La sera del patrono Idrissa entrò in paese per la prima volta. Ci lavorava intorno da giugno.
Prima delle cinque un Ducato bianco passava a prendere lui e gli altri davanti al vecchio allevamento dei Dondi, oltre il canale. Li distribuiva nei campi e li riportava indietro dopo il tramonto. Dal finestrino vedevano il campanile, il bar, la farmacia, le case coi gerani. Il furgone non si fermava mai. Il paese cominciava dove finivano le strade che potevano percorrere.
Il Comune chiamava l’allevamento sistemazione temporanea. In paese era il campo. Nel capannone dormivano quasi trenta uomini, i materassi divisi da cassette della frutta e fogli di cartone. C’erano due prese multiple, un tubo dell’acqua legato a un palo e un bagno chimico che veniva svuotato quando qualcuno telefonava abbastanza volte. Il posto letto, il trasporto e i guanti venivano trattenuti dalla paga. Una domenica la parrocchia aveva portato coperte e sapone. Il sindaco si era fatto fotografare mentre stringeva una mano. Nessuno dei proprietari presenti aveva poi affittato una stanza a uno di loro.
Piero Bellini possedeva nove ettari di pomodoro da industria fra il canale e la provinciale. Cinquant’anni, moglie, due figli ormai fuori casa, una vita trascorsa nello stesso raggio di pochi chilometri. Per la raccolta pagava una cooperativa che gli mandava uomini e furgone. Quanto arrivasse a ciascun uomo non era affare suo. Questa frase se l’era ripetuta tante volte da non sentirla più.
Idrissa era il più giovane della squadra. Ventidue anni, magro, un cappellino rosso scolorito e una cicatrice chiara sul dorso della mano sinistra. Lavorava veloce senza dare l’impressione di correre. Durante la pausa si sedeva all’ombra del rimorchio, mangiava pane e pomodoro e cercava di saldare i fili dei suoi auricolari con la punta arroventata di un chiodo.
Una mattina Piero gli prestò le cesoie buone per tagliare un tratto di rete avvolto intorno al tubo dell’irrigazione. A mezzogiorno Idrissa gliele riportò pulite, con la molla oliata, avvolte in uno straccio.
«Come ti chiami?» gli chiese Piero.
«Idrissa.»
«Idrissa e poi?»
«Camara.» Sorrise. «È la prima volta che uno di qui mi chiede come mi chiamo.»
Piero rise, poi smise perché Idrissa non stava scherzando. Gli domandò da dove venisse e cosa facesse prima. Idrissa disse Conakry in Guinea, elettricista con lo zio. Sul telefono gli mostrò una ragazza con una divisa scolastica azzurra e due trecce.
«Tua figlia?»
«Mia sorella. Ha tredici anni.»
«La senti spesso?»
Idrissa guardò i filari. «Le mando fotografie solo quando il cielo è bello.»
Da allora Piero gli parlò qualche volta. Poche cose: la pompa che perdeva, il caldo, la Juventus che Idrissa detestava senza aver mai visto Torino. Scoprì che non mangiava più pomodori. A fine giornata Idrissa salutava sempre con il nome: «Domani, Piero». Quasi nessun altro lo faceva.
Quando Piero gli disse che sabato ci sarebbe stata la festa del patrono, Idrissa domandò: «Possiamo venire?» Piero rispose ridendo che era una piazza, mica casa sua.
Durante la festa, le luminarie formavano grandi archi di lampadine gialle, la banda suonava davanti al municipio, le friggitrici sputavano vapore e l’odore della porchetta si attaccava ai vestiti. I vecchi portavano le sedie da casa. I bambini correvano con le pistole luminose e i braccialetti al fosforo. Ogni dieci metri Piero incontrava qualcuno di cui conosceva nome, cognome e soprannome.
Ci stava bene, in mezzo a loro. Era gente che ai funerali c’era e ai matrimoni pure, che portava la spesa alle vedove e una pentola di brodo quando qualcuno aveva la febbre. Brava gente. Piero lo pensava senza ironia.
