RSS Amplifier

La newsletter del Camposanto · Feb 16, 2026

Cose che mi terrorizzano: la fotografia post mortem [TW]

0
Sign in to vote or save

Giulia Depentor · La newsletter del Camposanto

  1. Come già anticipato nel titolo, in questo numero della newsletter parlerò di un argomento che potrebbe risultare fastidioso per alcune persone: la fotografia post mortem, appunto, è la pratica di immortalare i defunti.

  2. Visto che non voglio irrompere nelle vostre mail con immagini non richieste di gente morta, alla fine della newsletter metterò il link a una bellissima collezione curata dalla biblioteca dell’Università del Michigan. Sta a voi decidere se cliccare o no.

  3. Le foto post mortem si trovano ovunque. Una semplice ricerca in google vi offrirà moltissimi risultati, ma attenzione: molte di queste foto sono false.

Ciao camposanter,

come state?

Io bene.
Mi sembra di aver ripreso in mano il tempo che prima mi sfuggiva di qua e di là e finalmente sto mettendo un po’ di ordine nel marasma di cui vi avevo già parlato.
[Io ve lo dico, basta organizzarsi e buttare via – virtualmente – lo smartphone]
Camposanto podcast è finalmente regolare (esce puntuale il 30 di ogni mese), così come questa newsletter che per ora è sempre mensile ma viene spedita il 15. Giorno più giorno meno, ecco, ma solo perché non mi piace “uscire” con le cose di sabato o domenica. [Non è questione di riposo, ma solo di numeri e pubblico perché, dopotutto, sono pur sempre una figlia del marketing e le analytics le guardo.]

Anche questa volta vorrei parlarvi di un lato “inedito” dell’esplorazione cimiteriale, nello specifico di una cosa che, come ben sapete, mi terrorizza:

La prima volta che mi sono spaventata a morte (ahah) per una fotografia post mortem è stato tanti anni fa nel cimitero di San Donà di Piave.
Da giovanissima esploratrice quale ero, vagando qua e là mi sono ritrovata nella piccola sezione del cimitero dedicata ai bambini deceduti attorno alla metà del secolo scorso. Il fatto che esistesse una parte del cimitero dedicata a bambini come me, mi impressionava già di per sé moltissimo.
Ma non avevo ancora visto nulla: è stato osservando alcune delle foto sulle lapidi che ho provato la paura più grande.

I bambini ritratti, infatti, erano… strani. Alcuni, secondo me, dormivano e non mi spiegavo come mai i genitori avessero scelto proprio quelle foto (avrei scoperto in seguito che, come immaginate, non dormivano affatto), altri avevano gli occhi spenti e lo sguardo un po’ inquietante.

Quella sezione del cimitero, strano a dirsi per una come me, non mi piaceva affatto. Quando mia mamma mi ha spiegato che quelle erano fotografie post mortem, mi è piaciuta anche meno e ancora oggi ci passo velocemente.

Una foto “innocua” solo per prendere fiato. La sezione del cimitero di cui sto parlando, inizia proprio alla fine di questo prato verso destra (si intravedono le prime tombe che iniziano dopo il grande cipresso)

L’usanza di fotografare i morti si è diffusa nei paesi anglosassoni durante l’epoca vittoriana (1837-1901 circa) ed era indirizzata a defunti di tutte le età, non solo i bambini.
La fotografia (che all’epoca si chiamava dagherrotipo – quanto è bella questa parola?) era stata inventata nel 1839: fino a quel momento, erano solo le classi molto abbienti a potersi permettersi dei ritratti (e con ritratti intendo proprio quelli dipinti dai pittori), ed era altamente probabile che di molte persone non esistesse alcuna immagine.
L’invenzione del dagherrotipo, quindi, era stata rivoluzionaria. Fotografare era relativamente economico – se non altro più economico di un quadro di un pittore ritrattista – e finalmente anche i meno ricchi potevano permettersi di avere un ricordo dei propri cari, vivi o morti (sebbene comunque farsi fotografare fosse un evento eccezionale che capitava 1 o 2 volte nella vita, in occasioni come Prima Comunione e matrimonio).

Succedeva, però, che non ci fosse tempo di fotografare le persone in vita, perché magari morivano molto giovani oppure non si erano verificate per loro occasioni speciali da immortalare.

Ed ecco perché i fotografi inglesi di metà ‘800 iniziarono a occuparsi di fotografia post mortem. L’arte si affinò talmente che si iniziarono a organizzare anche dei veri e propri photo shooting in cui il defunto veniva abbigliato, truccato, appoggiato a un apposito piedistallo o sistemato in gruppo insieme ai parenti in vita in modo tale che sembrasse ancora vivo e vegeto.
Se l’usanza vi sembra macabra dovete tenere presente, appunto, che questo era davvero l’unico modo per avere un’immagine della persona cara prima che venisse chiusa nella bara e sepolta per sempre.

Questa tradizione continuò per molti anni e venne lentamente abbandonata verso la prima metà del ‘900.

