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FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano · Aug 14, 2026

QUANDO ARRIVA DOMANI

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Giuseppe Sant'Elia · FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano

Eravamo partiti il 3 agosto, alle cinque e dieci del mattino. Mia moglie aveva preparato i panini la sera prima e li aveva messi in una borsa termica insieme a quattro bottigliette d’acqua, due Coca-Cola e le albicocche che poi nessuno mangiò. I bambini dormivano dietro. Io guidavo. Era la prima vacanza vera che facevamo da tre anni.

Avevamo affittato per dodici giorni un appartamento vicino a un lago, in un paese dei Balcani che non nomino. Non perché abbia qualcosa contro quel paese. È che ancora oggi, quando leggo il nome da qualche parte, lo salto. Avevo quarantotto anni, facevo il camionista da ventidue, mia moglie lavorava in un negozio di casalinghi e i ragazzi avevano quindici e nove anni. Una famiglia normale. Mutuo quasi finito, una utilitaria con centosettantamila chilometri, ferie ad agosto. Quell’anno avevamo deciso di non andare in Romagna. Costava troppo.

I primi quattro giorni furono belli. Faceva caldo, ma vicino al lago la sera tirava vento. Mia figlia aveva imparato a nuotare senza braccioli e continuava a chiamarmi dall’acqua per farmelo vedere. Mio figlio passava metà del tempo al telefono e l’altra metà a lamentarsi del Wi-Fi. Mia moglie comprava cose inutili al supermercato perché costavano poco. Una sera mangiammo pesce in quattro spendendo meno di sessanta euro e tornammo a casa contenti come se avessimo fregato qualcuno.

Il 7 agosto decidemmo di andare a vedere una cascata che la proprietaria dell’appartamento ci aveva consigliato. Un’ora e mezza di macchina. Sulla strada del ritorno ci fermarono: una paletta, una piazzola, tre poliziotti. Non mi preoccupai. Uno controllò i documenti, un altro fece aprire il bagagliaio. Mio figlio continuava a guardare il telefono.

Poi trovarono la scatola delle medicine. Non una confezione originale: un barattolo bianco porta-pillole con tappo a vite, quello che usavo nei viaggi lunghi per non portarmi dietro scatole e foglietti. Dentro c’erano quasi cento compresse, tutte dello stesso anestetico-analgesico che prendevo per la schiena quando il dolore diventava forte. Dovevamo stare via dodici giorni, avrei guidato molto, e avevo riempito il barattolo prima di partire. Per me era una cosa normale. Per loro no. Il poliziotto più anziano lo aprì, rovesciò alcune pastiglie sul palmo, ne guardò una contro la luce e chiamò un collega. Il collega guardò le pillole, poi guardò me.

Fu la prima volta che sentii qualcosa cambiare, ma non era ancora paura. Fastidio, piuttosto. La solita perdita di tempo a un controllo. Medicine, dissi indicando la schiena. Back pain. Uno parlava un po’ inglese e chiese prescription. In Italy, risposi. La ricetta era elettronica, il medico poteva confermare, bastava chiamare. Lui annuì come se avesse capito. Bene. Cinque minuti, pensai.

Mi fecero scendere e sedere su una panchina di cemento. Mia moglie era ancora vicino alla macchina. Le dissi cinque minuti. È una frase che ricordo ancora. Cinque minuti. Passò quasi un’ora, poi arrivò un’altra macchina. A quel punto cominciai a innervosirmi. Non a preoccuparmi davvero. Era troppo stupido. Avevo moglie, figli, prenotazione, documenti, ricette. Non avevo nascosto niente. Le pastiglie stavano accanto al Gaviscon e all’antistaminico di mia moglie. Un trafficante non va in vacanza con due bambini e cento pillole buttate in un barattolo da farmacia, pensavo.

Mi portarono in una stazione di polizia a venti minuti da lì. Mia moglie ci seguì con la macchina. Dentro mi fecero sedere in una stanza con un ventilatore che girava lento e spostava solo aria calda. Entravano persone, prendevano il barattolo, contavano le compresse, uscivano. Ogni volta ricominciavo: medicinale, mal di schiena, medico italiano, vacanza, moglie, figli. Una donna mi fece scrivere il nome del farmaco su un foglio e lo fotografò col telefono. Dopo un po’ arrivò un uomo che parlava un italiano improvvisato. Problema è sostanza controllata, disse. Ma è un farmaco. Sì. Prescritto. Sì. E allora? Fece un gesto con la mano: controllo, procedura. Quella parola mi tranquillizzò. Procedura. Va bene. Facciamo la procedura.

Mi fecero firmare due fogli che non capivo. Inventario, disse l’uomo: farmaco sequestrato, oggetti personali. Verso sera vidi mia moglie per dieci minuti, separati da un tavolo. Aveva gli occhi gonfi. Che cazzo sta succedendo? Niente, le dissi. Lo dissi davvero. Era il farmaco, dovevano controllare, domani mi avrebbero lasciato andare. Sei sicuro? Certo. Come potevano non farlo? Avevo nome, cognome, lavoro, famiglia, un medico disposto a confermare tutto. Quella notte dormii in una stanza con altre tre persone. Non era nemmeno una vera cella: quattro letti, una finestra con le sbarre, un bagno senza porta. Una notte, pensai.

