La prima blatta che ho visto uscire da una bocca umana era viva. La donna era morta da pochi minuti. Eravamo nel presidio medico, la notte del 4 agosto. Aveva ancora la camicia bagnata di sudore. A un certo punto, tra le labbra, sono spuntate due antenne. Poi la testa. Poi tutto il resto. La blatta è scesa sul mento e si è infilata nel colletto. Un infermiere l’ha presa con una garza e l’ha buttata nel lavandino. Mentre lo faceva, un altro ha detto che ce n’era una anche nell’occhio. Era ferma tra la palpebra e il bulbo. Ferma per modo di dire. Muoveva le zampe.
Questo è successo il 4 agosto. Ma era cominciato prima.
La prima l’avevo vista il 29 luglio, alle sette meno un quarto, mentre alzavo la serranda del negozio. Ci ho messo sopra il piede e basta.
Lavoro in una boutique di via Camerelle da undici anni. Non dico quale perché ci lavoro ancora. Sono di Anacapri, ho trentotto anni e faccio la stagione da quando ne avevo diciannove. Da aprile a ottobre sto in negozio. D’inverno faccio quello che trovo.
La mattina prendo il pullman delle sei e venti. Alle sette sono davanti alla serranda. Le blatte a Capri le abbiamo sempre viste. Nei vicoli, nei magazzini, vicino ai tombini. Sotto l’isola è pieno di cisterne, tubi, cantine, cunicoli, fondamenta vecchie. Non è una cosa di cui parli con i clienti, ma non è nemmeno una novità.
C’era anche un gatto randagio che conoscevamo tutti. Stava quasi ogni sera nello stesso angolo, in un vicolo dietro il negozio. Si metteva basso, con la pancia quasi a terra, e fissava una crepa tra il muro e il marciapiede. Prima o poi da lì usciva una blatta. Lui aspettava. Appena la vedeva, scattava, la prendeva e se la mangiava. Era diventata una scena fissa. Noi dell’isola, quando passavamo per scendere verso il porto, lo salutavamo. Ancora qua? Aspetti la blatta? Qualcuno gli diceva tranquillo, mo’ arriva. Lui neanche ci guardava. Continuava a fissare la crepa.
In quei giorni vedevo spesso anche una famiglia seduta al bar di fronte. Genitori giovani, credo, e altri due che dovevano essere gli zii. Avevano una carrozzina grigia parcheggiata accanto al tavolo. Il bambino avrà avuto tre o quattro mesi. Uno degli zii passava metà del tempo chinato sulla culla a fargli cucù. La madre gli rimetteva continuamente un calzino bianco che lui riusciva sempre a perdere. Il padre beveva birra e ogni tanto infilava un dito nella carrozzina per farsi stringere la mano. Li avevo notati perché erano lì quasi tutte le sere. A Capri ad agosto succede anche questo: dopo due giorni cominci a riconoscere gente che non conosci.
Quell’estate però faceva un caldo fuori misura. Non solo di giorno. Era quello il problema. La sera alle undici avevi ancora la maglietta attaccata alla schiena e di notte dormivi col condizionatore acceso. Il 2 agosto il display della farmacia segnava quarantaquattro gradi alle tre del pomeriggio. Tutti gli facevano la foto. La direttrice ci aveva scritto su WhatsApp: porte chiuse, aria condizionata al massimo, se vedete insetti chiamate me e non fate scene davanti ai clienti.
Il 3 agosto ne ho contate nove nel retro, tra le scatole delle scarpe. Una era dentro un cassetto chiuso. Ho chiamato la direttrice. Lei ha chiamato la disinfestazione. Ci hanno detto che sarebbero venuti lunedì.
Il 4 agosto era martedì. Alle nove e mezza via Camerelle era piena. Tavoli fuori, bambini col gelato, gente con le buste, camerieri che cercavano di passare. Faceva ancora un caldo feroce. Dai condizionatori usciva aria bollente. Le prime blatte non fecero paura a nessuno. Una passò vicino alla ciabatta di una signora. Oddio. Il marito guardò sotto il tavolo. Era una blatta, e allora? Bastava ammazzarla. Un cameriere le diede un calcio e la mandò sotto una fioriera. Risolto. Poco più avanti una ragazza ne scalciò un’altra. Che schifo. L’amica rideva, voleva solo provarle il sandalo. Un bambino inglese ne indicava una. Mum, look. Don’t touch it. Era ancora normale.
Poi diventarono troppe.
