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Facciamo Scintille · Jul 11, 2026

Quanto ti è concesso soffrire?

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Margot Deliperi · Facciamo Scintille

C'è una bilancia invisibile che ci portiamo appresso.

Non l'abbiamo scelta, non l'abbiamo costruita, e nessuno ci ha mai spiegato come funziona.
Eppure, è sempre pronta ad accendersi e la usiamo continuamente sia su noi stessi che sugli altri.

E anche #GliAltri la usano su se stessi e sulle persone che sono “gli altri” per loro.

Parlo della bilancia che pesa il dolore.
Quella che stabilisce, prima ancora che qualcuno abbia fatto un fiato, quanto è concesso e legittimato soffrire.

Si accende nelle piccole cose, il più delle volte non per mala intenzione, semplicemente senza pensare che anche il cuore ha il suo peso.

Dici che stai male per il lavoro e ti rispondono:
Ma dai è solo un lavoro, pensa a chi non ce l'ha.

Finisce una storia e la prima domanda è:
Ma eravate sposati, da quanto stavate insieme?

Come se fossero il tema o la durata a decidere la quantità di dolore che puoi mettere sul piatto.

La bilancia lavora al suo massim quando muore qualcuno.

Se è un parente stretto, c’è la piena immunità: il dolore è autorizzato.

Già se la persona è anziana, scatta l’alleggerimento del piatto:
Eh dai, è la vita, almeno ha vissuto la sua

Se invece era una persona per te cara, ma fuori dalla famiglia di sangue, ecco pronta la tara su quante lacrime puoi versare e per quanti giorni e se sia opportuno prendere ROL da lavoro per andare al funerale - “in fondo dai, non eravate poi così legati.

Questa bilancia è un fatto sociale: non nasciamo con lei, ma capiamo presto come muoverci sapendo che esiste, e stando attenti a farle manutenzione.

Impariamo presto quali dolori sono legittimi e quali, invece, sono esagerati (chissà poi per chi).

Quali si possono raccontare, e in che forma - anche la forma conta -, e quali conviene tenere per sé per non sembrare fragili, lamentosi o ingrati.

Questa scala di misura ha due problemi: non è nostra, e non è neanche universale.

È costruita #DagliAltri, persone-blob con un volto e una voce diversa per ciascuno di noi, che pretendono di dire a ciascuno quanto può dolersi.

Da qui si innesca un’altra dinamica: al male che già senti, si aggiunge anche la vergogna di sentirlo.

E, sotto ancora, un crescendo di rabbia per non poterlo provare alla tua misura.

Se senti dolore, il tuo dolore è legittimo.

Non perché supera una certa soglia, e neanche perché c'è una scala oggettiva che lo autorizza.

Ma perché lo stai sentendo. E questo basta.

Il dolore, poi, non gioca con graduatorie e gironi come ai Mondiali.

Non è che se qualcuno sta peggio di te, allora tu stai - o devi stare - meglio.

Il dolore altrui non cura il tuo.
E il tuo non toglie niente a nessuno

Puoi stare malissimo per un lavoro anche se hai un ottimo stipendio, status e benefit.

Puoi soffrire per una relazione finita anche se non eravate sposati.

Puoi star male per un animale, per un progetto, per una casa lasciata, per un pezzo di vita che si è chiuso.

Non serve la giustificazione firmata né il registro elettronico.

Ciò che ti fa male dice chi sei, cosa conta per te, dove metti valore, in cosa credi.

Se soffri per un lavoro, forse è perché la tua carriera non è mai stata solo un lavoro, ma uno spazio dove metti senso, identità, cura.

Se soffri per una relazione che sembra breve ai più, forse tu non misuri i legami sulla base dei giorni del calendario ma sulla profondità e la condivisione di un pezzo di cuore.
Il dolore, qui, ti dice qual è il tuo modo di amare.

Se soffri di più per una persona fuori e non dentro alla tua famiglia, forse il tuo cuore va oltre all'anagrafe, e ti sta confermando dove sono i legami più veri per te.

Il dolore è un rivelatore.
Ti mostra dove hai amato, dove hai creduto, dove hai investito.
Ridimensionarlo, o lasciarlo fare agli altri, significa ridimensionare anche ciò che sei.

Oggi ti lascio con un pensiero sulla postura, perché il dolore non si smonta con una lista.

Però anche nel dolore, nostro o degli altri, c'è un modo di stare che possiamo scegliere.

Se il dolore è tuo, porta fuori di cosa hai bisogno, senza aspettare che gli altri “ci arrivino da soli”.

Quasi mai ci riescono: chi per superficialità, chi per mancanza di strumenti, e chi perché indossa la stessa tua bilancia e non sa cosa gli è concesso offrirti.

Puoi dire:
“ho bisogno che mi ascolti senza dirmi che passerà;
ho bisogno di stare per i fatti miei ma di sapere che ci sei: mandami un meme idiota quando lo vedi.”

Se il dolore è di qualcun altro, e la fretta ti fa comunque uscire delle domande perché il silenzio è pesante e temi l’inadeguatezza, prova a fare domande che lascino spazio:

come posso starti vicino?
come vuoi che ti stia vicino?

vanno benone.

E anche
non so cosa dire ma sono qui
va più che bene.

Quella bilancia invisibile continuerà a esistere e continueremo a usarla, senza accorgercene, anche su noi stessi.

Però, se lei è invisibile, ci può essere un cacciavite altrettanto invisibile per smontarla un pezzetto alla volta.

Smettendo di chiederci se il nostro dolore è abbastanza valido per meritare di esistere ed esonerando gli altri da dimostrare che il loro dolore è valido.

Il dolore non ha bisogno di essere pesato.
Ha bisogno di essere riconosciuto.

E questo è uno dei gesti più umani che ci siano.

Ci sentiamo presto.
Nel frattempo, fai scintille ✨

Sono una coach certificata, specializzata in transizioni di vita e lavoro, e ho fondato Facciamo Scintille.

I miei clienti sono professionisti capaci che sulla carta hanno tutto, eppure sentono che gli manca qualcosa per tornare a fare scintille.

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