Bentornati a Giochetti, il vuoto che rimane dopo che qualcuno vi ha aiutato a togliere da casa vostra i mobili, i tappeti, i quadri e pure quel soprammobile orrendo che nessuno aveva il coraggio di buttare. Cosa resta? Di solito polvere. Ma ogni tanto, se siamo fortunati, resta anche qualcosa da ascoltare. Buona lettura!
Prima di cominciare, mettiamo in sottofondo il violoncello della sonata di György Ligeti. Il primo movimento si chiama Dialogo ed è già una piccola presa in giro: c’è un solo strumento, eppure il titolo promette una conversazione. Con chi parla? Con sé stesso? Con chi ascolta? Con un secondo violoncello che ha perso il treno? In realtà credo che l’interlocutore sia il silenzio. E quindi, per arrivare senza tanti giri di parole al tema di oggi, potrebbe essere un dialogo con lo spazio vuoto.
Posso scegliere uno spazio vuoto qualsiasi e decidere che è un palcoscenico spoglio. Un uomo lo attraversa e un altro osserva: è sufficiente a dare inizio a un’azione teatrale.
Peter Brook comincia così Lo spazio vuoto. Spoglia il teatro di tutto e dimostra che senza sipario rosso, senza lampadari, senza attori che parlano tenendo un cranio nella mano, il teatro sopravvive. Basta uno spazio, un corpo che lo attraversa e qualcuno che guarda.
Senza fare minimalismo da tre sedie e un faretto triste, Brook spiega che il teatro non ha bisogno di accumulo, ma di relazione. Qualcuno fa. Qualcun altro osserva. E lo spazio in questo modo diventa una domanda: cosa sta succedendo? Messa giù in questo modo si capisce l’essenza del teatro per Brook: una domanda creata tra l’attore e lo spettatore. E una domanda è molto più interessante di un lampadario o di una bella scenografia.
Poi Brook introduce il concetto di Teatro Mortale. Mortale nel senso di morto, imbalsamato, educato, rispettabile, con le mani composte e la vitalità della burocrazia.
L’elemento mortale ci riporta sempre alla ripetizione: il regista mortale usa vecchie formule, vecchi metodi, vecchi trucchi, vecchi effetti, modi scontati di iniziare e concludere le scene. […] Un regista mortale è un regista che non mette mai in crisi i riflessi condizionati presenti nei diversi comparti del teatro.
La ripetizione, di per sé, non è il problema. La musica si basa sul ripetere. Il teatro prova, riprova, sbaglia, rifà, insiste, suda, prende applausi e ricomincia. La vita, se vogliamo essere onesti, è una serie infinita di lavatrici.
Il problema nasce quando la ripetizione smette di essere esercizio e diventa un riflesso condizionato. Quando invece di cercare qualcosa, l’attore è diventato materiale per un esperimento di Pavlov. Alzi la mano chi non ha mai ripetuto una battuta solo perché una volta ha fatto ridere qualcuno. Per Brook il Teatro Mortale muore perché ripete senza pensare: è come se sapesse già tutto prima ancora che accada. Il che è comodissimo, è vero, ma è anche una forma molto elegante di decesso.
La verità, nel teatro, è sempre in movimento.
Prima c’è il vuoto, poi c’è la ripetizione, infine c’è la presenza. Il vuoto è lo spazio per l’azione. La ripetizione rischia di ucciderla, ma può anche affinarla. La presenza la salva, perché impedisce al gesto di diventare solo qualcosa di già visto. Nel teatro, come per ogni stanco pomeriggio che viviamo, il problema non è fare qualcosa di nuovo, ma essere presenti davvero mentre facciamo le solite cose.
Peter Brook (1998) [1968] Lo spazio vuoto [The Empty Space] [Saggio] [Teatro e critica teatrale] [150 pagine] Bulzoni
All’inizio di The Witness ci svegliamo in un tunnel. Non sappiamo chi siamo, non sappiamo dove siamo, non sappiamo perché siamo lì. In compenso, davanti a noi c’è un pannello giallo con una linea da tracciare. È un modo elegante per farci capire che non ci verrà spiegato nulla.