Una cameriera uscì con la scopa, ne schiacciò una e fece un rumore molle. Madonna. Da sotto la grata ne uscì un’altra, poi un’altra, poi cinque. Fu allora che tutti cominciarono a guardare per terra. Il rumore arrivò poco dopo. Sembrava pioggia, ma veniva da sotto. Tombini, grate, scarichi, crepe nel cemento, bordi dei gradini, buchi intorno ai tubi. Le blatte uscivano una sopra l’altra. I turisti cominciarono a urlare. What the fuck. Dentro, entrate dentro. Qu’est-ce qui se passe? Cockroaches. Inside.
Erano velocissime e cambiavano direzione di continuo. Le seguivi con gli occhi e un attimo dopo non sapevi più dov’erano. Era quella la cosa peggiore. Salivano sui muri, sulle sedie, sui tavoli. Nei cestini del pane, nei bicchieri, nelle borse. Una finì in uno spritz mentre un uomo stava bevendo e si mise a muovere le zampe tra il ghiaccio e il suo naso. Una donna rovesciò la borsa: telefono, chiavi, rossetto e tre blatte. No, no, no. Una ragazza si tolse un sandalo. Ne uscirono tre. Una le passò sulle dita. Toglila, toglila. Non c’era più, ma lei continuava a sentirla. Un uomo sbatté una sneaker contro il muro. Ne uscì una blatta, poi un’altra, poi una terza. Buttò la scarpa e rimase scalzo.
Una signora davanti alla mia vetrina ne aveva nei capelli. Mise una mano sulla nuca e urlò. Il marito provò ad aiutarla, ne schiacciò una tra le dita, guardò la poltiglia sulla mano e vomitò. Le altre scendevano dietro le orecchie, nel collo, sotto la camicetta. Lei si spogliò lì. Nessuno la guardò. Un ragazzo aprì la bocca per urlare e una blatta gli entrò dentro. Si piegò, tossì, la sputò. Un altro si infilava un dito nell’orecchio. Era dentro. La sentiva camminare.
Quando la gente cominciò a correre, peggiorò tutto. Non spingete. There’s a child. Fermi. Mia figlia. Qualcuno cadde. Le blatte passavano sopra e sotto i corpi, nelle maniche, nei colletti, sotto le magliette. Una donna a terra urlava che ce le aveva dentro. Dove? Dappertutto.
Fu allora che vidi la carrozzina. Era dall’altra parte della strada, vicino al tavolo dove avevo visto quella famiglia nei giorni prima. La riconobbi dal colore e da una copertina gialla legata al manico. Il tavolo era rovesciato. Una sedia era finita in mezzo alla strada. Dei genitori e degli zii non vedevo nessuno. La carrozzina era ferma. La capottina abbassata. Una blatta salì su una ruota. Poi un’altra. Cominciarono a entrare da sotto, tra il cestello e il tessuto. Due risalirono lungo il manico. Poi ne arrivarono altre. Decine. Centinaia. Entrarono dentro in un’unica massa nera. Guardai intorno cercando qualcuno con un bambino in braccio. Non vidi nessuno. Non è lì dentro, pensai. L’hanno preso. Certo che l’hanno preso.
Qualcuno mi urtò e persi di vista la carrozzina. Quando riuscii a girarmi di nuovo c’era troppa gente davanti. Non l’ho più vista.
Poi vidi il gatto. Era nel solito angolo, davanti alla crepa. Quello che ogni sera aspettava la sua blatta. Dalla crepa uscì una blatta. Una sola. Il gatto si abbassò. Mo’ se la magna. Scattò. Subito dopo ne uscirono altre. Dieci, venti, poi troppe. Gli salirono sulle zampe, sulla pancia, sulla schiena. Il gatto cominciò a girare su sé stesso. Poi corse, fece pochi metri e cadde. Si rialzò. Aveva la schiena coperta. Si strofinò contro il muro e lasciò macchie scure. Provò ancora a correre, poi cadde di nuovo. Il giorno dopo lo trovarono nello stesso angolo. Gli mancavano pezzi di carne sul muso, sulla pancia, sulle zampe. Gli occhi non c’erano più.
