Da quando ho iniziato a occuparmi di comunicazione scientifica, ho trovato sempre poco interessante dedicarmi alla smentita di tesi come la Terra piatta, le scie chimiche o il presunto falso allunaggio del 1969. Non tanto per l’assenza di persone che vi credono, quanto per il fatto che si tratta di argomenti cognitivamente poco stimolanti e, in definitiva, di utilità sociale piuttosto limitata.
Sono inoltre argomenti iper-inflazionati, sui quali esiste già una quantità enorme di libri, articoli, video e contenuti divulgativi. Ogni ulteriore smentita rischia quindi di avere un valore aggiunto modesto, mentre molte altre forme di disinformazione, assai più diffuse e con conseguenze concrete sulla società, continuano a ricevere un’attenzione decisamente minore.
Identificare una bufala clamorosa e smontarla con dati altrettanto clamorosi è un’operazione quasi automatica, che richiede più pazienza che competenza. Chiunque abbia una formazione scientifica di base può farlo, e in fondo lo stesso vale per chiunque possieda un modello di ragionamento lineare, supportato da un minimo di logica. Le teorie del complotto più spettacolari, nella maggioranza dei casi, si smontano da sole appena si mettono a contatto con una fonte verificabile senza bisogno di analisi complesse.
Vale lo stesso per una serie di credenze che potrebbero sembrare meno estreme, ma che restano facilmente riconoscibili a chiunque abbia fatto pace con l’epistemologia di base. Credere che gli oroscopi non prevedano il futuro, ad esempio, è il punto di partenza minimo per chiunque abbia un barlume di razionalità. Lo stesso più o meno vale per riconoscere che l’omeopatia funziona (nei casi in cui funziona) esclusivamente come effetto placebo, senza che le sue premesse teoriche abbiano alcuna base nella chimica, nella fisica o nella biologia. Anche queste sono posizioni corrette, e chi le condivide ha ovviamente ragione. Averle, tuttavia, non equivale a possedere tutto gli strumenti per restare immuni dalla disinformazione; significa semplicemente aver superato il livello introduttivo di un gioco che diventa molto più complicato ai livelli successivi.
Il vero problema risiede nel fatto che l’apparente facilità di stanare alcune teorie complottiste genera un’illusione insidiosa. Chi impara a riconoscere le mistificazioni più grossolane tende a convincersi di aver sviluppato un sistema immunitario cognitivo inattaccabile, ritenendosi al sicuro in virtù della propria attitudine informata. È esattamente tale “presunzione di immunità” (molto diffusa), e non l’ingenua credulità, il punto cieco che mi ha spinto a ridefinire il mio ruolo nel corso del tempo.
La disinformazione più dannosa, infatti, non somiglia ai complotti tradizionali. Non necessita di regie occulte per propagarsi, non evoca élite segrete né impone di negare l’evidenza empirica attraverso narrazioni iperboliche smentibili con una rapida ricerca sul web. Al contrario, essa si insidia all’interno di preoccupazioni legittime: la sicurezza alimentare; l’impatto ecologico delle nuove tecnologie; i potenziali conflitti di interesse nell’industria farmaceutica; le insidie della transizione energetica e via discorrendo.
Sì tratta di un fenomeno disinformativo che alimenta apprensioni in modo selettivo, omettendo sistematicamente i dati di segno opposto. Funziona benissimo perché ricalca la realtà in modo verosimile. Parla il linguaggio della cautela e della responsabilità, intercettando un pubblico attento, istruito e convinto di possedere gli strumenti per giudicare.
Siamo dinanzi a un paradosso epidemiologico-cognitivo che provo a definire in una frase:
La malinformazione sofisticata non prospera nell’ignoranza, bensì nella competenza parziale.
Un individuo digiuno di nozioni scientifiche si trova in uno stato di puro disorientamento. Di contro, chi ha approfondito molto, seppur in modo parziale e orientato, si culla nella certezza di dominare la materia, laddove possiede una visione nitida di una sola metà del quadro. Ogni tentativo di rettifica viene percepito come un attacco alle proprie competenze o convinzioni, anziché come un’integrazione del bagaglio informativo.
Il dibattito attorno al glifosato è emblematico. La decisione dello IARC di classificare l’erbicida come “probabilmente cancerogeno” nel 2015 è un dato di fatto, puntualmente cavalcato dalle retoriche allarmiste. Raramente viene esplicitato e compreso il significato metodologico di quel verdetto: lo IARC valuta il “pericolo intrinseco” di una sostanza a prescindere dal dosaggio e dall’esposizione effettiva, inserendo nella medesima categoria la carne rossa, i turni di lavoro notturni e le bevande bollenti. Non si tratta di un giudizio sul rischio nelle reali condizioni d’uso, bensì di un’analisi sulla pericolosità potenziale in ambito sperimentale.