Se anche tu ti senti un* camposanter, ti ricordo che ho scritto “Immemòriam”, un libro che racconta le mie avventure cimiteriali in giro per l’Italia!

Acquista il mio libro!

In Italia, anche se la fotografia post mortem in senso stretto non diventa mai una vera e propria tradizione (e con “in senso stretto” intendo proprio la pratica di sistemare i defunti in modo che sembrassero ancora vivi) si diffonde l’usanza di fotografare neonati e bambini morti, proprio perché, appunto, senza quell’ultima immagine sarebbe stato impossibile ricordarne il viso e i tratti.
Ancora una volta dobbiamo tener presente che il tasso di mortalità infantile era infinitamente più alto rispetto a ora ed è quindi abbastanza comprensibile che madri e padri desiderassero scattare una foto dei loro piccoli nati morti o deceduti in tenera età di stenti e malattie.

Ecco, quindi, perché gli sguardi di quei bimbi mi disturbavano così tanto. Erano morti e il fotografo aveva aperto loro gli occhi o addirittura disegnato le pupille sulle palpebre chiuse, per far finta che fossero ancora in vita.

Esistono immagini di neonati abbigliati con la veste del battesimo o di bambini nell’abito bianco della prima comunione, a seconda dell’età. Più raramente, nei cimiteri italiani si trovano foto post mortem di adulti e anziani. Ce ne sono eh, ma non così tante per fortuna. Parlo per me perché, come sapete, mi spaventano moltissimo.
[Vi ho già detto che quando me le inviate io le cancello subito, vero?]

E come le dobbiamo valutare ai fini della nostra esplorazione? Oltre al fatto che si tratta di un fenomeno antropologico molto interessante, contare le foto post mortem o quelle che ritraggono bambini ancora vivi ma molto piccoli, dice molto sul tasso di mortalità infantile e sulle condizioni di vita di una determinata epoca in una specifica zona. È superfluo aggiungere che se le foto di questo tipo sono numerose, allora le condizioni di vita non erano molto favorevoli. Epidemie a parte, è molto probabile che i bimbi del 1800 morissero semplicemente di stenti o di malattie oggi perfettamente curabili. La presenza di foto post mortem, quindi, può darci uno spunto di ricerca interessante.

Per quel che mi riguarda, devo ammettere che la fotografia post mortem rimane un lato oscuro della mia passione cimiteriale. Provo repulsione nei confronti delle foto di cadaveri (anche se ben sistemati) e tremo al solo pensiero di questi fotografi che si recano in casa dei defunti e li sistemano in graziose foto di gruppo assieme ai parenti in vita. Penso a problemi pratici (una questione igienico-sanitaria prima di tutto) e immagino anche bruttissime scene con i fotografi che cercano di far stare in piedi le salme attraverso cavalletti e complicati marchingegni.
Davvero non riesco a capire come assistere a queste complicate sedute potesse essere di conforto, ma questa mia reticenza è facilmente spiegabile, credo, col fatto che osservo questa usanza con gli occhi contemporanei.

Voi che ne pensate? Scrivetelo in un commento!

Leave a comment

L’argomento di questo numero della newsletter non è casuale perché l’ultima puntata di Camposanto parte proprio da una mia riflessione sulla rigida etichetta vittoriana. Per commentare, ho chiamato la migliore esperta di galateo in circolazione: Elisa Motterle. @elisamotter

Come e perché sono nate le rigide regole di galateo funebre dell’epoca vittoriana? Come si sono evoluti i costumi nel corso del ‘900? E quali sono, oggi, le regole imprescindibili da rispettare per essere educati nel contesto funebre?
In questo episodio troverete una risposta a questi interrogativi (e anche di più).

Il libro che sto leggendo ora (consigliato proprio da Elisa Motterle che mi ha detto: “Non riuscirai più a metterlo giù”. Spoiler: aveva ragione) 🍒

Un film che mi è piaciuto 🏡 – un thriller psicologico molto ben fatto (ma non dico niente perché non voglio anticipare nulla)

Una mostra che visiterò presto ✨ – Buzzati sempre nel mio cuore

L’iniziativa più bella che vedrete nella vostra vita 🎥 - Archivio Home Movies

Dopo anni di prove ed errori, sono sicura che il supporto migliore per il nostro albero genealogico sia una bella lavagna bianca magnetica che ci permette di spostare agevolmente i vari rami familiari (niente link perché tanto sono cose che si trovano un po’ ovunque)

Vi ho promesso che lo faremo, ma l’organizzazione è un po’ più complicata del previsto. Sto valutando diverse opzioni, prima o poi arrivo!

Anche per questa volta ho finito! Ci sentiamo a fine mese con il nuovo episodio di Camposanto! Ho in serbo una puntatona!

Grazie, come sempre, per il vostro sostegno.

Giulia 🤍

Dove potete seguirmi oltre che qui?

Share La newsletter del Camposanto

Read the original on giuliadepentor.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.