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FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano · Aug 13, 2026

IL RESIDUO

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Giuseppe Sant'Elia · FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano

La prima volta la zampa ci ha dato duecentottantaseimilaquattrocento euro. In cambio si è presa nostro figlio. La seconda volta le abbiamo chiesto di restituircelo. Alle due e quarantasette qualcuno ha suonato al cancello.

La zampa di gatto l’avevamo trovata dentro un muro il 14 marzo 2024 insieme al resto del gatto. Questo è il primo punto: non ce l’aveva regalata un marinaio, non veniva da un mercato africano e nessun vecchio ci aveva avvertiti di stare attenti ai desideri. C’era solo una casa del 1911 a Cividate, comprata con un mutuo trentennale a tasso variabile, e c’ero io che il sabato abbattevo il tramezzo della cucina con una mazza da tre chili, coperto di polvere e felice come non ricordo di essere stato mai.

Il gatto morto era nell’intercapedine, fra il pietrame e il primo corso di mattoni. Non uno scheletro: un gatto intero, secco, schiacciato, marrone, con la pelle aderente agli zigomi e la bocca aperta. Ferrari, il muratore, non si stupì. Ogni tanto si trovavano ancora, li muravano vivi o morti, contro il malocchio.

Lo infilai in un sacco nero. Mentre chiudevo il nodo, la zampa anteriore destra si staccò all’articolazione e mi rimase in mano. Non fece rumore. Era leggera come legno vuoto e aveva ancora le unghie. Bruciai il gatto insieme alle assi marce, ma tenni la zampa. Non so perché. La misi nel cassetto della credenza, fra le chiavi vecchie, le pile scariche e il libretto della caldaia.

Restò lì per poco più di due anni. Loredana mi chiese due volte di buttarla, la roba morta non doveva stare in cucina. Marco, nostro figlio, la mostrava agli amici. La prendeva fra due dita, faceva il verso del gatto e diceva che valeva tre desideri. Aveva diciotto anni e con gli amici riusciva ancora a essere un bambino. Con noi quasi mai.

Devo spiegare come si arriva a chiedere soldi a una zampa di gatto. La gente si ferma sempre su questo, come se fosse la parte meno credibile. La casa ci era costata trecentosessantacinquemila euro. Ci avevamo messo dentro i risparmi, una parte dell’eredità di mio padre, ventimila euro prestati dalla madre di Loredana e soprattutto un mutuo. Nel novembre 2025 la banca ci comunicò che la rata sarebbe salita. Io lavoravo dal 2009 come manutentore meccanico alla Vimeco di Palosco: presse, piegatrici, una linea di tranciatura del 1998 che tenevo in funzione come si tiene in piedi un vecchio zio. Loredana faceva quattro ore al giorno in una RSA. A dicembre chiesi un anticipo sul TFR. A gennaio feci ciò che avevo giurato di non fare: andai da Bertolotti, responsabile della produzione, e gli chiesi un posto di lavoro per Marco.

Marco entrò il 10 febbraio 2026, contratto di sei mesi, addetto alla piega. Quando glielo dissi mi abbracciò in cucina senza togliersi le scarpe. Loredana, davanti al lavello, disse solo bene. Più tardi trovai due bicchieri di spumante nel lavandino.

Il 26 aprile presi la zampa dal cassetto per buttarla. Era domenica. Sul tavolo avevo il prospetto della banca. Capitale residuo: duecentottantaseimilaquattrocentodiciassette euro e sessantatré centesimi. Quella cifra la conoscevo a memoria. Chi ha un mutuo sa a memoria il proprio numero. Rimasi in cucina con la zampa nel palmo e dissi, ridendo, come si dice una stupidaggine per non sembrare uno che ci crede davvero: fammi trovare duecentottantaseimilaquattrocento euro. Squillò il telefono. Rimisi la zampa nel cassetto. Marco era rimasto sotto la pressa numero 4.

Della dinamica so tutto perché era il mio reparto, perché lessi il fascicolo tre volte e perché nei mesi successivi molte persone cercarono di spiegarmi la morte di mio figlio come se, mettendo in ordine i passaggi, potessero renderla diversa. La 4 era una piegatrice idraulica con comando a pedale e barriera fotoelettrica. La barriera era stata esclusa con un ponticello nel quadro elettrico, probabilmente anni prima. Non da Marco. Io stesso gli ero passato davanti centinaia di volte senza notarlo. Una lamiera si era incastrata. Marco era entrato con il busto per liberarla. La traversa era scesa all’improvviso di ventidue centimetri.

Avevo insistito per vederlo. Il medico legale provò a dissuadermi, poi sollevò il lenzuolo. Disse che Marco era morto in meno di un secondo. Rimasi lì undici minuti. Li contai sull’orologio di Marco.

