Il tendone lo vide per prima Simona Pezzi, alle cinque e venti di sabato mattina, dal sedile del trattore. Puliva la spiaggia di Torvaianica da undici anni per la ditta dell’appalto comunale. Il pulisci-spiaggia raccoglieva tappi, cannucce, mozziconi, vetri e preservativi. La sabbia ricadeva dal vaglio in righe dritte.
Verso Capocotta c’erano la duna e il cartello AREA PROTETTA — ACCESSO VIETATO. Quella mattina davanti al cartello c’era un tendone da circo alto tre piani, a righe bianche e rosse. Non c’erano tracce di camion, pali piantati o cavi. La tela terminava dieci centimetri sopra la sabbia. Sotto si vedeva una base nera, liscia, senza giunture.
Simona spense il motore. Non sentì onde né gabbiani. Dal tendone usciva un ronzio che le faceva vibrare gli incisivi. Sentì odore di zucchero bruciato, ferro e immondizia bagnata.
Mandò tre foto a Ruggero, il caposquadra.
Lui rispose: CHE È?
Simona scrisse: DIMMELO TU.
«Finisci il giro e non ti avvicinare», le disse al telefono. «Ho chiamato il Comune.»
«Per montarlo servono operai.»
«E io che ne so?»
Alle sette parcheggiò nel deposito. Accanto c’era l’autobotte usata per lavare il lungomare: seimila litri, pompa ad alta pressione, lancia posteriore. Simona aveva le chiavi e la patente.
Raggiunse il chiosco del cognato Fabrizio. Kevin, suo figlio, dormiva su tre sedie col cappuccio in testa. Aveva diciannove anni. Sua madre, la sorella di Simona, era morta quattro anni prima. Da allora Simona lo chiamava ogni mattina.
Gli tirò il laccio del cappuccio.
Kevin aprì un occhio. «Zia, sono le sette.»
«Appunto.»
Lei gli mostrò il tendone.
«Bello. Stasera ci faccio un video.»
«Stasera resti al chiosco.»
A mezzogiorno arrivarono due agenti della polizia locale e un tecnico. Entrarono nel tendone. Uscirono diciassette minuti dopo. Un agente teneva una cartellina vuota.
«I documenti?» domandò Simona.
Lui guardò la cartellina. «Regolari.»
Nel pomeriggio le persone fotografavano il tendone e proseguivano. Un venditore cominciò a vendere nasi rossi vicino all’ingresso.
Alle nove e mezza sul lungomare arrivò il primo clown. Era alto più di due metri. Indossava una tuta gialla a pois rossi, scarpe bianche lunghe mezzo metro e guanti rigidi. I capelli arancioni erano fissati al cranio. La bocca arrivava agli zigomi e conteneva file di denti appuntiti. Spingeva un carretto dorato che produceva zucchero filato. Partì una marcetta di organetto. Una voce allegra disse: «Prima si ride, poi si mangia!» Seguì una risata registrata da sitcom.
Il clown distribuì zuccheri filati rosa ai bambini. Ogni volta che qualcuno lo riprendeva, guardava dritto nel telefono.
Kevin e Aurora uscirono dal chiosco.
«Non avvicinatevi», disse Simona.
Alessio Marchetti uscì dalla pizzeria con una birra. Conosceva Kevin dalle elementari e aveva già bevuto troppo.
«A Kè, ma che te ridi?» gridò.
Il clown estrasse una trombetta con la pompetta di gomma. La puntò. Honk.Un dardo entrò nel collo di Alessio. Lui lasciò cadere la bottiglia. Il sangue gli passò fra le dita e colò sulla vetrina della pizzeria. Dall’altoparlante partì un colpo di piatti. Il clown aprì un telo a pois e coprì Alessio. Tre secondi. Tolse il telo. Alessio era sparito. Una risata registrata riempì il lungomare. La gente applaudì. Una donna disse che il sangue era finto. Aurora continuò a filmare finché Kevin non le abbassò il telefono.
Fabrizio chiamò il 112. La pattuglia arrivò dopo quaranta minuti. Alla seconda visione del video un agente domandò chi fosse Alessio. Alla terza disse che non vedeva nessuna aggressione.
Più tardi, Aurora si avvicinò al carretto. Un ragazzo la urtò e la cola cadde nella vasca. Lo zucchero si afflosciò. Nel fondo si aprì un foro. Sotto c’era una membrana nera attraversata da impulsi azzurri. Il clown afferrò Aurora per il polso. Kevin lo spinse. «Lasciala.»
