Io amo mio figlio più di Dio. Dio lo sa e gli va bene così. Perché l’esperienza d’amore che ho per mio figlio mi avvicina a Dio stesso. Non mi allontana. Mi avvicina. Perché quando ami un figlio con quella ferocia silenziosa che solo un genitore conosce, quando ti svegli di notte e il primo pensiero è lui, quando il suo dolore ti fa più male del tuo, stai toccando qualcosa che assomiglia a come Dio ama. Non lo stai sostituendo. Lo stai capendo dall’interno.
E questa donna cananea lo sa. Non lo sa in modo teorico. Lo sa nel modo in cui lo sanno i genitori: con le viscere. Sua figlia è tormentata, e lei attraversa ogni confine, sfida ogni esclusione, grida davanti a chiunque possa aiutarla. Non le importa di sembrare importuna. Non le importa di essere pagana nel posto sbagliato. Non le importa del protocollo religioso. Le importa sua figlia. Solo sua figlia.
E Gesù tace. Un muro. Il silenzio più sconcertante del Nuovo Testamento. Perché non è il silenzio di Dio. Il silenzio di Dio lo conosci. Lo conosci nelle notti in cui hai gridato e non è arrivato niente, il cielo sordo, la preghiera che rimbalza e torna indietro vuota. Quel silenzio fa male ma in qualche modo lo accetti. Dio è grande, lontano, invisibile. Te lo aspetti. Ti fa soffrire ma te lo aspetti.
Il silenzio di Gesù è un’altra cosa. È peggio. È personale. È ravvicinato. È il silenzio di qualcuno che è lì, che ti vede, che ha già dimostrato mille volte di saper rispondere, di saper guarire, di saper fermarsi davanti al dolore. E stavolta non dice niente. Da Dio me lo aspetto, mi fa soffrire ma me lo aspetto. Ma da te no, per favore. Se pure tu, Gesù, sovversivo come sei, taci, mi crolla tutto.
Eppure quel silenzio non è rifiuto. È attenzione. È lo spazio in cui Gesù sta guardando qualcosa che vuole vedere fino in fondo. Quanto è grande quell’amore. Quanto è disposto ad arrivare. Se regge anche davanti al muro. Perché non puoi fare esperienza della grazia vera se prima non hai attraversato quel silenzio. Non la grazia superficiale, non la risposta facile. La grazia che trasforma. Quella richiede il silenzio. Richiede di restarci dentro abbastanza a lungo da scoprire cosa c’è davvero nel proprio desiderio.
E regge. La donna non si ferma. Si avvicina. Si prostra. Riduce tutto all’essenziale. Signore, aiutami. Due parole. Come se attraversare il silenzio avesse bruciato tutto il superfluo e avesse lasciato solo il nucleo vero. Un padre, una madre, davanti al dolore del proprio figlio, arriva sempre a quelle due parole. Non la preghiera elaborata, non la teologia corretta, non la formula giusta. Aiutami. Perché lui sta soffrendo e io non posso sopportarlo.
Quando Gesù le offre l’immagine dei cagnolini, lei non si offende. La prende e la capovolge. È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Non argomenta per se stessa. Argomenta per sua figlia. Ogni parola di quella risposta fulminante nasce dall’amore per qualcuno che non è lei. È l’amore per la figlia che le dà quella lucidità improvvisa, quell’intelligenza del cuore che trasforma l’immagine di esclusione in argomento di inclusione. L’amore di un genitore, quando è vero, produce una chiarezza che nessuna teologia da sola raggiunge.
Donna, grande è la tua fede. Non grande perché ha amato Dio sopra ogni cosa. Grande perché ha amato sua figlia sopra ogni cosa. E Gesù non la corregge. Non le chiede di riordinare le priorità. Non le dice che dovrebbe mettere Dio al primo posto. La incontra esattamente lì, in quell’amore totale e disordinato e umano. Lo riconosce. Lo chiama fede grande. Perché Dio non compete con l’amore che un genitore ha per un figlio. Lo abita. Lo usa. Lo porta fino alla guarigione.
Avvenga per te come desideri. Non come ti meriti. Come desideri. Il desiderio di questa donna non era spirituale nel senso che intendiamo di solito. Era carnale, materno, paterno, istintivo, assoluto. Era il desiderio di chi sa che senza la guarigione di quella figlia non c’è vita che valga. E Gesù lo accoglie senza correggerlo. Lo esaudisce senza spiritualizzarlo. Lo prende così com’è, grezzo e totale e umano, e lo fa diventare il luogo della grazia.
Io amo mio figlio più di Dio. Dio lo sa e gli va bene così. Perché ama me abbastanza da incontrarmi dove sono. E sa che quell’amore che porto verso chi mi è stato dato è già, in qualche modo misterioso e reale, la forma che sa prendere il suo amore dentro di me. E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Kalipè.
Mt 15,21-28
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». “È vero, Signore”, disse la donna, “eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

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