La mattina arrivò l’avvocato d’ufficio. Si chiamava qualcosa come Petrovic o Petrov, non ricordo. Capelli bianchi, giacca chiara, camicia aperta sul collo, una cartella di pelle consumata. Parlava italiano perché aveva lavorato qualche anno a Trieste. Non problema grande, disse. Farmaco problema, quantità problema. Ma è medicina. Sì, sì. Ho la prescrizione. Vediamo. Quando esco? Guardò i fogli. Domani. La prima volta che disse “domani esci” quasi gli strinsi la mano.

Mia moglie riuscì a recuperare dal medico la prescrizione e a mandarla per mail. Ecco, finita. Passai la giornata aspettando che qualcuno aprisse la porta. Alle cinque niente, alle sette niente, alle nove capii che quel giorno non sarei uscito. Va bene. Domani.

Il giorno dopo mi portarono davanti a un uomo che sembrava un magistrato. C’erano l’avvocato e un’interprete. Quante compresse. Perché così tante. Da quanto prendevo quel farmaco. Perché erano fuori dalla confezione. Perché non l’avevo dichiarato entrando nel paese. Perché un barattolo anonimo. Perché quasi cento. Perché, spiegai, stavamo via dodici giorni e io ho la schiena rovinata. Perché non sapevo di dover dichiarare un medicinale prescritto. Traduzione. L’uomo scriveva. Più spiegavo, più ogni risposta sembrava generare una domanda nuova. Alla fine, guardai l’avvocato. Quindi? Fece un sorriso stanco. Domani esci. La seconda volta mi tranquillizzò meno.

Mi trasferirono in una cella con una branda, un lavandino e un neon sul soffitto. Perché mi spostavano? Controllo. Procedura. Sempre quelle parole. Quel pomeriggio vidi di nuovo mia moglie. Aveva portato una maglietta pulita e le mutande. L’ambasciata sa tutto, mi disse. Bene. Stanno parlando con loro. Bene. I bambini vogliono vederti. No. Perché no? Non volevo che mi vedessero lì. Domani esco, le dissi. Ci credetti mentre lo dicevo, ma un po’ meno di prima.

Quella notte la luce rimase accesa. Non ci feci caso. Nelle celle le luci restano accese, pensai. Dormii comunque. Ogni tanto qualcuno apriva lo spioncino. La mattina mi svegliarono presto e ricominciarono: perché il farmaco, perché quella quantità, chi me l’aveva dato, conoscevo qualcuno nel paese, avevo incontrato qualcuno dall’arrivo. Sono qui con mia moglie e i miei figli. Scrivevano. Sono andato al lago. Scrivevano. Abbiamo mangiato in un ristorante. Scrivevano. Più parlavo della mia vacanza, più mi sembrava assurdo dover dimostrare di essere stato in vacanza.

L’avvocato mi raggiunse nel corridoio. Tutto bene, disse. Quando esco? Domani. Me l’avevi detto ieri. Annuì: sì, domani. Non capii se non aveva compreso la frase o se quella era semplicemente la risposta.

La notte successiva, appena stavo per addormentarmi, la porta si aprì. Controllo. Mi fecero alzare, nome e cognome, poi uscirono. Mi rimisi a letto. Venti minuti dopo tornarono. Stessa cosa. La terza volta chiesi perché. Nessuna risposta. La quarta mi fecero uscire nel corridoio, aspettare cinque minuti e rientrare. Pensai a un cambio turno, una procedura di sicurezza, qualcosa del genere. La mattina ero stanco, niente di particolare. Avevo guidato notti intere molto peggio. Quel giorno l’avvocato non venne. Nel pomeriggio chiesi di lui. Domani, disse la guardia. Anche lei conosceva quella parola.

Il giorno dopo rividi mia moglie. Solo cinque minuti. Appena entrò capii che qualcosa era cambiato: niente trucco, capelli legati male. Quanto ancora? Non lo so. Fu la prima volta che glielo dissi. L’avvocato? Dice domani. Anche a me. Ci guardammo. Lei cominciò a piangere e io mi arrabbiai. Non piangere. Non volevo che la vedessero così. Forse perché finché lei non piangeva era ancora solo un equivoco.

Quella notte la porta si aprì ogni volta che mi addormentavo. Non ogni ora: ogni volta. La testa cadeva e arrivavano. Un colpo sulla rete, in piedi, seduto, in piedi, nome, cognome, perché hai il farmaco, chi te lo ha dato, quale medico, nome del medico, ripeti. Glielo avevo già detto. Ripeti. Alla mattina provai a spiegare all’avvocato che non mi lasciavano dormire. Guardò una guardia e poi me. È controllo. Che controllo? Normale. Normale un cazzo. Abbassò la voce: non fare problema. Quando esco? Fece quella faccia. Domani. Quando arriva domani? Non capì. O fece finta.