Idrissa e altri due arrivarono dopo le nove. Avevano camicie pulite, scarpe da ginnastica e lo stesso imbarazzo di chi entra in un posto senza sapere se sia stato invitato. Superarono la prima arcata, poi la seconda. Alla terza rallentarono. Si fermarono vicino al muretto, appena oltre l’ultima fila di tavoli. Nessuno disse loro di stare lì. Nessuno fece spazio altrove.
Piero andò a salutarli. Idrissa teneva una birra e osservava il clarinettista della banda gonfiare le guance.
«Allora sei venuto.»
«Sì.»
«Ti piace?»
Idrissa ascoltò qualche secondo. «Non so se mi piace questa musica?»
«A me non piace da prima che nascessi.»
Idrissa rise. Piero gli batté una mano sulla spalla e tornò dalla moglie.
Dall’altra parte della piazza una bambina, Aurora Becchi, di quattro anni, vide un gatto rosso che girava sotto i banchi in attesa di qualcosa da mangiare. Si allontanò dalla amichette e si avvicinò al gatto. Gli lasciò cadere un pezzo di porchetta. Il gatto lo prese e scappò verso il muretto. Aurora gli andò dietro finché la madre la richiamò e le pulì le dita con una salvietta.
Poco dopo il braccialetto le scivolò dal polso. Idrissa lo raccolse. Si inginocchiò per restituirglielo e glielo chiuse con attenzione. Aurora gli mostrò il gatto, nascosto sotto un furgone. Idrissa indicò con un dito il muso rosso che spuntava fra le ruote. Franca, quella del forno, li vide così: lui piegato davanti alla bambina, una mano vicina al suo polso.
Alle dieci la banda attaccò la marcia del santo. Marina Becchi si voltò per prendere una bottiglia d’acqua. Quando tornò a guardare, la mano di Aurora non era più nella sua.
L’urlo attraversò la musica. La banda continuò per due battute, poi si fermò. Nel silenzio si sentì il ronzio delle friggitrici e una bottiglia rotolare sotto un tavolo. Marina gridava un nome solo: «Aurora». In pochi secondi cento mani cercarono cento bambini, ciascuno i propri, li trovarono e non li lasciarono più.
La piazza cominciò a cercare Aurora. Sotto il palco, dietro i furgoni, nei bagni chimici, fra le auto. Il padre di Aurora correva da una parte all’altra chiedendo a tutti la stessa cosa. Nessuno sapeva niente.
Poi Franca disse: «Prima era con uno di quelli.»
Non disse di averli visti parlare. Bastò che dicesse “con uno di quelli”.
Il figlio grande dei Prandini la sentì e partì di corsa. Venti metri dopo raccontava che uno di quelli aveva tenuto Aurora per un braccio. Davanti al municipio qualcuno aggiunse che li aveva visti andare verso il muretto. Il maresciallo in pensione ascoltò, strinse le labbra e disse: «Bisogna controllare il campo». Nessuno aveva ancora finito la frase precedente e già si pensava a quella successiva.
Piero anche credette alla voce prima ancora di guardare Idrissa. È questo che gli sarebbe rimasto: non il dubbio, ma la sua assenza. Quando si voltò, quelli vicino al muretto avevano capito che qualcosa stava per succedere. Due scavalcarono e corsero verso i campi. Idrissa restò. Guardava le persone chiudersi intorno a lui e cercava, fra tutte, una faccia che conosceva.
«Io visto bambina», disse. «Lei andata dietro chiesa. Col gatto. Io cercavo pure.»
Qualcuno gridò che allora sapeva dov’era.
«No. Io dico gatto. Dietro chiesa.»
Poi vide Piero. «Piero. Tu mi conosci.»
Piero aprì la bocca. Non uscì niente.
Il primo schiaffo lo diede il padre di Aurora. Non fu forte. Servì soltanto a rendere possibile il pugno successivo. Idrissa barcollò contro il muretto. Qualcuno gli afferrò la camicia, altri le braccia. Continuava a ripetere chiesa e gatto. A ogni ripetizione le parole sembravano più colpevoli.