La presa si aprì. Il clown guardò Kevin e azionò l’altoparlante.
«Prima si ride, poi si mangia!»
Alle undici e venti Aurora entrò nel chiosco da sola. Aveva sabbia nei capelli e una ferita sulla fronte.
«Kevin è entrato nel tendone. Vuole trovare Alessio.»
Simona la prese per le spalle. «Avevi detto che restavate qui.»
«Lui ha trovato il segnale dello smartwatch di Alessio.»
Fabrizio prese una chiave inglese. Corsero verso la duna.
Nelle tamerici pendevano quattro bozzoli rosa, grandi quanto persone. La superficie si contraeva. Da uno usciva una suoneria. Fabrizio lo colpì. Lo zucchero si aprì e Alessio cadde sulla sabbia. La pelle mancava dal collo alle caviglie. Fili rosa entravano nei muscoli e nelle articolazioni. Il torace era aperto. Due palloncini gialli si gonfiavano al posto dei polmoni. Un palloncino rosso era annodato intorno al cuore.
Alessio mosse un occhio. Dalla gola uscì aria. Il palloncino destro fischiò.
La parete del tendone si aprì. Uscirono sette clown. Portavano costumi diversi e la stessa faccia bianca. Una marcetta partì senza casse visibili. Le risate registrate si sovrapposero. Il clown più alto staccò un altro bozzolo dal ramo. La mandibola scese fino al petto. La bocca si allargò oltre le spalle. All’interno non c’erano gola e lingua, ma tre file circolari di denti e una luce azzurra. Infilò il bozzolo nella bocca dalla testa. La massa rosa gli dilatò il collo e attraversò il torace. Per alcuni secondi si videro ginocchia e gomiti premere dall’interno. Il clown deglutì. La pancia tornò piatta. Fece un inchino.
«Prima si ride, poi si mangia!» annunciò la voce.
Partì un applauso registrato.
Fabrizio alzò la chiave. Il clown più basso gli lanciò una torta. La panna gli coprì il viso. Un rullo di tamburo accompagnò le sue urla. La pelle diventò nera. Fabrizio si pulì con le mani e il naso gli rimase nel palmo. Una trombetta suonò quando cadde in ginocchio. Simona gli versò sul volto l’acqua di Aurora. La panna si sciolse. L’acqua raggiunse la scarpa del clown. Il bianco colò e scoprì strati di zucchero compresso, fili rosa e parti umane non digerite. Anche quelli si sciolsero. Sulla sabbia rimase sciroppo nero.
Aurora indicò la scarpa. «Sono fatti di zucchero.»
Dal lungomare arrivarono persone con i telefoni alzati. Un ragazzo fece partire un drone. Due uomini superarono Simona. Un clown girò la manovella di un cannone rosa. Un filo investì i due alle gambe, risalì sui fianchi e strinse. Un ta-da! uscì dal nulla. I corpi si aprirono in più punti. Sangue, grasso e vestiti caddero sulla sabbia. La risata registrata partì prima che le teste toccassero terra.
La folla corse. I clown la seguirono eseguendo passi di tip tap. Uno infilò una cannuccia nell’occhio di una donna e aspirò mentre un kazoo suonava una melodia. Un altro lanciò dardi con le trombette. A ogni persona colpita, un colpo di piatti.
Simona e Aurora trascinarono Fabrizio dietro un muretto. «Andiamo all’autobotte», disse Simona.
Nel deposito salirono sul mezzo. Simona guidò. Aurora si sistemò sulla pedana e prese la lancia.
«Attenzione. Quando apro la pompa ti spinge indietro.»
Tornarono sulla spiaggia. Il getto colpì il primo clown al petto. Tuta e torace si sciolsero insieme. Placche di caramello e fibre di zucchero filato liberarono mani, denti e pezzi di pelle. Un impulso azzurro corse nella massa e si spense. Le dita cadute continuarono a muoversi.
Aurora spostò il getto. I clown si riducevano in sciroppo. Uno salì sul cofano e premette la faccia contro il parabrezza. Fra i denti di zucchero aveva apparecchi, capsule e otturazioni umane. Simona azionò gli spruzzi. La testa si sciolse e liberò altre facce compresse una dentro l’altra.
