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Giochetti · Apr 22, 2026

I Love Hue Too e l’ordine segreto dei colori

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Stefano Besi · Giochetti

Bentornati a Giochetti, il pantone che tiriamo fuori quando qualcuno dice frasi pericolose tipo “tanto è blu” oppure “questi due verdi sono uguali”. No, non sono uguali. Tra una sfumatura e quella accanto l’umanità ha costruito negozi di vernici, litigi con l’arredatore, dessert minuscoli a prezzi criminali e una discreta quantità di opere d’arte. Oggi proviamo, proviamoci insieme, a stare nel tratto sottilissimo che separa il quasi dal giusto. Buona lettura!

Ho una domanda per voi: si può fare una serie di più di mille quadri tutta dedicata al quadrato?

A quanto pare sì, si può. Soprattutto se a dare un senso ci pensa il colore. Josef Albers cominciò la serie Homage to the Square nel 1950 e andò avanti fino al 1976, anno della sua morte. Sono tutti dipinti con all’interno quadrati dentro altri quadrati, in un esperimento che ricorda Hunger games o la modalità battle royale dei giochi online: tutti i colori in una stanza chiusa e vediamo cosa succede. Sembra incredibilmente semplice perché non ci sono figure, guerre, santi, cani o battaglie. Ma forse è proprio questo che rende la serie sofisticata e ipnotica: i rapporti di forza che si creano tra i colori riempiono la scena.

Josef Albers (1950-1976) Homage to the Square [Pittura] [Astrattismo geometrico] [Per la maggior parte: olio su masonite] Opere in diverse collezioni, tra cui la Josef and Anni Albers Foundation

Un giallo vicino a un ocra si gonfia d’orgoglio, un arancio toccato dal rosso si fa improvvisamente timido, un grigio, se messo nel posto giusto, scopre di avere una sua personalità. Albers parlava di “climi cromatici” ed è un’espressione che in due parole spiega quello che accade nei nostri occhi quando guardiamo uno dei suoi Homage to the Square.

Ma il colore non deve per forza stare all’interno di una cornice. James Turrell per esempio decide di usare il colore fuori da un quadro e di usarlo per occupare tutto lo spazio possibile.

James Turrell (2013) Aten Reign [Installazione] [Arte della luce] [Luce e spazio] Solomon R. Guggenheim Museum, New York

Per qualche mese, al Guggenheim di New York, Turrell ha trasformato la celebre rotonda del museo in un’esperienza ottica. Ellissi concentriche di luce che generano meraviglia. Come un incontro ravvicinato con una cultura aliena.

Entrare in un lavoro del genere significa accettare che, per qualche minuto, le regole dello spazio si comportino diversamente. Come accade anche in altre sue opere (poco più sotto le immagini di Aftershock) lo spazio perde pareti, angoli, soffitti. Non esiste più una profondità misurabile a occhio. Il colore invade tutto e fa saltare gli appigli a cui siamo abituati. I bordi si ammorbidiscono, le distanze sembrano allungarsi o accorciarsi e siamo all’interno di una specie di allucinazione che ci ingloba.

James Turrell (2024) [2021] Aftershock [Installazione] [Arte della luce] [Luce e spazio] Copenhagen Contemporary, Copenaghen

Ci sono videogiochi che danno molta importanza al colore. Per esempio c’è una serie di Nintendo che si chiama Splatoon in cui bisogna spruzzare vernice. Oppure c’è Chicory: A colorful tale, di cui abbiamo parlato in un vecchio episodio, in cui bisogna ricolorare il mondo. Ma dobbiamo andare al nocciolo della questione, per cui non parleremo di giochi che usano il colore, preferisco parlare di un gioco fatto interamente di colore. Un gioco in cui non si spara, non si corre, non si salva il mondo.

A sinistra la perfezione che si sfalda, a destra il livello che dobbiamo risolvere.

I Love Hue Too è una collezione di mosaici, in realtà un’infinita collezione di mosaici, composti da tessere che sfumano da un colore all’altro.

Ogni livello si presenta perfetto, poi tutto si mischia. Per nostra fortuna alcune tessere restano fisse e grazie a quelle dovremo ricostruire il passaggio perfetto da una tonalità all’altra. Tutto qui.

Altri quattro livelli da riportare all’armonia.

Un lilla che pende troppo verso il blu, due verdi che insieme litigano, come c’è finito quel rosso tra i gialli? I Love Hue Too fa del colore una verità. Trovare la tessera giusta è un piacere minuscolo ma costante, infallibile. E proprio alla ricerca di questo piccolo piacere che pian piano ci trasformeremo in restauratori di terremoti cromatici che divorano un livello dopo l’altro.

Ecco la strada verso la serenità. Le tessere con i pallini neri sono quelle che restano fisse quando i tasselli si mischiano. Il fatto che anche nell’ultima immagine ci siano vuol dire che c’è ancora qualche tessera fuori posto. Riuscite a vederla? Non vi viene voglia di sistemarla?

Non ne siamo coscienti ma siamo pieni di grammatica cromatica. Il semaforo, la frutta matura, il cielo che cambia umore, il viso di qualcuno quando ha appena letto l’ultima bolletta del gas. I colori hanno un modo tutto loro di entrarci nella testa. Davanti a uno dei quadrati di Josef Albers o in uno degli ambienti trasformati da James Turrell, il nostro corpo ha una reazione fisica e il cervello cambia. I Love Hue Too crea un puzzle basato su un linguaggio che conosciamo senza esserne coscienti.

Quando ci troviamo per la prima volta davanti a un mosaico tutto sconvolto il primo pensiero è che sia impossibile da risolvere. Poi le dita prendono una tessera e la mettono esattamente dove deve stare. Nella nostra testa c’è già il posto perfetto per ogni colore: il punto esatto tra il troppo e il troppo poco.

Zut Games (2020) I Love Hue Too [Videogioco] [Puzzle] [Infinito] (iOs) [Android] Zut Games Ltd.

Aten Reign ha ridisegnato il Guggenheim di New York. In questo articolo si possono osservare vari colori, varie prospettive, vari mondi.

I Love Hue Too è il seguito di I Love Hue. L’avreste mai detto? Quelli di Zut Games sanno fare i giochi di parole (hue significa tinta, tonalità).

Dopo Albers, Turrell e I Love Hue Too perfino una fila di macaron sembra una piccola opera d’arte. Nessun link stavolta, solo un suggerimento per un nuovo passatempo la prossima volta che andate in pasticceria:

A volte ho la sensazione che le sfumature non interessino più a nessuno. Che si parli di sentimenti, di granoturco o di legittima difesa è tutto tagliato con l’accetta. O si sta di qua o di là. O si è di una squadra o dell’altra. Sarebbe come dire che si può essere o tristi o allegri. Ma che razza di mondo sarebbe? Io non sono mai triste, nel senso che non vesto mai con precisione i contorni di quella parola. Sono malinconico, affranto, giù, incrinato, di cattivo umore. E questo solo per dirne alcuni. Stessa cosa per l’allegria. Senza contare che a volte sono una sfumatura di triste e una sfumatura di allegro. Contemporaneamente. Io non so come la pensate voi, ma se sono matto ditemelo. Anche se non credo di essere proprio matto, sono piuttosto stralunato, alienato, visionario, insensato, strambo, delirante, strampalato. Ci siamo capiti. Al prossimo episodio, ciao!

Read the original on giochetti.substack.com

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