Usciti dal tunnel ci ritroviamo su un’isola. Colorata, silenziosa, ordinata con una precisione quasi sospetta. Perfino gli alberi sembrano avere senso.
Nessuno ci corre incontro gridando aiuto. Non abbiamo un diario pieno di obiettivi o un inventario con tre chiavi di colore diverso. C’è silenzio. C’è spazio. E noi lo attraversiamo.
Il vuoto di The Witness è una meraviglia. Un gioco privo di dialoghi, missioni, tutorial, ricompense continue, personaggi che si affidano a noi per salvare il mondo (anche se noi non sappiamo nemmeno come aprire una porta).
L’isola è piena di pannelli. Su ogni pannello bisogna tracciare una linea da un punto di partenza a un punto d’arrivo, rispettando una regola che all’inizio è intuitiva. Poi meno. Poi ancora meno. Poi si passano minuti a fissare una griglia come se contenesse il testamento cifrato di un lontano parente ricco.
Qui arriva la ripetizione. Sempre la stessa azione: tracciare una linea. Ancora. Ancora. Ancora. Il rischio del Teatro Mortale è dietro l’angolo, vestito da puzzle game: vecchie formule, vecchi trucchi, vecchi modi di iniziare e concludere una scena, o in questo caso una griglia. Ma The Witness non lascia mai che il gesto diventi meccanico. Appena il giocatore crede di aver capito dove sedersi, arriva alle spalle e gli sposta la sedia.
La cosa più interessante di The Witness è che insegna senza spiegare. Ogni area dell’isola introduce una grammatica (può essere basata sulle simmetrie o sui colori, sulle ombre o sulle separazioni, sui suoni, sulle forme). E ogni volta, senza dover leggere una riga di testo, impariamo a parlare la lingua dei pannelli.
Ogni griglia che ci troviamo davanti si rifiuta di essere risolta se usiamo soltanto quello che abbiamo imparato nella precedente. Niente riflessi condizionati. Se una regola diventa automatismo, non basta più.
Non credo di poter raccontare a parole quanto The Witness si avvicini alla definizione più pura di capolavoro. Certo, il vostro deve essere uno sguardo paziente, curioso, che non fa della fretta (e dello sparare al nemico) il suo credo. The Witness è il paradiso di chi al mare ama fare la settimana enigmistica, non di chi si getta a giocare a racchettoni sulla battigia. Per chi è dotato di questo spirito pian piano il gioco si apre e si cominciano a vedere linee ovunque. Anche nei rami degli alberi o nel profilo di una nuvola. L’intera isola diventa un puzzle.
The Witness, il testimone, non è un eroe, un prescelto, un salvatore con una spada alta il doppio di lui. La verità è sempre in movimento. Il testimone ha visto, ha giocato, ha conosciuto.
Jonathan Blow (2016) The Witness [Videogioco] [Puzzle] [17 ore] (Xbox Series X) [Windows, PlayStation 4/5, Xbox One/Series S, macOS, iOS] Thekla, Inc.
Certo, Jonathan Blow è la mente geniale dietro The Witness. Ma non è l’unico ad aver contribuito in maniera significativa al suo successo. L’estetica meravigliosa è frutto del lavoro di un team e nel sito che vi linko potete scoprire direttamente dalle parole di chi ci ha lavorato (Luis Antonio) come l’estetica si è fusa perfettamente con il gioco.
Abbiamo detto che il primo movimento della Sonata per violoncello solo di Ligeti si intitola Dialogo. E il secondo movimento? Capriccio. E il titolo mantiene quello che promette.
Il vuoto a me piace. Nel vuoto mi sembra che ci siano un sacco di possibilità. Per esempio
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Quante cose avrei potuto scrivere in questo spazio. Ve lo lascio per metterci qualcosa che dovevate pensare da un po’. Questo è lo spazio vuoto per farlo.
Al prossimo episodio, ciao!

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