Bentornati a Giochetti, l’agenzia immobiliare che ti ristruttura casa durante la notte mandando in totale paranoia il notaio, il geometra e l’ufficio del catasto. La casa dovrebbe essere un posto stabile. Un luogo con muri, finestre e stanze ben definite e magari un cassetto dove finiscono pile scariche, vecchi telecomandi e garanzie scadute di elettrodomestici che non possediamo più. E invece esistono case che non si comportano in modo rassicurante. Oggi ne vediamo due ma tenete d’occhio anche quella in cui abitate. Non si sa mai. A volte le case decidono di non collaborare. Buona lettura!
Casa di foglie di Mark Z. Danielewski comincia con una frase scritta su una pagina vuota:
Questo non è per te.
Ovviamente è una trappola. Sembra una di quelle scritte pubblicitarie “Non leggere qui sotto” o quei trucchetti mentali tipo “Non pensare a un elefante”. E dopo questo primo trucco ne mette così tanti uno di fila all’altro da far venire il dubbio al lettore che sia lui quello in errore. È un romanzo, un saggio, un archivio, un labirinto tipografico, una casa infestata da misurazioni sbagliate.
Raccontare il libro in modo lineare sarebbe già tradirlo, quindi andremo con cautela, come quando di notte ci si alza per andare in bagno senza accendere la luce. Spoiler: il mignolo del piede si farà male.
La trama è un labirinto: Johnny Truant si trasferisce in una casa e ritrova le carte di un anziano cieco che stava scrivendo un saggio su un documentario in cui la famiglia Navidson racconta le indagini che gli stessi Navidson hanno fatto sulla casa. Chiaro no?
La casa in effetti ha qualche anomalia: l’interno è più grande dell’esterno, per esempio. Ma la cosa più strana è forse il corridoio che compare a un certo punto, chiamato “il corridoio dei cinque minuti e mezzo”.
Se a casa mia comparisse un corridoio così lungo, che porta ad altre stanze vuote (e buie, ma non si può avere tutto) ne sarei felice. Finalmente lo studio! Sarebbe il mio pensiero. Finalmente il posto dove ammucchiare tutto. Però, ecco, se il corridoio comincia a comparire dove vuole lui, se continua ad aumentare di dimensioni, allora no, allora c’è un problema.
La meraviglia della Casa di foglie sta nel come l’impossibilità di quello che racconta diventa reale sulle pagine: mentre leggiamo una storia su un labirinto il libro stesso diventa labirinto.
Ci sono note su note, appendici, testi dentro altri testi, voci che si inseguono, pagine quasi vuote, pagine soffocate dalle parole, righe che costringono a ruotare il volume. Il lettore non può limitarsi a voltare una pagina per volta, nella posizione stravaccata di chi legge un romanzo sul divano. La forma diventa tema e ci fa perdere l’orientamento.
Il documentario, il saggio, la storia di Johnny, ogni versione aggiunge solo un’altra interpretazione e uno strato di paura. Ogni tentativo di controllare la casa finisce per ampliarla. È un eccesso di informazione, un problema molto conteporaneo.
La Casa di foglie finisce per essere un luogo spaventoso, per lo stesso principio per cui i bambini negli horror funzionano benissimo: una casa dovrebbe essere il luogo dove non abbiamo bisogno di orientarci, sappiamo già dov’è la cucina anche da mezzi addormentati. Sappiamo quanti passi ci separano dal letto. Sappiamo dove finisce il corridoio. E invece, questa volta, il corridoio non finisce.
Mark Z. Danielewski (2019) [2000] Casa di foglie [House of Leaves] [Letteratura] [Romanzo] 66thand2nd,
In Blue Prince ereditiamo una villa e ogni giorno cerchiamo di capirci qualcosa. Ereditare una villa sembra un ottimo inizio, almeno nella vita reale. Nei videogiochi le cose si complicano.
Per entrare davvero in possesso della tenuta dobbiamo trovare la misteriosa stanza 46. La faccenda sarebbe già sospetta così. Poi scopriamo che la villa ha ufficialmente 45 stanze.
Quando apriamo una porta, il gioco ci propone tre stanze possibili e siamo noi a scegliere quale inserire nella pianta della villa. Una sala da pranzo? Un corridoio? Una camera da letto? Una stanza con risorse utili? Una stanza che sembra promettente ma in realtà si rivelerà un vicolo cieco? La vera domanda è: il percorso imprevedibile che creiamo ci porterà alla Stanza 46?
Ogni scelta modifica il percorso, solo che la casa non è un testo definitivo. Ogni giorno si ricompone mentre noi cerchiamo di ricomporre la storia del nostro avo. Così come nella Casa di foglie anche qui la villa è sia l’ambientazione, sia la struttura narrativa. Da una parte c’è un edificio che contiene più spazio di quanto dovrebbe; dall’altra un edificio che contiene infinite planimetrie.
Le simmetrie tra le due opere sono molte: entrambe costruiscono un archivio, entrambe piene di dettagli che sembrano inutili. Da una parte c’è un impossibile abisso, dall’altra un impossibile sistema di regole. E questo sistema possiamo studiarlo, sfruttarlo, sfidarlo, ma è molto probabile che finirà per vincere lui.
Perfino in Blue Prince dove più che esplorare a ogni partita costruiamo letteralmente la villa, e quindi dovremmo essere in una posizione di forza, la sensazione è quella di essere sempre di fronte a qualcosa di più grande di noi.
Esploratori e architetti che prendono appunti, questo siamo. Perché ci sono così tante cose da capire, da sapere. La casa ogni giorno si resetta, noi invece abbiamo un’informazione in più e siamo sempre più vicini alla fine del corridoio o alla stanza 46, entrambi luoghi che non dovrebbero esistere. E invece eccoli lì.
Dogubomb (2025) Blue Prince [Videogioco] [Puzzle] [18 ore] (Xbox Series X) [PlayStation 5, Windows, Xbox Series S, macOS, Nintendo Switch 2] Raw Fury
Casa di foglie è un libro complesso. E se di un libro esiste una guida alla lettura sul sito dell’editore forse quel libro ha più piani di quanti si possano immaginare.
Domanda extra: non avrete mica pensato all’elefante?
E visto che esiste la guida di lettura del libro, perché non fare anche una guida per iniziare a esplorare Blue Prince?
Le case sono uno dei nostri approdi più sicuri. Prendiamo un pezzetto di mondo, gli mettiamo dei muri intorno e diciamo: questo è mio, questo lo capisco, questo non cambia. I quadri alle pareti, il colore dei mobili, il tappetino del bagno. Lo chiamiamo “stabilità”.
Poi capitano cose grandi, belle o brutte, e si rompe l’incantesimo. All’improvviso appare una stanza 46 o un corridoio sempre più lungo e non riconosciamo più niente. Mi sembra che a noi piacciano poco i luoghi in sé, ci piacciono molto di più le abitudini. Al prossimo episodio, ciao!

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