario arretrò. Dell’uomo vide finalmente il viso: poco più di quarant’anni, capelli corti, occhiali da sole appoggiati sulla testa. Una faccia abbronzata e normale. Era l’uomo che poteva averti tenuto il posto nella fila del supermercato.
Il padre posò una mano sulla spalla del bambino. Nell’altra aveva la corda e il secchio bianco.
«Digli che cosa volevi fare», disse l’uomo.
Il bambino strofinò un piede sull’altro. «Farlo vedere a nonna Teresa.»
«Perché?»
«Ha detto che l’hai messo tu qua sotto.»
«Questo è vero.»
Tommaso alzò la testa. «Ha detto che non ha fatto niente.»
L’uomo guardò Dario attraverso la grata. «È vero anche questo.»
Da casa la madre chiamò che gli ultimi ospiti stavano andando via.
«Allora perché?» chiese Tommaso.
Il padre gli mise la corda fra le mani. «Tienila bene.»
Aprì lo sportello della grata e mostrò al figlio come calare il secchio. Poi indicò il lucchetto grande.
«Questo non lo apri mai. Qualunque cosa dica.»
«Papà—»
«Ti dirà che sta male. Ti prometterà soldi. Dirà che siamo cattivi. Tu abbassi il cibo, riprendi il secchio e chiudi.»
Dario afferrò la grata e la scosse. Il ferro gli aprì la pelle dei palmi.
«Tommaso, corri fuori. Chiama qualcuno. Adesso. TOMMASO.»
Il secchio scese a piccoli strappi. Il bambino piangeva senza fare rumore; due righe lucide gli attraversavano la glassa rimasta sulla guancia.
«Che cosa gli dici?» chiese il padre.
Tommaso non rispose.
Il bambino guardò Dario in fondo alla cisterna. «Mangia.»
«Più forte.»
«Mangia.»
Dario lasciò la grata. Il secchio toccò il pavimento. Dentro c’erano tre polpette fredde, croste di pane, patatine molli e una fetta di torta schiacciata contro la parete di plastica.
«E se lascia qualcosa?» chiese l’uomo.
Tommaso si asciugò la faccia con il dorso della mano.
«Non sprecare.»
Lo sportello si richiuse. Il padre abbassò il coperchio e la casa sparì.
Dario rimase con le mani aperte nel buio. Nel secchio la crema della torta aveva preso l’odore delle polpette. Sul bordo della fetta restava una T azzurra.
La mangiò per ultima.
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