C’è una scena, nella vicenda del glifosato, che vale più di mille analisi politiche: quella di Robert F. Kennedy Jr., oggi Segretario alla Salute degli Stati Uniti, che nel 2018 vinse in tribunale contro Monsanto sostenendo che il Roundup avesse causato un tumore a un giardiniere californiano. Oggi, però, si trova all’interno di un’amministrazione che quel prodotto lo difende davanti alla Corte Suprema, schiacciato tra la base che lo ha sostenuto sulla promessa di “smascherare” l’agrochimica e i fatti scientifici che, da oltre un decennio, raccontano una storia molto più complessa di quella che lui stesso ha contribuito a diffondere.
Il 25 giugno la Corte Suprema ha rifiutato di esaminare il caso, lasciando in vigore la decisione della corte d’appello secondo cui Monsanto non può essere citata in giudizio a livello statale per la mancata apposizione di un’avvertenza sul presunto rischio cancerogeno del Roundup. Il FIFRA (Federal Insecticide, Fungicide, and Rodenticide Act), infatti, attribuisce all’EPA, e non ai singoli Stati o alle giurie, la competenza esclusiva nel decidere quali avvertenze debbano comparire in etichetta.
È una decisione tecnica, di diritto amministrativo: riguarda chi decide, non cosa sia scientificamente vero. Eppure ha acceso una miccia politica enorme, perché il movimento Make America Healthy Again l’ha interpretata come un tradimento. L’amministrazione Trump, attraverso il Dipartimento di Giustizia, si è infatti schierata dalla parte di Bayer.
Il punto che voglio isolare è un altro, e va detto con la stessa chiarezza con cui va raccontata la rabbia del MAHA. La decisione può essere più o meno condivisibile sul piano giuridico, ma la tesi di fondo che ha alimentato per un decennio le class action contro Bayer, cioè che il glifosato sia una causa del linfoma non Hodgkin, allo stato delle evidenze più aggiornate non poggia su un fondamento scientifico solido.
Vale la pena capire perché, fonti alla mano.
Tutto nasce da una data precisa: marzo 2015, quando lo IARC (l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, braccio dell’OMS) classificò il glifosato nel Gruppo 2A, “probabilmente cancerogeno per l’uomo”, nella Monografia 112.
È questo il dato che ha innescato la valanga di cause legali americane; oltre centomila, secondo le stime giudiziarie riportate nella stessa decisione.
Bisogna però capire cosa fa davvero lo IARC, perché è qui che nasce il fraintendimento di fondo. Lo IARC non fa risk assessment (valutazione del rischio nelle condizioni reali di esposizione), fa hazard identification, cioè si chiede se una sostanza possa, in linea di principio, causare cancro in qualche circostanza, indipendentemente da quanto sia probabile che questo accada nella vita reale, alle dosi a cui le persone sono effettivamente esposte. Con tale criterio, nello stesso Gruppo 2A si trovano anche la carne rossa e il lavoro notturno a turni. Lo IARC lo dichiara esplicitamente nelle proprie FAQ ufficiali: la classificazione si basa su evidenza “limitata” nell’uomo (da esposizioni reali) e “sufficiente” negli animali (da studi con glifosato puro), non su una stima del rischio a cui è esposta la popolazione generale.
Le agenzie di regolamentazione fanno l’altro mestiere, quello del risk assessment. E qui il quadro delle principali autorità regolatorie è sostanzialmente concorde.
L’ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche), attraverso il proprio Comitato per la Valutazione dei Rischi, ha concluso sia nel 2017 sia nella revisione del maggio 2022 che il glifosato non soddisfa i criteri per essere classificato come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione (sintesi in Bayer, EU Glyphosate Renewal e nella pagina ufficiale EFSA sul glifosato).
L’EFSA, nella revisione conclusa nel luglio 2023 propedeutica al rinnovo decennale dell’autorizzazione UE, non ha identificato aree critiche di preoccupazione per la cancerogenicità, concludendo che i dati epidemiologici disponibili non forniscono evidenza conclusiva di un’associazione tra esposizione a glifosato e alcun effetto oncologico.
