In queste settimane sto leggendo “The Meaning of Your Life“ del professore di Harvard Arthur C. Brooks.
Tra le sue pagine ho letto una storia che parla di roulette, debiti e capolavori letterari; ma è soprattutto la risposta a una domanda che ci riguarda tutti: come muore, davvero, una cattiva abitudine?
Lascia che te la racconti...
Siamo nel 1866.
Fëdor Dostoevskij ha 44 anni, è all’apice della fama... ed è completamente al verde.
Il celebre scrittore russo, infatti, ha un brutto vizio: quello della roulette.
In una singola sera riesce a vincere una vera e propria fortuna e a rigiocarsela tutta nei minuti successivi, perdendo fino all’ultimo rublo e impegnando perfino l’orologio per pagarsi il viaggio di ritorno.
In quell’anno accumula così tanti debiti da rischiare di finire in prigione.
Ormai con le spalle al muro, si ritrova a firmare un contratto con un editore senza scrupoli, un certo Stellovskij: dovrà consegnargli un romanzo inedito in meno di 30 giorni; se non ce la farà, l’editore acquisirà per nove anni i diritti di tutte le sue opere (passate e future) senza corrispondergli un singolo rublo.
Dostoevskij accetta.
Ha infatti in mente una storia che conosce così bene da poterla scrivere in poche settimane: la storia di un uomo che si sta rovinando la vita alla roulette.
Quel romanzo sarà intitolato “Il giocatore“ e scriverlo sarà l’inizio della sua salvezza...
Per fare più in fretta, assume una giovane stenografa, Anna Grigor’evna Snitkina.
Ogni giorno Dostoevskij detta le confessioni di un uomo che capisce fin troppo bene e ogni giorno Snitkina resta nella stanza ad annotare ogni parola.
Dopo 26 giorni (quattro prima della scadenza) consegnano il manoscritto all’editore.
In quelle settimane, però, non nasce solo uno dei capolavori letterari dell’800, ma anche l’amore tra Fëdor e Anna. Pochi mesi dopo diventano marito e moglie.
So cosa stai pensando... e no, non sarà l’amore a guarire lo scrittore russo dalla sua dipendenza dal gioco. Almeno non nell’immediato.
Dostoevskij, infatti, continuerà a giocare (e a perdere) per altri quattro anni, trascinando la povera Anna di casinò in casinò, in giro per mezza Europa.
Nella primavera del 1871, però, dopo l’ennesima notte disastrosa al casinò di Wiesbaden, scrive alla moglie una lettera in cui le annuncia che “la sordida fantasia” che lo aveva tormentato per quasi dieci anni era svanita.
Da quel momento e fino alla sua morte, Dostoevskij non toccò più una fiche.
Cos’era cambiato? Cos’è che lo aveva davvero guarito?
A uccidere quella “sordida abitudine” non era stata una battaglia combattuta a colpi di disciplina ferrea e volontà d’acciaio; ma piuttosto la “fame”.
Con il matrimonio Dostoevskij aveva costruito, anno dopo anno, una vita ricca di significato: l’amore per Anna e i loro figli, la fede ritrovata, i suoi libri da scrivere.
Riempire la vita di senso aveva “affamato” la sua passione per il gioco.
Ora, io e te probabilmente non passiamo le notti ai tavoli verdi di Wiesbaden. Eppure tutti noi in qualche modo combattiamo con le nostre “roulette” quotidiane, che si tratti dello scrolling infinito sui social, degli acquisti compulsivi online, dei dolci, del cibo spazzatura o del binge watching su Netflix.
Per quanto io sia un fervente sostenitore della disciplina e della forza di volontà, non possiamo vincere le battaglie contro le nostre cattive abitudini utilizzando esclusivamente questi “muscoli mentali”.
Nessun “muscolo” può resistere all’infinito un braccio di ferro contro il vuoto esistenziale.
Lo psichiatra viennese Viktor Frankl questo lo aveva compreso più di cinquanta anni fa:
“Una persona che non trova un significato profondo nella propria vita si distrae con il piacere.”
Non supereremo le nostre cattive abitudini (solo) stringendo i denti, ma piuttosto costruendo un’esistenza così piena di significato che quelle abitudini, semplicemente, non troveranno più spazio.
Per Dostoevskij il senso ritrovato aveva la forma di un matrimonio, dei figli e dei suoi romanzi. Per noi può avere la forma di:
Quel sogno che da troppo tempo sta ammuffendo nel cassetto.
Quella persona per cui vogliamo esserci davvero.
Quel progetto a cui vogliamo finalmente dar vita.
Quella competenza che sentiamo di voler padroneggiare.
Il test, in fondo, è semplice: la nostra vita inizia ad avere una direzione quando troviamo quel qualcosa che ci dispiace interrompere la sera e che non vediamo l’ora di riprendere l’indomani mattina.
È così che muoiono le nostre cattive abitudini: affamate dalla nostra voracità di realizzare qualcosa di grande.
Mi auguro che questa newsletter ti ispiri a trovare o a riprendere in mano quel “qualcosa”.
Buona settimana,
Andrea Giuliodori.
Ps. Sogni, progetti e ambizioni hanno un prerequisito: il tempo per coltivarli.
Di come “crearlo” parleremo nel Nuovo Crea Tempo, con il modello delle “3 Intelligenze Temporali“... ma questa è una storia per settembre 😉.
A presto.

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