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FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano · Aug 21, 2026

IL BRACCIO DI CONTROLLO

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Giuseppe Sant'Elia · FRATTAGLIE - I tagli che gli altri buttano

Lucia firmò il consenso un martedì di novembre, nella sede della Verenia Research alla periferia di Latina, in una saletta che sapeva di moquette nuova. Le avevano spiegato tutto due volte, con pazienza, e una volta spiegate con pazienza le cose fanno meno paura.

Lo studio si chiamava con un codice, VRN-14, e cercava persone sane. Non malati. Questo era il punto che all’inizio Lucia non aveva capito. Il farmaco lo davano ad altri, in un altro reparto, gente con problemi di metabolismo. Suo figlio Mattia serviva per un’altra cosa. Serviva a restare uguale.

«Lo chiamiamo braccio di controllo», disse la dottoressa Sanna, giovane, con le unghie corte. «Per sapere se una cura funziona, dobbiamo confrontarla con qualcuno che non cambia. Una linea dritta. Mattia è la nostra linea dritta.»

Mattia aveva diciassette anni, era magro, mangiava poco, dormiva tanto, non si ammalava mai. La pediatra lo aveva sempre definito un orologio. Era esattamente quello che cercavano. Un corpo stabile, prevedibile, da tenere fermo come termine di paragone mentre intorno tutto si muoveva.

Pagavano milleottocento euro al mese. Per Lucia, che faceva le pulizie negli uffici della zona industriale e cresceva il ragazzo da sola dal giorno in cui il padre era sparito in Germania, milleottocento euro erano una cosa che non si rifiuta. Bastava che Mattia restasse sano. Bastava che restasse com’era.

Il primo anno fu facile. A Mattia misero al polso un dispositivo nero, sottile, sigillato, che leggeva il battito, la temperatura, il sonno, lo zucchero nel sangue attraverso la pelle. Una volta al mese andavano alla Verenia per i prelievi e le misure. Altezza, peso, pressione, una serie di domande. Mattia stava lì seduto buono mentre lo misuravano, e poi tornavano a casa con il bonifico in arrivo.

Le regole erano scritte in un libretto plastificato. Stabilità dei parametri. Niente diete nuove. Niente sport agonistico. Niente alcol, niente fumo, ritmi di sonno regolari. Evitare, diceva il libretto con una parola che a Lucia sembrò strana, le variazioni significative dell’assetto emotivo. C’era un numero verde da chiamare se succedeva qualcosa che poteva alterare i valori. Un lutto. Uno spavento. Un innamoramento.

Il secondo anno cominciarono le telefonate dalla Verenia. Gentili. Un operatore controllava i dati a distanza e chiamava se vedeva qualcosa. Una sera di giugno chiamarono perché il battito di Mattia era salito e restava alto da due ore. Lucia salì in camera. Il ragazzo era al telefono, rosso in faccia, rideva piano con qualcuno. Una ragazza della scuola, capì Lucia. Si chiamava Asia.

«I valori si sono mossi», le disse l’operatore con dolcezza. «Niente di grave. Ma se la cosa continua, il dato del mese rischia di non essere utilizzabile. E i mesi non utilizzabili non vengono retribuiti.»

Lucia non disse niente a Mattia, quella sera. Ma cominciò a sapere quando lui telefonava con Asia, perché il braccialetto lo diceva alla Verenia e la Verenia lo diceva a lei. Cominciò a chiedergli di studiare di sotto, dove poteva vederlo. A spegnere il wifi alle dieci. A dire ad Asia, quando suonava al citofono, che Mattia non c’era. Si disse che lo faceva per la salute del ragazzo. In parte era vero. Il vero e il conveniente, scoprì, hanno spesso la stessa faccia.

Asia smise di suonare verso ottobre. Il battito di Mattia tornò piatto. Quel mese il bonifico arrivò puntuale e ne arrivò anche uno extra, un premio di stabilità, perché i dati erano stati, scrissero, eccellenti per pulizia.

Con quei soldi Lucia rifece il tetto che pioveva da sei anni. Comprò una macchina che partiva sempre. Mise via qualcosa. Per la prima volta in vita sua dormiva senza fare i conti nel buio. Bastava che il ragazzo restasse fermo.