L’EPA statunitense, nella sua Interim Registration Review Decision del 2020, aveva concluso che il glifosato non è “likely to be carcinogenic to humans”. Qui però una precisazione doverosa, per rigore: nel giugno 2022 la Corte d’Appello ha annullato la sola indicazione “salute umana” di quella decisione, non perché abbia stabilito che il glifosato causi il cancro, ma perché ha giudicato insufficientemente motivato, sotto lo standard probatorio del FIFRA, il modo in cui l’EPA era arrivata a quella conclusione. L’EPA ha ritirato la porzione interim della decisione nell’ottobre 2022, dichiarando esplicitamente che le proprie conclusioni scientifiche di fondo restavano invariate, e non ha ancora pubblicato una nuova determinazione finale sostitutiva. È un tassello di incertezza procedurale reale, che i siti pro-causa legale come Wisner Baum tendono a sfruttare retoricamente, che però riguarda la solidità della motivazione amministrativa dell’EPA, non un cambio di rotta della comunità scientifica.
Nel dicembre 2022 la Commissione Europea ha comunque rinnovato l’approvazione del glifosato per dieci anni, sulla base di questo impianto di valutazione.
Il punto debole dell’impianto scientifico su cui si sono basate molte cause contro Bayer è di natura metodologica. Lo studio più solido disponibile resta l’Agricultural Health Study, una coorte prospettica su oltre 57mila applicatori professionali di pesticidi e i loro coniugi, seguiti per decenni in Iowa e North Carolina.
L’aggiornamento pubblicato nel 2018 sul Journal of the National Cancer Institute non ha trovato un’associazione statisticamente significativa tra uso di glifosato e linfoma non Hodgkin (il tumore al centro di quasi tutte le cause legali) né con nessun altro tumore solido o ematologico nel complesso della coorte, comprese le categorie di esposizione più alta.
È uno studio che ha generato un legittimo dibattito scientifico. Due epidemiologhe dell’Università di Washington (Sheppard & Shaffer) hanno pubblicato una critica metodologica sul trattamento dei dati mancanti, a cui gli autori originali hanno risposto punto per punto nello stesso numero della rivista.
Questo scambio non ha capovolto la conclusione centrale dello studio: in una coorte prospettica dove l’esposizione viene registrata prima che la malattia si manifesti, evitando quindi i bias di memoria, non emerge un segnale robusto di rischio aumentato.
Qui arriva il punto più importante per chi segue il dibattito legale. La meta-analisi più citata dai team legali dei ricorrenti è quella di Zhang et al. (2019), che aggregando studi caso-controllo e l’AHS ha calcolato un aumento del 41% del rischio di linfoma non Hodgkin nelle categorie di esposizione più alta (RR = 1,41; IC 95%: 1,13–1,75).
La meta-analisi, però, è stata superata da un lavoro più recente e metodologicamente più conservativo: l’aggiornamento pubblicato su La Medicina del Lavoro da Boffetta, Ciocan e colleghi (2021), che ha selezionato solo le coorti di studio non sovrapposte tra loro, un correttivo metodologico importante perché diversi studi caso-controllo usati da Zhang condividono in parte le stesse popolazioni di pazienti, il che tende a gonfiare artificialmente la stima aggregata del rischio quando non viene corretto.
Il risultato, su sei studi indipendenti, è un rischio relativo aggregato per “mai esposto” al glifosato di 1,05 (IC 95%: 0,90-1,24) - sostanzialmente nullo - e di 1,15 (IC 95%: 0,72-1,83) anche nella categoria di esposizione più alta, con un intervallo di confidenza che attraversa ampiamente l’unità. In altre parole, quando si corregge per la sovrapposizione tra studi, il segnale di rischio riportato da Zhang si ridimensiona fino quasi a scomparire. È esattamente il tipo di aggiornamento che una comunicazione scientifica rigorosa deve seguire nel tempo, invece di fermarsi al dato più citato mediaticamente solo perché risulta essere il più allarmante.