Il giorno seguente mi portarono ancora nella stanza del tavolo. Questa volta c’era una donna che parlava italiano meglio dell’avvocato. Le domande non erano più soltanto sul farmaco. Chi avevo incontrato. Nessuno. I numeri nel telefono. Amici, colleghi, famiglia. Perché avevo preso quella strada. Per andare alla cascata. Chi mi aveva parlato della cascata. La proprietaria dell’appartamento. Nome. Non lo ricordavo. Indirizzo. Era sul telefono, che avevano sequestrato. Lei annuiva e scriveva. Ogni risposta era un gradino, solo che non capivo dove stessimo salendo. Quando tornai in cella ebbi paura per la prima volta. Non di restare dentro. Paura che stessero costruendo qualcosa con le mie risposte.

Da quella notte non mi lasciarono più dormire davvero. Il neon restava acceso. Appena chiudevo gli occhi arrivavano. A volte non entravano nemmeno, colpivano la porta. Altre mi facevano alzare e restare contro il muro. Quando finalmente tornavo sulla branda non dormivo: aspettavo il rumore. Il corpo imparò prima di me. Bastavano gli scarponi nel corridoio e gli occhi si aprivano da soli.

Il giorno dopo l’avvocato disse ancora domani esci. Io cominciai a ridere. Che c’è? Niente. Domani. Sì. Domani esci. Va bene. Non gli chiesi più quale domani.

Dopo non so più mettere le cose in ordine. Mia moglie venne e portò un disegno di mia figlia: una casa, quattro persone, un sole enorme. Papà quando torna? c’era scritto sotto. Lo lessi due volte e poi lo girai. Mia moglie disse che l’ambasciata aveva mandato un altro avvocato. Questo dice che esci. Quando?

Quella notte mi misero su uno sgabello alto, senza schienale, con i piedi sollevati da terra. Se la testa cadeva perdevo l’equilibrio. Caddi una volta e mi rimisero sopra. Caddi una seconda e mi rimisero sopra. Alla terza non capii neanche di essere caduto finché non sentii il pavimento sulla faccia. Da lì il tempo cambiò. Gli occhi bruciavano, la luce passava attraverso le palpebre, il neon ronzava e quel ronzio diventò la cosa più stabile che avevo. Non sapevo più se fuori fosse giorno. Non sapevo quando sarebbe arrivata sera.

Chiesi che ora fosse. Una guardia rise. Chiesi che giorno fosse. Domani, disse. Forse era una battuta. Cominciai a vedere cose: un movimento nell’angolo, una macchia sul muro che sembrava una faccia, poi mia figlia nel corridoio. Papà. Mi alzai. Amore? Niente. Dopo qualche minuto, la sentii ancora. Sapevo che non era lei e le risposi lo stesso.

Negli interrogatori le domande diventavano più semplici e io meno capace di rispondere. Nome del medico: lo sapevo, non mi veniva. Data d’ingresso nel paese: l’avevo detta venti volte, non la trovavo. Quante compresse c’erano nel barattolo? Cento e qualcosa? Guardavo le mani. La donna mi correggeva: ieri hai detto altro. Certo che avevo detto altro. Non sapevo più cosa avessi detto ieri. Non sapevo neanche se ieri fosse ieri.

Una volta l’avvocato venne mentre ero seduto al tavolo. Sembrava lontanissimo. Buona notizia, disse. Domani esci. Quasi gli tirai la penna. Invece mi misi a piangere, non per tristezza, per rabbia. Quando cazzo arriva domani? Rimase fermo, poi abbassò la voce: firma quello che chiedono. Poi dormi. Domani esci. Fu la prima volta che le tre cose finirono nella stessa frase. Firma. Dormi. Domani.

Da quel momento il foglio cominciò a tornare. Sempre lo stesso o forse no. La donna indicava dove firmare, io dicevo di no e tornavo sotto la luce. Porta, scarponi, sgabello, acqua fredda sul collo, tavolo. Firma. No. Domani esci. No. Dormi. No. Ogni volta il no diventava più piccolo.

A un certo punto il sonno diventò una stanza nella mia testa. Buia, con un letto. Non c’erano mia moglie, i bambini, l’Italia. Solo quella stanza. Volevo entrare lì. Quando mi riportarono il foglio presi la penna. Dopo dormo? Sì. Spegnete la luce? Sì. Quanto? Firma. Firmai. Non lessi. Non chiesi cosa stessi ammettendo. Scrissi il mio nome. La cosa peggiore non è che firmai. È che, mentre lo facevo, ero felice.

Mi portarono in un’altra cella. Una branda, una finestra piccola, una lampadina. La guardia chiuse la porta e spense. Sentii il clic. Buio. La sera, finalmente. Non pensai a mia moglie, non pensai ai miei figli.

Dormii.

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