«Gli altri stanno scappando al campo», gridò il ragazzo dei Prandini. «È là che l’hanno portata.»
La piazza trovò una direzione.
Si mossero prima in trenta, poi in cinquanta, poi quasi tutti quelli che potevano correre. Alcuni accesero le torce dei telefoni. Altri riprendevano e mandavano messaggi vocali mentre camminavano: stiamo andando a prenderli, hanno preso una bambina. La frase viaggiava più veloce della folla e tornava indietro già confermata da persone che non erano nemmeno alla festa.
Idrissa venne trascinato lungo la strada bianca. Aveva il labbro aperto e le mani legate davanti con una fascetta presa dal furgone delle luminarie. Piero camminava a meno di due metri da lui. Non ricordava di aver deciso di seguire. C’era una corrente e lui vi era dentro.
Il campo distava meno di un chilometro. Piero era passato davanti all’ingresso centinaia di volte; non aveva mai imboccato la strada. Quella notte vi entrò insieme a mezzo paese.
Il cancello era una rete da cantiere legata con fil di ferro. Lo strapparono. Dietro c’era il vecchio allevamento, basso e lungo, con i finestroni coperti da plastica nera. Un generatore accanto alla porta. Fuori, su due fornelli da campeggio, c’erano una pentola di riso e una padella con cipolle.
Gli uomini nel capannone si alzarono dai materassi senza capire. Alcuni indossavano soltanto pantaloncini. Uno aveva sapone fra i capelli. Quando videro Idrissa col sangue sulla camicia e la folla dietro, corsero verso l’uscita sul retro. La fuga fu la prova che mancava. Entrarono gridando il nome di Aurora. Sollevarono materassi, aprirono borsoni, rovesciarono pentole. Cercavano una bambina di quattro anni dentro scatole in cui non sarebbe entrato neppure un gatto. Ogni oggetto sembrava sospetto perché apparteneva a qualcuno che non conoscevano: farmaci, fotografie, scarpe, sacchi di riso, caricabatterie. Le cassette dei campi erano usate come comodini. Piero ne vide una col marchio verde della sua azienda. Sopra c’erano gli auricolari riparati di Idrissa e la fotografia della ragazza in divisa azzurra.
Qualcuno spinse Idrissa in ginocchio davanti al suo materasso.
«Dov’è?» urlò il padre di Aurora.
«Io non so.»
«Ci prendi pure per il culo?»
Il calcio gli prese la bocca. Un dente cadde sulla fotografia della sorella e rimase lì, bianco sulla gonna azzurra. Idrissa si piegò. Piero gli teneva il braccio sinistro. Si accorse di tenerlo soltanto quando il ragazzo provò a coprirsi la testa e non ci riuscì.
«Vi prego, lasciatemi. Vi prego.», gridò Idrissa.
Lo disse alla folla. Lo disse anche a Piero, che era lì.
Piero allentò le dita, ma qualcuno alle sue spalle lo spinse avanti e la mano si richiuse. Arrivò un altro calcio, poi una torcia di metallo sulla tempia. Il rumore fu piccolo, quasi domestico. Idrissa cadde su un fianco. Continuò a muovere le gambe mentre gli uomini gli colpivano il petto e la schiena. Dal labbro il sangue colava nella polvere e si impastava con il riso rovesciato.
Intorno a loro il campo si rompeva. Un materasso venne trascinato fuori e acceso con il liquido del generatore. Le fiamme presero la gommapiuma producendo un fumo nero e denso. Un bracciante che cercava di spegnerle fu colpito al polso con una spranga; l’osso cedette e la mano rimase piegata verso il basso. Una donna filmava tenendo il telefono in verticale e gridava: «Questo è per la bambina». Un uomo si voltava verso l’obiettivo prima di ogni colpo, per essere sicuro di entrare nell’inquadratura.
Non c’era più una ricerca. Nessuno chiamava Aurora aspettandosi una risposta.
Idrissa smise di proteggersi. Piero sentì il braccio perdere forza dentro la propria mano. Gli occhi del ragazzo erano ancora aperti; uno guardava il pavimento, l’altro sembrava cercare qualcosa più in alto.