Il terzo anno Mattia compì vent’anni ma sul referto risultava ancora identico a diciassette. Stesso peso, stessa massa, stessi valori. Gli altri ragazzi che conosceva erano cambiati, avevano messo su spalle, barba, lavori, fidanzate, qualcuno era partito. Mattia no. Mangiava le stesse cose nelle stesse quantità, andava a letto alla stessa ora, non si arrabbiava, non si entusiasmava. Quando alla Verenia gli chiedevano come stava, rispondeva uguale, e loro annuivano contenti e scrivevano uguale sulla cartella.

A Lucia, certe sere, faceva un effetto strano guardarlo. Aveva la faccia liscia di quando era ragazzino, ma negli occhi una specie di stanchezza ferma, come l’acqua di un secchio lasciato fuori. Una volta lo sorprese in piedi davanti allo specchio del bagno che si guardava a lungo, serio, e poi si toccava la faccia con due dita, come per controllare che ci fosse ancora.

«Mamma», le chiese una di quelle sere, «fino a quando?»

Lucia gli disse che lo studio durava ancora un po’. Non era vero. Sapeva che il VRN-14 era stato prolungato di altri cinque anni perché i risultati sul vero farmaco erano promettenti, e che la Verenia teneva moltissimo a non perdere i suoi controlli storici, quelli con la serie di dati più lunga e più pulita. Mattia era diventato uno dei controlli più preziosi d’Europa. Glielo aveva detto la dottoressa Sanna, ormai meno giovane, con orgoglio professionale. Una linea dritta lunga otto anni. Un tesoro.

Il quarto anno Asia si sposò. Lucia lo vide su internet, le foto, un uomo coi capelli corti, un vestito bianco semplice. Non lo disse a Mattia. Il braccialetto non avrebbe gradito.

Il quinto anno morì la madre di Lucia, la nonna di Mattia. Successe di notte, all’ospedale di Latina. La Verenia chiamò il mattino dopo, prima ancora che Lucia avesse chiamato loro, perché qualcosa nel sonno del ragazzo si era spezzato durante la notte e i sensori l’avevano notato. L’operatore fu molto comprensivo. Spiegò che un evento luttuoso era previsto dal protocollo come variabile esterna, che c’era una procedura. Consigliò di limitare l’esposizione del soggetto allo stimolo emotivo. Tradotto: era meglio che Mattia non andasse al funerale.

Lucia ci pensò tutta la mattina, seduta al tavolo della cucina nuova, con il caffè che si freddava. Pensò a sua madre. Pensò al tetto, alla macchina, ai soldi messi via, ai cinque anni che mancavano. Poi salì e disse a Mattia che la nonna stava in un posto lontano e che al funerale non c’era bisogno di andare, che si occupava di tutto lei.

Mattia la guardò con quei suoi occhi d’acqua ferma e disse va bene. Non pianse. Il braccialetto, quella sera, registrò valori nella norma. Il mese fu utilizzabile.

Lo studio finì un mercoledì di marzo, sette anni e quattro mesi dopo l’inizio. La dottoressa Sanna li convocò nella stessa saletta della moquette, che adesso era vecchia. Disse che il farmaco aveva funzionato, che sarebbe stato approvato, che era anche merito loro, della linea dritta. Disse grazie. Poi posò sul tavolo un nuovo libretto plastificato.

Era nato un secondo studio, spiegò. Un follow-up a lunghissimo termine. Cercavano i loro migliori controlli storici per proseguire le misurazioni a tempo indeterminato, per capire cosa succede a un essere umano mantenuto stabile per decenni. Pagavano di più. Molto di più. A Mattia, disse, sarebbe bastato continuare a fare quello che aveva sempre fatto. Restare com’era.

Mattia adesso aveva venticinque anni e la faccia di diciassette. Era seduto accanto a sua madre e non disse niente, perché aveva smesso da tempo di dire le cose. Guardò il braccialetto nero al polso, poi guardò Lucia.

La sera prepararono la torta perché era anche, per caso, il giorno del suo compleanno. Lucia mise le candeline, sempre le stesse, ogni anno le stesse, e mentre l’accendeva Mattia parlò piano.

«Mamma», disse, «adesso posso cambiare?»

Lucia tagliò la torta nelle solite due fette uguali. Aveva già firmato il libretto nuovo, nel pomeriggio, mentre lui aspettava in macchina.

«Ancora un po’», disse. «Solo ancora un po’.»

Il braccialetto, al polso del ragazzo, vibrò due volte, pianissimo, come fa quando i valori sono buoni.

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