Raggiunsero il tendone. Kevin era appeso sopra l’ingresso. Lo riconobbero dalle Nike. Il rosa gli copriva il viso e gli riempiva la bocca. Dal centro della schiena partiva un filo che entrava nella base nera del tendone. Lungo il filo correvano impulsi azzurri diretti verso l’interno. Aurora bagnò il bozzolo. Kevin cadde. Simona lo raccolse. Sotto la pelle, i filamenti avevano già sostituito parte del collo e del torace. Gli tenevano aperte le costole. Ogni respiro spingeva fuori liquido rosa.
Il clown grande uscì dal tendone e afferrò il filo collegato alla schiena di Kevin. Tirò. La pelle si aprì lungo la colonna. Simona trattenne il nipote dalle braccia. Il filo continuava a inviare impulsi verso il tendone.
Kevin capì prima di lei. Mosse le labbra: «Acqua.»
Simona sapeva cosa sarebbe successo. Appoggiò una mano sulla sua guancia. Aurora abbassò la lancia.
«Fallo», disse Simona.
Il getto colpì Kevin e il clown.
Le fibre dentro il ragazzo si sciolsero. Avevano già sostituito muscoli, vasi e parte degli organi. Al loro posto restarono vuoti. Il petto cedette, la gola si aprì, le braccia si separarono dalle spalle. Kevin morì fra le mani di Simona. Quando il filo sulla schiena si spezzò, l’ultimo impulso rosa era già entrato nel tendone. Simona rimase in ginocchio con ciò che restava di lui. La marcetta si fermò.
Aurora rivolse la lancia verso il tendone. Le righe, le pareti e i pennoni si sciolsero. Erano zucchero anche quelli. Al centro rimase un nucleo ovale nero, duro e lucido. Sulla superficie si accesero simboli azzurri e una mappa stellare. Non mostrava il cielo terrestre.
Il mezzo si sollevò senza spostare la sabbia, salì sopra il mare e sparì. A terra restarono i clown distrutti, i bozzoli e ventisette morti.
Quando arrivarono carabinieri e ambulanze, Simona e Aurora erano bagnate dalla testa ai piedi. L’acqua aveva sciolto anche la polvere dolce respirata durante l’attacco. Gli altri testimoni cominciarono incredibilmente a dimenticare quella notte prima dell’alba. Il giorno dopo parlavano di una tromba d’aria improvvisa. Tre giorni dopo ne erano certi. Il bollettino meteorologico non registrava vento, ma nessuno trovò strano il dato. I filmati mostravano persone investite da zone vuote. Chi li guardava distoglieva gli occhi e, pochi secondi dopo, non ricordava cosa avesse visto.
La relazione ufficiale attribuì i morti a un evento atmosferico estremo, crolli e detriti. Fabrizio morì durante il trasporto. La perizia trovò zuccheri sconosciuti e cellule senza DNA terrestre. Venne archiviata in una cartella che nessuno riaprì.
Aurora ricordava. Simona anche. Non parlarono più tra loro. Aurora lasciò Torvaianica. Simona tornò al lavoro dopo tre mesi perché stare a casa non cambiava nulla. Non dormiva più di due ore. Ogni mattina prendeva il telefono per chiamare Kevin e solo dopo ricordava. Conservava le sue ultime parole e il peso delle braccia che si staccavano. Non sarebbe guarita.
Il 3 settembre il profilo TikTok di Kevin pubblicò un video di ventidue secondi. Simona lo guardò alle cinque e venti, sul trattore. La spiaggia era quella di Anzio. Un clown giovane distribuiva zucchero filato a una famiglia. Aveva il viso di Kevin, rifatto nello zucchero, e la sua cicatrice sul sopracciglio. Un uomo rifiutò il cono e rise. Kevin estrasse una trombetta, gli sparò un dardo nel collo e lo coprì con un telo. Quando lo scoprì, al suo posto pendeva un piccolo bozzolo rosa.
Kevin aprì la bocca fino al petto e lo inghiottì. Poi si voltò verso il telefono.
«Prima si ride, poi si mangia.»
Poi rientrò nel tendone da circo dietro di lui, chiuse l’ingresso e il tendone si sollevò. Passò sopra gli stabilimenti di Anzio e salì nel cielo. Il video terminò con una risata registrata e un applauso.
Simona lo riguardò fino a scaricare la batteria. Poi rimase seduta davanti al mare, con le chiavi dell’autobotte strette nella mano.
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