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Ester Viola · Aug 1, 2026

Il sentimento sparito di agosto

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Ester Viola · Ester Viola

Agosto ma è come se fosse un mese sconosciuto lanciato dallo spazio. È una dissolvenza, non sa né di inizio né di fine.

Si va in vacanza a divertirci, tra poco - “con quali forze” è la domanda muta che leggo in faccia a chiunque. Non è più nemmeno la grande pausa di una volta: le ferie ormai sono a pezzettini, chi parte a giugno e un po’ a luglio, le aziende non sono più morte come un tempo, pure Milano la grande svuotata estiva non è più così svuotata.

C’è un sentimento sparito, ed è un peccato perché era un bel sentimentuccio: gli ultimi giorni prima del deserto, quando si lavora in dismissione, più calmi - a fine luglio eravamo più calmi! Pare impossibile ma era così - scende la sera e le strade della città sono libere, un poco fresche, c’è un silenzio contento, ed era il silenzio di chi ha di meglio da fare da un’altra parte.

Magari erano rimasti due o tre amici Marcovaldi come te, e si poteva andare a mangiare una pizza, e dirci magari fosse sempre così. Si numeravano gli errori da non rifare a settembre e cosa doveva assolutamente cambiare. Poi si passava il conto degli amici finto-normali in realtà ricchissimi già al mare, chi in villa e chi in barca. I “tu dove vai?” una volta erano più innocenti. Era una felicità di tipo speciale, felicità delle molecole, la stessa di quando metti le mani nel mare. Avevamo un sabato del villaggio non stanco, non così provato dalla calura. Fuori era un bel posto. L’estate ci voleva bene.

Andando ogni mattino al suo lavoro, Marcovaldo passava sotto il verde d’una piazza alberata, un quadrato di giardino pubblico ritagliato in mezzo a quattro vie. Alzava l’occhio tra le fronde degli ippocastani, dov’erano più folte e solo lasciavano dardeggiare gialli raggi nell’ombra trasparente di linfa, ed ascoltava il chiasso dei passeri stonati ed invisibili sui rami. A lui parevano usignoli; e si diceva: «Oh, potessi destarmi una volta al cinguettare degli uccelli e non al suono della sveglia e allo strillo del neonato Paolino e all’inveire di mia moglie Domitilla!>» oppure: «Oh, potessi dormire qui, solo in mezzo a questo fresco verde e non nella mia stanza bassa e calda; qui nel silenzio, non nel russare e parlare nel sonno di tutta la famiglia e correre di tram giù nella strada; qui nel buio naturale della notte, non in quello artificiale delle persiane chiuse, zebrato dal riverbero dei fanali; oh, potessi vedere foglie e cielo aprendo gli осchi!». Con questi pensieri tutti i giorni Marcovaldo incominciava le sue otto ore giornaliere - più gli straordinari- di manovale non qualificato.

I. Calvino, Marcovaldo

Marcovaldo nel 2026 corre a casa, accende il climatizzatore e la tivù. Fanno lo stesso ultimamente anche i ricchi in barca. La grande democrazia della calura ci ha fatti tutti uguali: sei nel tappo di afa perfino ormeggiato a Spargi. L’unico scettro del potere è il telecomando: con uno raffreddi, con l’altro scegli il film. E sono le migliori serate

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Un altro Agosto era così:

Non parti mai, d’estate. Te ne stai sempre a casa di giorno e giri per la città di notte. È il periodo dell’anno che ti piace di piú. Agosto. La parte centrale di agosto, meglio. Una settimana, al massimo dieci giorni, quello è il momento perfetto. Tutti vanno via e tu rimani qui. È la tua vacanza senza vacanza. È come se avessi un balcone che affaccia su tutta la città e da giugno la vedessi riempirsi sempre di piú, con le notti piene di cose da fare e la gente che non ha nessuna voglia di tornarsene a casa. A un certo punto, però, ti accorgi che di gente laggiú comincia a venirne di meno. Se ti sporgessi a cercare di ascoltare le parole, sentiresti che si salutano, domani parto ci rivediamo quando torno. Pian piano la città si svuota. E in mezzo ad agosto saluti l’ultimo amico; e finalmente rimani solo. Cosí la chiami: la tua vacanza senza vacanza. Sei in una città di gente straniera seminuda che fotografa ogni angolo e questo ti piace. Te ne stai a casa durante le ore piú calde, mangi poco e di continuo, leggi, guardi film che hai registrato anni prima. Hai davanti a te la pagina dell’estate di Repubblica e la consulti di continuo. Devi decidere cosa fare stasera. Fino alle cinque del pomeriggio, quasi sempre, hai deciso per una gimcana che ti porterà in tre posti diversi. Alle sei scendi a due. Alle otto, uno. E qualche volta con il motorino passi davanti all’arena dove avevi deciso di andare e non ti fermi e rimani a girare fino a notte fonda. Qualche volta te ne stai un sacco di tempo nei supermercati semivuoti, compri un gran numero di gelati confezionati da tenere in freezer. Prendi tantissime volte la macchina (per il resto dell’anno non la prendi mai) perché adori andare in qualsiasi luogo e trovare subito parcheggio e adori ancora di piú tornare a casa e scegliere tra cinque o sei posti liberi. Vivi tutto il giorno nella penombra delle finestre semichiuse e ti cerchi dei punti dove c’è una leggerissima corrente. Giri nudo per casa e te ne stai un sacco di tempo a letto a guardare il soffitto. Lo fai soprattutto dopo aver fatto la doccia. Fai tante volte la doccia. Ti piace che il tempo non passi mai e ti piace non sapere cosa fare. Ti piace perfino annoiarti a tal punto, certi giorni, che cominci a pensare di voler partire, cominci a pensare ai tuoi amici che sono sparsi in giro e a come potresti raggiungere questo o quell’altro. Ti piace camminare nel corridoio avanti e indietro pensando che faccio, parto o non parto. Sapendo che non partirai mai.

F. Piccolo, Momenti di trascurabile felicità

Read the original on esterviola.substack.com

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