Immagina questa scena.
Seconda metà di agosto, il gate di un aeroporto.
Sei di ritorno dalle vacanze: valigia imbarcata, telefono pieno zeppo di foto e la testa già proiettata a settembre, il mese del “si riparte”.
Siete tu e la tua voce interiore (io la mia l’ho soprannominata “Enza“, diminutivo di “cosciEnza“).
Tra un annuncio di imbarco e uno di voli in ritardo, Enza si fa strada tra i tuoi pensieri:
Enza: “Cosa stai aspettando?”
Tu: “...l’imbarco?!”
Enza: [Ti fissa in silenzio].
Tu: “Ok, va bene: sto aspettando di diventare la versione ideale di me prima di provare a cambiare ed espormi davvero nella vita. Contenta? Dai, fammi ascoltare un po’ di musica, sono ancora in ferie, se ne riparla a settembre.”
Enza: “Sai già cosa sto per dirti, vero?”
Tu: “Sì, lo so. Ti odio, lo sai, vero?
Stai per dirmi che quando separiamo chi siamo adesso dalla persona che vorremmo diventare, non facciamo che creare distanza tra ciò che siamo e ciò che sappiamo di poter essere.
Che invece di sporcarci le mani e confrontarci con le difficoltà di essere da subito quella persona, preferiamo costruire nella nostra mente una versione idealizzata di noi stessi e metterla lì, su un piedistallo, sapendo che forse, in fondo, non la raggiungeremo mai.
...ma continuiamo a farlo, perché giudicarci quando ci confrontiamo con questa versione idealizzata è comunque più facile del metterci davvero in gioco.
In un angolino della nostra coscienza, però, sappiamo la verità: che esiste solo questo momento presente e che se iniziamo a incarnare quella nostra versione futura ora, fidandoci del fatto che ciò che accadrà è esattamente ciò che deve accadere, probabilmente la nostra vita sarà molto più entusiasmante, scopriremo finalmente qualcosa di nuovo su di noi e praticheremo davvero cosa significa essere quella persona ideale.”
Enza:“Ecco, così va meglio. Ora siamo davvero pronti per tornare”.
Mettendo da parte licenze poetiche di metà agosto e dialoghi immaginari, c’è un concetto che vorrei ti rimanesse di questa newsletter...
La distanza tra ciò che siamo e ciò che sappiamo di poter essere è un qualcosa di molto reale.
Nel 1987 lo psicologo E. Tory Higgins la introdusse nella sua teoria della self-discrepancy, uno dei modelli più citati della psicologia del sé.
Secondo Higgins, dentro ognuno di noi convivono (almeno) due rappresentazioni: il “sé attuale”, cioè chi siamo oggi, e il “sé ideale”, cioè chi vorremmo essere.
Intendiamoci, avere un “sé ideale” (quello che nella formazione viene chiamato “la versione migliore di noi stessi”) è un riferimento prezioso.
Il problema nasce quando la distanza tra queste nostre rappresentazioni interiori viene percepita come incolmabile.
In questo caso - come dimostrato da Higgins e colleghi - quel divario smette di motivarci e inizia ad alimentare in noi emozioni come delusione, insoddisfazione e scoraggiamento.
...e più alto è il piedistallo su cui mettiamo il nostro “sé ideale”, più quelle emozioni ci privano della spinta per accorciare la distanza.
Il punto è che la nostra versione ideale non deve essere una bella statua immacolata da contemplare da lontano.
No, quell’Io Futuro deve essere piuttosto un costume, un costume in cui ci dobbiamo iniziare a calare oggi stesso, anche se al momento non ci calza alla perfezione.
Se sei in ferie, goditi le tue ferie senza sensi di colpa, ma non usare il “...da settembre” come ripostiglio dove spingere tutti i tuoi buoni propositi.
Ricorda: esiste solo questo momento presente e non arriverà mai il giorno in cui finalmente salirai anche tu su quel piedistallo lontano. È tempo di far scendere la tua versione ideale e iniziare il tuo cambiamento anche nell’imperfezione di un lunedì di metà agosto.
Buona settimana,
Andrea Giuliodori.
Ps. A proposito di “distanze”, “sé attuali” e “sé ideali”...
C’è un altro divario che ci sta rovinando la vita e ha molto a che fare con gli ideali che mettiamo sui piedistalli, invece di fare i conti con l’imperfezione di iniziare.
Sto parlando del divario tra ciò che sappiamo di dover fare e ciò che facciamo davvero.
Ecco, se...
Fai tanto, ma concludi poco.
Stacchi tardi dal lavoro, ma non senti mai di aver davvero finito.
Anche quando fai quello che ami o sei con le persone che ami, hai ancora la testa al lavoro.
Hai provato mille tecniche, ma non è mai cambiato nulla.
Sai cosa dovresti fare, ma poi non lo fai.
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A presto.

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