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Enzo Celli · Aug 20, 2026

Più l’Intelligenza Artificiale diventa brava, più importante è il lavoro che non sa fare

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Enzo Celli · Enzo Celli

A casa dei miei, da sempre c'è un pianoforte di quelli a parete. Fu comprato perché mio fratello lo suonava con dovuta maestria. Mio padre invece, appassionato di fisarmonica, pur non conoscendo la musica, lo suonava a orecchio in un modo tutto suo. Si metteva in piedi di profilo alla tastiera in modo da poterla gestire in verticale come quella dello strumento che amava.
Una volta all'anno arrivava un uomo. L'unico, a parte noi della famiglia, che avesse diritto di poter toccare quei tasti. Il fatto curioso è che, pur godendo di questo beneficio unico che apparteneva a mio fratello e a mio padre, quest'uomo il pianoforte non lo suonava.
Arrivava con una borsa piena di ferri strani, toglieva il coperchio e la parete frontale del pianoforte e premeva un tasto alla volta. Uno solo, e rimaneva lì ad ascoltare il suono. Continuava a pigiare finché quel suono non gli confessasse una stonatura. Quell'uomo era l'accordatore.
Mi stupiva che l'accordatore non aggiungesse nulla al pianoforte, non lo riparava. Quello che faceva era semplicemente restituirgli un carattere attraverso una voce vera, quella che quello strumento aveva perso e che la fatica di stare al mondo gli aveva tolto.
Avviene così anche con gli esseri umani. Perdiamo l'accordatura, in un certo senso è la cosa che ci riesce meglio. Una relazione trascinata per abitudine o per paura, un lavoro imposto, sbagliato, tenuto per prudenza o per rassegnazione, insomma qualsiasi cosa che renda la vita suonata da qualcuno che non la possiede.
Da fuori le persone che perdono l'accordatura funzionano, sorridono nelle foto, postano vite felici seppur intimamente finte. Nel momento in cui suonano un accordo quell'accordo funziona, ma se premi un tasto, soltanto uno, se le fai la domanda imprevista e poi hai il coraggio di sostenere il silenzio, allora senti la stonatura. E quando la sentono anche loro, vengono a cercarti.

Da sempre ti scelgono in mezzo agli altri, sono loro che vengono da te. Nessuna spiegazione, è così e basta. Lo fanno perché tu hai la capacità di sentire il suono di quella singola nota sotto l'intero accordo. Per questo, quando qualcuno ti dice "sono stanco" tu senti "sono sparito", quando qualcuno ti parla di un boss, tu ti accorgi che parla di un padre. Questo in realtà ha un nome, noi lo chiamiamo relazione d'aiuto, ed è l'unico mestiere al mondo che si esercita "non suonando".

In questo mestiere, chi non è capace è qualcuno che riversa addosso agli altri una musica tutta sua pronta a essere eseguita. Perché l'improvvisato suona, suona sempre, e suona soprattutto per se stesso. Riconosci la musica perché è fatta di "io al posto tuo", "se posso darti un consiglio", "dalla mia esperienza personale", eccetera. Quello che ai suoi orecchi sembra musica in realtà è soltanto rumore. Serve a velare il silenzio, perché nel silenzio l'improvvisato sente la stonatura dell'altro che si accorda con la sua.
Colui che invece questo mestiere lo conosce, lo riconosci dal silenzio. Perché anche il silenzio ha un suono. Hai il suono della presenza, della domanda, della restituzione. Se riesci a eseguire questa partitura vedrai l'altro scendere dove nessun consiglio l'avrebbe mai accompagnato. Vedrai te stesso lottare contro l'egoica voglia di suonare, e in questa lotta accorderai te stesso verso il mestiere.
C'è poi il talento, dovremmo dire
l'orecchio, che va coltivato e custodito quotidianamente, magari con un diario su cui annotare come ti sei comportato durante la giornata.