L’EFSA, l’ECHA e la Commissione Europea (che adottano approcci differenti focalizzati sul rischio concreto in agricoltura) hanno confermato a più riprese l’assenza di elementi sufficienti per una classificazione di cancerogenicità, rinnovando l’autorizzazione della molecola nel 2023. Illustrare soltanto il primo tassello della vicenda non è una menzogna in senso stretto. È, più sottilmente, la scelta deliberata di interrompere il racconto. Una selezione sistematica che risponde a precisi bias ideologici.
Lo stesso paradigma si ritrova in molteplici ambiti, alcuni dei quali riportati di seguito.
Gli OGM vengono discussi quasi sempre in termini di pericoli ipotetici, ignorando che la più grande revisione mai condotta sull’argomento (oltre novecento studi esaminati dalla National Academy of Sciences nel 2016) non ha trovato prove convincenti di effetti negativi sulla salute o sull’ambiente nelle colture transgeniche commercializzate.
Le statine, uno dei farmaci più studiati della storia della medicina con decenni di sperimentazioni randomizzate alle spalle, vengono demonizzate per effetti avversi (i dolori muscolari in primo luogo) che la ricerca ha documentato essere in larga parte riconducibili all’effetto nocebo o comunque risolvibili con dosi o tipologie di statine diverse.
L’allarmismo su additivi, conservanti e pesticidi nei cibi trasforma soglie tossicologiche ben definite in ansie indefinite, producendo una percezione del rischio alimentare completamente scollegata dai dati reali.
Le false credenze sull’alimentazione, dalle intolleranze diagnosticate con test privi di validazione scientifica ai miracoli nutrizionali di ogni alimento di moda, circolano indisturbate anche tra persone con elevato livello di istruzione, perché parlano il linguaggio della cura di sé.
Il rifiuto pregiudiziale del nucleare da parte di chi si definisce ambientalista e scientificamente informato si basa spesso su una lettura selettiva del rischio, che tende a decontestualizzare alcuni eventi storici e a ignorare l’analisi comparativa delle diverse fonti energetiche. Eppure il nucleare presenta una delle più basse mortalità per unità di energia prodotta, comparabile a quella delle fonti rinnovabili. Anche molte altre obiezioni spesso derivano da una conoscenza incompleta del tema: dai meccanismi economici che regolano gli investimenti energetici e la formazione dei prezzi in bolletta, fino alla percezione del rischio legato alle scorie radioattive, spesso molto distante dalle valutazioni tecniche e scientifiche disponibili.
Come vedete, in nessuno di questi scenari vi è una teoria del complotto da scardinare. Emerge semmai un’architettura informativa parziale, edificata da soggetti che citano fonti autentiche, i quali hanno però arrestato l’analisi nel punto più congeniale alla propria tesi.
Individuare e disinnescare tale modalità comunicativa richiede competenze differenti rispetto al debunking tradizionale. Esige la capacità di distinguere il pericolo dal rischio, il singolo studio dalla meta-analisi, il consenso scientifico consolidato dalla trincea isolata di un ricercatore, la correlazione dalla causalità. Impone di comprendere i mandati istituzionali delle agenzie regolatorie. Soprattutto, esige l’applicazione dei medesimi standard epistemici sia alle tesi che confermano i nostri pregiudizi, sia a quelle che li mettono in crisi. Questa è l’operazione intellettuale più complessa in assoluto poiché il bias di conferma non è un deficit intellettivo, bensì una proprietà strutturale della mente umana, che nessuna laurea può neutralizzare. Riuscire a minimizzarlo è possibile, ma richiede un impegno enorme che non tutti sono disposti a fare.
Un ulteriore elemento cardine, spesso eluso in ambito divulgativo/informativo, riguarda la natura ubiquitaria della disinformazione. I flussi manipolativi sono trasversali: chi ad esempio si ostina a circoscrivere la malinformazione alla sola fazione politica avversa ha già abdicato al proprio rigore critico.
Se le narrazioni distorte sull’energia nucleare attecchiscono storicamente in ambienti di sinistra, le tesi antropofobiche sui vaccini hanno sedotto trasversalmente l’intero arco parlamentare, pur trovando negli ultimi anni una maggiore rappresentazione in alcuni ambienti della destra. Lo scetticismo preconcetto verso l’industria farmaceutica accomuna militanze opposte.
E gli esempi non si fermano qui.
Il negazionismo climatico è stato storicamente più diffuso in una parte della destra, mentre l'opposizione ideologica agli OGM e alla sperimentazione animale è stata più frequente in una parte della sinistra. Le false promesse delle pseudoterapie, invece, hanno raccolto consenso in ambienti di ogni orientamento politico, così come le narrazioni complottiste sul 5G, sulla Xylella o sulle scie chimiche hanno dimostrato quanto la disinformazione sia perfettamente in grado di adattarsi a contesti culturali e ideologici molto diversi. Anche una parte considerevole del mondo animalista e ambientalista ha contribuito, negli anni, alla diffusione di narrazioni in aperto contrasto con il consenso scientifico.
È proprio questa distribuzione trasversale che rende metodologicamente sbagliato attribuire la disinformazione a un solo schieramento politico. Cambiano gli argomenti, cambiano le giustificazioni e cambiano i pubblici di riferimento, ma i meccanismi cognitivi e comunicativi che alimentano le narrazioni fuorvianti restano sorprendentemente simili.