Il lavoro di Boffetta et al. rappresenta una delle sintesi più conservative della letteratura epidemiologica, basata su studi non sovrapposti. Tuttavia, il riferimento primario più solido resta la coorte prospettica AHS (Agricultural Health Study), che non evidenzia un’associazione consistente tra esposizione a glifosato e linfoma non Hodgkin. Le meta-analisi più inclusive ottengono stime più elevate, ma al prezzo di una maggiore eterogeneità e sensibilità ai bias dei singoli studi.
Qui si chiude il cerchio, ed è la parte più interessante dal punto di vista della comunicazione scientifica. Il movimento MAHA non si è formato attorno a una lettura aggiornata della letteratura tossicologica, ma attorno a una narrativa (in parte alimentata proprio da Kennedy) in cui il glifosato è diventato il simbolo di un sistema regolatorio “corrotto” dalle multinazionali. È una storia semplice, emotivamente potente, costruita sulla classificazione IARC del 2015 letta fuori dal suo significato tecnico e mai davvero aggiornata con undici anni di dati successivi.
Che la frattura fosse in arrivo, l’amministrazione lo sapeva bene: ad aprile Trump, Kennedy e altri vertici dell’esecutivo avevano incontrato privatamente gli attivisti MAHA proprio per provare a disinnescare il malcontento, mentre una delegazione del movimento manifestava davanti alla Corte Suprema il giorno delle udienze.
Non è bastato.
Dopo la sentenza, David Murphy (fondatore di United We Eat ed ex responsabile finanziario della campagna presidenziale di Kennedy) ha parlato apertamente di elettori che si sentono presi in giro da uno slogan politico mai davvero tradotto in policy, ipotizzando defezioni sia verso l’astensione sia verso il campo democratico alle prossime midterm. Sul fronte legislativo, sia esponenti democratici sia alcuni repubblicani hanno già annunciato proposte di legge per aggirare gli effetti della sentenza.
Quando l’amministrazione che quella narrativa ha cavalcato per vincere le elezioni si trova a dover gestire lo Stato, con un DOJ che difende la posizione dell’EPA, cioè l’agenzia che lo stesso governo controlla, la contraddizione emerge inevitabilmente. Non perché Trump abbia “tradito la scienza”, come sostiene Kelly Ryerson (alias “Glyphosate Girl”), secondo cui la Casa Bianca dovrebbe assumersi l’intera responsabilità politica della vicenda, ma perché la posizione scientifica ufficiale delle agenzie regolatorie (americane ed europee) non ha mai davvero sposato la tesi che il MAHA ha fatto propria. Bayer, dal canto suo, ha accolto la sentenza sottolineando che il glifosato resta uno degli agrofarmaci più studiati al mondo e che la decisione restituisce certezza normativa al comparto agricolo. Posizione di parte, certo, ma coerente con quanto emerge dalle valutazioni regolatorie indipendenti citate sopra.
Vale la pena, in chiusura, tenere separati i due piani che l’opinione pubblica ha fuso in un unico scontro tra “popolo” e “corporation”.
Il primo è giuridico: chi ha l’ultima parola su cosa scrivere in un’etichetta, l’EPA o le giurie statali. Sì tratta di una questione di diritto amministrativo che riguarda l’interpretazione del FIFRA, non la tossicologia.
Il secondo è scientifico: se il glifosato, alle dosi di esposizione reale della popolazione generale e dei lavoratori agricoli, aumenti il rischio di cancro. E su questo il quadro convergente di EFSA, ECHA, la coorte AHS e la meta-analisi aggiornata di Boffetta et al. non supporta la tesi che ha alimentato il contenzioso.
Tenerle separate è esattamente il lavoro che la comunicazione scientifica dovrebbe svolgere, anche quando (anzi soprattutto quando) nessuno dei due schieramenti politici ha interesse a farlo.
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