L’azienda propose un accordo all’inizio di luglio, mentre l’indagine penale era ancora aperta. Il loro avvocato lo chiamò un gesto verso la famiglia. Il nostro disse che non era un gesto, era una transazione. Firmammo in uno studio di Bergamo con la moquette grigia e l’aria condizionata troppo alta. La cifra concordata era tonda e lorda. Il netto non lo avevo calcolato. Ovviamente era più bassa tra tasse, anticipazioni assicurative e altre voci che oggi non saprei ripetere. Sul prospetto finale, accanto al mio nome, trovai scritto per la prima volta il netto: duecentottantaseimilaquattrocento euro.

Il documento era una quietanza a saldo e stralcio. Con la firma dichiaravo di essere integralmente soddisfatto e di non avere più nulla a pretendere per le pretese economiche oggetto dell’accordo. Lessi molte volte la parola soddisfatto. Era una parola tecnica. Non descriveva come stavo. Diceva solo che avevo ricevuto quanto pattuito e che, per la carta, quel debito non esisteva più.

Firmai pensando alla zampa di gatto.

Il 9 luglio estinsi il mutuo. Aggiunsi diciassette euro e sessantatré centesimi dal conto corrente. Per sei settimane non aprii il cassetto.

Nella notte tra il 22 e il 23 agosto Loredana entrò in cucina alle due e venti. Io ero seduto al tavolo, come quasi tutte le notti. Le avevo raccontato tutto mesi prima ma lei sembrava non averci creduto, né ne voleva più parlare. Ma in quel momento aveva la zampa di gatto in mano. Chiediglielo tu, mi disse. Se non è vero non succederà niente.

Presi la zampa. Le unghie punsero appena il palmo. Voglio che nostro figlio Marco torni a casa.

All’inizio non accadde nulla. Poi il cane dei Ferrandi cominciò ad abbaiare verso la strada. Alle due e quarantasette suonò il videocitofono. Sul piccolo schermo si vedevano il cancello, l’asfalto vuoto, la Punto di Loredana e il cerchio giallo del lampione. Nessuno.

Il campanello suonò ancora.

La terza volta rimase premuto.

Loredana corse giù per le scale a piedi nudi. La seguii. Arrivati alla porta, dal portone del cortile venne un colpo. Poi due. Poi molti, disordinati. Non bussava una mano. Qualcosa urtava il metallo, cadeva, tornava contro il portone. Una pausa. Un altro colpo. Poi un rumore basso sul cemento, come una scarpa trascinata senza riuscire a sollevarsi.

Loredana infilò la chiave nella serratura.

Fu allora che capii. Non avevo chiesto che fosse vivo. Non avevo chiesto che fosse sano. Non avevo chiesto che fosse come prima. Avevo chiesto solo che tornasse a casa.

Le afferrai il polso. Loredana cercò di liberarsi, mi colpì sul viso, mi morse la mano, gridò Marco. Dall’altra parte i colpi cessarono. Per qualche secondo niente. Poi qualcosa scivolò lentamente lungo il portone. A metà si fermò.

Tenni la chiave ferma. Loredana tirò finché perse la forza. Restammo seduti sul pavimento, lei contro la porta, io con le braccia intorno a lei. Fuori qualcosa si trascinò lungo il muro del cortile. Il cane dei Ferrandi guaì ancora una volta e poi tacque.

Alle due e cinquantuno non si sentiva più niente.

Loredana aprì.

Il cortile era vuoto. Il cancello era ancora chiuso dall’interno. Fra il portone e il pavimento trovammo l’orologio di Marco.

Vendemmo la casa a novembre. In fretta. L’agenzia disse che il prezzo era interessante per l’acquirente. Adesso viviamo in affitto a Palosco, in un bilocale al secondo piano. Loredana ha ripreso i turni alla RSA e dorme con una sedia sotto la maniglia.

Io sono tornato alla Vimeco il 7 gennaio 2027. La pressa 4 è stata sequestrata, dissequestrata e rottamata. Al suo posto c’è una macchina nuova con una barriera che, dicono, non può essere esclusa. Il processo è cominciato a marzo. L’accordo economico è chiuso. Sarò ascoltato come testimone.

La casa l’ha comprata una coppia di Bergamo. Poco più di trent’anni. Lei era incinta. Non dissi niente a Loredana.

Il giorno prima di andarcene tornai in cucina con una mazzetta, un po’ di malta e la zampa nel sacchetto.

Aprii il muro nello stesso punto in cui l’avevo trovata, fra il pietrame e il primo corso di mattoni.

Avrei potuto bruciarla.

Avrei potuto portarla via.

La rimisi dentro.

Richiusi il muro.

Diedi una mano di bianco.

Poi presi le ultime scatole e uscii di casa.

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