Quando arrivarono le sirene, la folla tornò a essere fatta di persone. Tonino il fruttivendolo lasciò cadere la spranga. Franca si coprì la bocca. Il maresciallo in pensione cominciò a dire che aveva chiesto calma fin dall’inizio. I telefoni sparirono nelle tasche. Tutti fecero un passo indietro dal corpo di Idrissa, come se fosse comparso da solo.
Piero aprì la mano. Sul palmo aveva del sangue, e non era il proprio.
Idrissa era già morto quando arrivarono le prime pattuglie. Giaceva davanti all’ingresso del capannone, su un fianco, con un braccio piegato sotto il corpo. Un carabiniere si inginocchiò, gli mise due dita sul collo e dopo pochi secondi guardò il collega. Non servì dire niente.
Le sirene spezzarono la folla. Alcuni scapparono nei campi, altri tornarono verso il paese camminando in fretta, senza guardarsi. Quelli che avevano filmato abbassarono i telefoni e cominciarono a cancellare. Il maresciallo ordinò di spegnere il materasso che bruciava contro la parete. Qualcuno portò una pompa dell’acqua. Qualcun altro disse che era arrivato dopo, che aveva cercato di fermarli, che non aveva toccato nessuno.
Solo allora qualcuno domandò di Aurora.
La bambina non era al campo. Non era neppure in piazza, dove una pattuglia tornò a cercarla tra le bancarelle abbandonate, sotto il palco e nei bagni chimici. La madre ricominciò a gridare il suo nome. Il maresciallo decise di chiamare l’unità cinofila e chiese un indumento con il suo odore. Un agente accompagnò i genitori a casa a prendere una maglietta usata o la federa del cuscino sul quale aveva dormito. La porta della cucina era accostata. Marina ricordò di averla lasciata così perché la casa era a due passi dalla piazza e durante la festa entravano e uscivano di continuo. Accese la luce e trovò Aurora sul divano, con le scarpe ancora ai piedi e la maglietta rosa sporca di terra. Aveva appoggiato la testa sul bracciolo e stringeva fra le mani il braccialetto verde, ormai quasi spento. Non dormiva. Aspettava.
Quando vide i genitori si mise seduta.
«Dove siete andati?» domandò.
Marina le cadde davanti in ginocchio e cominciò a toccarle la faccia, le braccia, le gambe, come per controllare che fosse intera.
«Dov’eri tu?»
Aurora mostrò un graffio sul dorso della mano. «Dai gattini.»
«Quali gattini?»
«Quelli rossi. Erano sotto la carriola.»
«C’era qualcuno con te?»
La bambina scosse la testa. «C’era il gatto.»
Il padre si appoggiò al muro e scivolò fino al pavimento.
Le indagini su quanto era accaduto al campo si aprirono per restare aperte. Nei filmati si vedevano braccia, schiene, telefoni, pezzi di facce. Ogni colpo apparteneva a qualcuno e tutti insieme a nessuno. Piero venne convocato tre volte. Durante il terzo interrogatorio il carabiniere gli mostrò una fotografia recuperata dal telefono di Idrissa. Il ragazzo era seduto all’ombra del rimorchio, con il cappellino rosso e le cesoie di Piero appoggiate sulle ginocchia.
«Lo conosceva?»
Piero guardò la fotografia. «Di vista.»
Sul verbale rimase quella frase.
Nel capanno degli attrezzi Piero conservava ancora le cesoie buone. Idrissa gliele aveva restituite pulite, con la molla oliata, avvolte in uno straccio a righe piegato due volte. Piero provò a usarle, una mattina, ma appena strinse i manici mollò la presa. Le rimise sul ripiano. Non riuscì a buttarle.
L’anno seguente la festa si fece uguale. Stesse luminarie, stessa banda, stessa gente. Piero ci andò come sempre. Salutò a destra e a sinistra, chiamando tutti per nome, cognome e soprannome.
Dal campo non venne nessuno.
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