L’ostilità verso la scienza basata sulle evidenze non esibisce tessere di partito.
Riconoscere la neutralità politica implica la rinuncia alla rassicurante dicotomia del “nemico unico”. È un prezzo che molti comunicatori non sono disposti a pagare, perché riduce il consenso immediato nella propria bolla, introduce attriti e sottrae alla narrazione scorciatoie retoriche efficaci ma semplificanti. Un’impostazione del genere ha effetti negativi anche sul pubblico, che finisce per interiorizzare come normale quel modello comunicativo. Eppure è proprio in questa complessità (meno spendibile ma più informativa) che il lavoro del divulgatore acquisisce, a mio avviso, maggiore utilità.
Perchè abbiamo un problema. Enorme.
Sul piano cognitivo e comunicativo, molti individui non elaborano più i temi scientifici come questioni empiriche, ma come posizioni di appartenenza ideologica. La valutazione delle evidenze tende a diventare secondaria rispetto alla compatibilità percepita tra una determinata tesi e l’identità politica o culturale del proprio gruppo di riferimento. Un fenomeno che è ulteriormente amplificato da un’esposizione continua e spesso asimmetrica a narrazioni polarizzanti, veicolate da ecosistemi mediatici e politici che tendono a premiare contenuti semplificati, conflittuali e ad alta riconoscibilità identitaria. La ripetizione sistematica di frame interpretativi coerenti con una determinata visione del mondo finisce così per agire come una forma di “addestramento cognitivo”, attraverso la sedimentazione progressiva di scorciatoie interpretative e associazioni automatiche.
Il risultato è che i temi scientifici vengono spesso letti attraverso un filtro ideologico preesistente: non tanto per assenza di accesso alle informazioni, quanto perché il processo di interpretazione è già condizionato da appartenenze, fiducia selettiva nelle fonti e schemi narrativi interiorizzati nel tempo.
Su questo occorre agire in modo sistematico!
Il mio pseudonimo, che mi accompagna ormai da sei anni, evoca esplicitamente la pratica del debunking. Se all’inizio della mia traiettoria tale etichetta rifletteva fedelmente la mia attività, oggi la avverto come una veste stretta e, talvolta, sterile. Confutare la singola notizia falsa del giorno risponde a un’esigenza di manutenzione ordinaria: un atto necessario, ancorché insufficiente e privo di una reale forza generativa sul lungo periodo. Una fake news smentita oggi sarà rimpiazzata da un’altra domani; il fruitore che non ha acquisito criteri metodologici rimarrà indifeso davanti all’inganno successivo.
È l’equivalente di svuotare una vasca da bagno lasciando il rubinetto aperto.
Per questo motivo, il mio interesse si è spostato man mano sul rubinetto.
Analizzare e divulgare i meccanismi neurocognitivi che rendono irresistibili determinate narrazioni (il bias di conferma, l’ancoraggio, il ragionamento motivato, la tendenza a sovrappesare l’aneddoto rispetto al dato aggregato) costituisce un intervento di natura strutturale. È una strategia che non coltiva l’interazione emotiva immediata, non capitalizza la viralità dei social network, ma edifica qualcosa di duraturo ovvero un’autonomia di giudizio spendibile di fronte a scenari inediti, anche in assenza di un fact-checker.
Ciò richiede anche il coraggio di abitare il dissenso, affrontando temi polarizzanti in cui l’evidenza scientifica collide con sensibilità culturali o politiche radicate. Scegliere la via della rassicurazione ed eludere i nodi problematici è secondo la mia visione una sorta di intrattenimento in veste accademica. Una comunicazione scientifica degna di questo nome deve accettare l’eventualità di non incontrare il favore del pubblico, rinunciando a offrire sempre risposte consolatorie.
Ho intrapreso questo percorso accorgendomi che la divulgazione tradizionale presidiava con vigore il confine netto tra scienza e pseudoscienza, lasciando sguarnito il territorio grigio. Mi riferisco allo spazio in cui i dati sono parziali, i pareri delle agenzie divergono, i conflitti di interesse si sovrappongono alle ricerche indipendenti e la complessità viene ridotta a slogan unidirezionali. È in questo limbo che prospera la disinformazione più insidiosa, priva dei tratti grossolani del complottismo e capace di eludere i nostri sistemi di allerta. Le convinzioni più monolitiche si strutturano proprio lì, alimentandosi non di vuoti informativi, bensì di una loro meticolosa selezione.
Rettificare un falso al giorno è utile, ma rimane sterile se non si traduce in un’educazione al metodo. Senza una spiegazione dei processi logici necessari a difendersi dalle manipolazioni cognitive, avremo una comunità informata sulle smentite di oggi, ma impreparata alle sfide di domani.
Il pensiero critico non si trasmette per osmosi attraverso la mera correzione dell’errore. Si edifica lentamente, un argomento alla volta, con la pazienza che si riserva a ogni autentico processo di apprendimento.
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