Chi questo mestiere lo vive veramente, capisce subito che dentro ogni persona ci sono tre tasti che vanno toccati in un ordine ben preciso, sempre, perché sbagliare quest'ordine vuol dire sbagliare tutto.
Il primo tasto è quello della paura. Lì non si chiede cosa farai, perché quando qualcuno è dentro la tormenta, la sua mente è come un pugno chiuso, serrato, che nessuno può aprire. Quello è il momento dello stare, del tenere, del chiedere cosa pesa di più, il momento della domanda che regge. Solo dopo si cammina.
Il secondo tasto è quello della storia. Ognuno ne ha una e guai a strappargliela di dosso. Se ci provi la persona si difende fino alla morte, perché in quella storia antica abita la paura più profonda: chi sarei io senza quella storia.
Le persone se le portano addosso come un sacerdote la tonaca. È identità. L'accordatore di uomini rispetta questo abito, non lo strappa, lo rende più comodo. L'accordatore di uomini aiuta l'altro a tornare al tempo in cui la persona non si sentiva così. E dopo che l'ha riportata a quel tempo, aspetta.
Il terzo tasto è quello dello scopo. Vibra soltanto quando i primi due sono accordati. È il tasto della direzione, del senso, della vita che senti assomigliarti veramente. E qui arriva il difficile, perché abbiamo contro tutto. Abbiamo contro il tempo, la società, la cultura che pretendono di accordare questo tasto col metronomo della performance. Ma un'accordatura non ha nulla a che fare con la velocità. Una vita accordata è una vita che suona la propria nota, quella della fedeltà a se stessi, ed è l'unica misura che sia degna di essere considerata.

Rimane la questione più importante, quella della bottega. Perché oggi c'è sempre più bisogno di buoni accordatori. In Italia di questo mestiere vivono molti professionisti dell'accompagnamento, lavorando con persone, aziende, scuole, famiglie. Una buona bottega ti insegnerà che prima devi sviluppare l'orecchio, poi apri la bottega. Aprire la bottega senza aver allenato l'orecchio equivale a diventare degli animatori motivazionali da villaggio turistico incapaci di sostenere lo sguardo di una persona che si siede davanti a te, che si vede persa e che non sa cosa fare. La differenza che puoi stabilire tra te e loro si racchiude tutta in una parola: formazione.
Sì, perché nessun accordatore è nato imparato o benedetto da un dono prodigioso. Qualcuno lo ha condotto all'interno di un mestiere fragile e raffinato, che richiede delicatezza e umiltà. Qualcuno che gli ha insegnato un mestiere dove puoi mettere le mani solo dove prima hai imparato a mettere l'orecchio. Ma soprattutto qualcuno che, prima di condurlo a diventare un professionista di questo mestiere, gli aveva accordato la vita.
Non puoi condurre nessuno più lontano di dove tu sia mai arrivato. Questa è la legge universale di questo mestiere e non ammette eccezioni.
Per questo in Orbo Novo abbiamo creato la nostra scuola di crescita umana. Una bottega, nel senso antico del termine, costruita su migliaia di ore passate di fronte a qualcuno in difficoltà. Una bottega dove prima si allena l'orecchio per ascoltare se stessi e poi quello per accompagnare gli altri.
Questa bottega si chiama Portatori di Luce.

Viviamo in un momento strano e allo stesso tempo ricco. Come quando fu inventata la stampa, che divise la storia dell'uomo in due periodi. Oggi cerchiamo di combattere una specie di lotta tra il prima e il dopo l'intelligenza artificiale.
Personalmente credo che dovremmo accettare questa grande invenzione così com'è e imparare a usarla al meglio. Niente inquisizioni, niente eccentricità.
Più l'intelligenza artificiale risolve l'utilità, più prezioso diventa ciò che la tecnologia non potrà mai fare, vale a dire stare seduto davanti a un essere umano in difficoltà e aiutarlo a creare la condizione in cui trovi una strada per uscire da quello stallo.
Nessuna intelligenza artificiale riuscirà mai a sostenere lo sguardo di qualcuno. Nessuna presenza potrà mai venire automatizzata.
In Italia il malessere esistenziale, vale a dire quello che si pone in un punto non ben delineato tra la patologia e il benessere mentale, rimane quasi sempre insoluto. Come se le persone faticassero a trovare un interlocutore capace di accordare le proprie vite. Non parliamo di psicoterapia come non parliamo di confidenza al parrucchiere. Parliamo di un territorio enorme ma ahimè quasi vuoto ed è appunto il territorio della relazione d'aiuto.
Mentre il mondo si riempie di accordi fatti da automatismi sempre più complessi, ciò che serve sono accordatori che sappiano suonare una sola nota, ancora, ancora e ancora, finché, con un ottavo di giro alla caviglia giusta, prende il tono che deve.

Kalipè

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