Quando sono tante, le blatte puzzano. Dolce, grasso, rancido. Muffa calda, cartone bagnato, qualcosa di chimico che resta dentro il naso. Quando qualcuno ci camminava sopra si sentiva crac crac crac e le suole lasciavano dietro una crema scura con pezzi di guscio. Non cadere. Qualunque cosa succeda, non cadere. Un uomo cadde davanti a un ristorante e si rialzò con pezzi di blatta appiccicati ai palmi. Oddio, oddio. Cercò di pulirsi sui pantaloni e se li spalmò sulle cosce. Una cameriera prese un estintore e spruzzò per terra. Per qualche secondo aprì un corridoio bianco nella massa. Qualcuno applaudì. Poi la polvere si abbassò e le blatte tornarono sopra le altre, bianche, infarinate. Fu lì che smisi di aspettare che arrivasse qualcuno a risolvere tutto. Non arrivava niente. Presi il telefono. Niente linea. Provai lo stesso.
Quando la folla si ammassò davanti alla funicolare non c’era più spazio per andare avanti e non c’era più spazio per tornare indietro. Quelli davanti erano fermi, quelli dietro continuavano a spingere. A un certo punto non muovevi più le braccia. Ti muovevano gli altri. Quattro persone morirono schiacciate contro un muro. Quando portarono i corpi al presidio avevano ancora blatte nelle tasche, nelle scarpe, sotto le maniche.
Verso mezzanotte arrivò Peppino con lo scotch ai polsi e i pantaloni infilati nei calzini. Alla Marina Grande era peggio. Dalla galleria della funicolare ne uscivano a migliaia. Sotto, nei condotti, c’erano caldo, acqua, condensa, puzza di fogna. A un certo punto saltò la corrente in una parte del centro. Qualcuno accese la torcia del telefono e la puntò su un muro.
Il muro si muoveva.
Troppo caldo, troppa paura. Doveva essere quello. Mi strofinai gli occhi. Il muro continuava a muoversi. Blatte sopra blatte, fino alle insegne, sui faretti, intorno ai condizionatori. E allora mi venne un pensiero che non mi è più passato: forse non stavano entrando nel nostro mondo. Forse il nostro mondo era soltanto lo strato sottile sopra il loro.
La mattina dopo quasi sparirono. Un turista appena arrivato disse che forse i giornali avevano esagerato. Avrei voluto dirgli qualcosa. Non dissi niente.
Per qualche giorno vivemmo tutti allo stesso modo. Scarpe controllate prima di infilarle, asciugamani bagnati sotto le porte, water guardati prima di sedersi. Io controllavo sotto il cuscino e tra le lenzuola prima di addormentarmi. La prima notte dormii con la luce accesa. La seconda pure. La terza mi dissi che ero ridicolo e la spensi. Dopo cinque minuti la riaccesi.
Il 7 arrivarono le squadre dalla terraferma. Uno dei tecnici chiese da quanto tempo la notte non scendeva sotto i trenta gradi e da quanto durava quell’umidità. Per noi era solo caldo. Quello che ti faceva dormire male, sudare appena uscito dalla doccia, litigare per niente. Per lui era una spiegazione. Settimane di caldo e umidità. Acqua negli scarichi. Condotti che non si raffreddavano. Intercapedini buie. Colonie che continuavano a crescere dove nessuno guardava. Finché c’era spazio.
Poi lo spazio era finito.
Per anni avevamo camminato sopra quella roba. Milioni di insetti. Molti più di noi. Solo che stavano sotto.
Due giorni dopo via Camerelle era di nuovo piena. Tavolini, musica, aperitivi, gente vestita di bianco. I camerieri avevano lavato tutto, le vetrine erano perfette, sembrava non fosse successo niente. Anch’io tornai a lavorare normalmente. Due sere prima i muri si muovevano, adesso vendevamo borse e scarpe. Era forse questa la cosa più strana: la velocità con cui tutto era tornato al suo posto. La gente chiedeva taglie, colori, disponibilità. Una coppia discuteva su un regalo. Un bambino si lamentava perché aveva caldo. Qualcuno raccontava dell’invasione come si racconta un temporale forte visto in vacanza.
Io continuavo a guardare per terra. Sotto gli espositori, dietro le tende, lungo il battiscopa.
Una signora provò tre paia di sandali e lasciò le scatole aperte sul pavimento. Mentre parlava con la commessa io guardavo dentro quelle scatole. Una, poi l’altra, poi la terza.
Vuote. Pulite. Nessun movimento.
La signora scelse il secondo paio e disse che finalmente poteva tornare a godersi Capri.
Io sorrisi.
Presi le scatole, le richiusi e le rimisi a posto.
Prima, però, guardai dentro ancora una volta.
Non c’era niente.
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.