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Stefania Crepaldi · Jun 6, 2026

Quando un romanzo è davvero pronto?

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Stefania Crepaldi · Stefania Crepaldi

Qualche giorno fa ho ricevuto una risposta a una mia newsletter. Dentro vi era una domanda semplice, eppure da quando l’ho letta continuo a pensarci. Perché credo che dietro quella domanda si nasconda uno dei blocchi più grandi che incontro nel mio lavoro di editor. Il blocco non riguarda la tecnica narrativa. Non riguarda il talento. E non riguarda nemmeno la pubblicazione. Riguarda qualcosa di molto più subdolo. Tra poco ti spiego cosa.

La domanda era questa:

“Mi chiedo spesso dove sia il confine tra il desiderio sano di migliorare un testo e il perfezionismo che impedisce di considerarlo mai concluso.”

Quando l’ho letta ho sorriso, perché pochi giorni prima avevo scritto una newsletter sul problema opposto: gli autori che pensano agli editori, alle presentazioni e alle pubblicazioni quando il romanzo è ancora pieno di problemi da risolvere.

Ovviamente esiste anche l’estremo contrario, ed è molto più diffuso di quanto si pensi.

Ci sono persone che lavorano sul proprio romanzo con una dedizione ammirevole. Studiano, si formano, riscrivono, accettano i feedback, fanno editing. E poi ancora editing. E poi un altro giro. E poi un altro ancora.

Eppure, il romanzo continua a rimanere fermo in una cartella del computer, in una versione che dovrebbe essere “quella definitiva” che però non arriva mai.

Per anni ho pensato che il problema fosse semplicemente la paura del giudizio o la paura del rifiuto, e sicuramente queste due componenti esistono. Ma oggi credo che ci sia qualcosa di ancora più profondo.

Per capirlo devo confessarti una cosa.

Ogni libro che ho pubblicato mi è sembrato incompleto. Tutti. Senza eccezioni.

Ogni volta che ho consegnato un manoscritto al mio editore ero perfettamente consapevole che avrei potuto continuare a lavorarci: aggiungere qualcosa, togliere qualcosa, rifinire una scena, migliorare un dialogo, rendere più efficace un passaggio.

Se oggi riaprissi uno dei miei romanzi pubblicati anni fa, troverei ancora decine di dettagli che modificherei. Probabilmente centinaia.

Ma questo non significa che quei romanzi non fossero pronti, ed è qui che secondo me si trova il punto centrale della questione.

Molti autori pensano che esista un momento preciso in cui il romanzo diventa perfetto, un momento in cui finalmente non vedono più difetti, in cui ogni scena è al posto giusto, ogni dialogo funziona e ogni personaggio è impeccabile.

In realtà quel momento non è destinato ad arrivare mai, perché mentre il romanzo migliora, migliori anche tu e quindi acquisisci nuovi strumenti per individuare problemi che prima non vedevi.

È una corsa impossibile da vincere.

Più cresci come scrittore, più cresce la tua capacità di giudicare il tuo lavoro e questo, paradossalmente, può trasformarsi in una trappola.

Ad un certo punto, infatti, non stai più migliorando il romanzo, stai cercando di eliminare l’incertezza. Stai cercando la garanzia che andrà bene. Stai cercando la sicurezza che non verrai criticato. Stai cercando la certezza che il libro piacerà.

Ma quella certezza non esiste. E non esiste né per un esordiente, né per un autore pubblicato da anni e nemmeno per gli scrittori che vendono milioni di copie.

A un certo punto bisogna accettare una verità scomoda e cioè che la pubblicazione non arriva quando il romanzo è perfetto.

La pubblicazione (o comunque il momento di mettere il punto finale) arriva quando il romanzo ha raggiunto il miglior livello possibile per la persona che lo ha scritto in quel momento particolare della sua vita.

Per questo oggi, quando qualcuno mi chiede dove si colloca il confine tra il miglioramento e il perfezionismo, provo a rispondere sempre con una domanda che rivolgo anche a me stessa.

Le modifiche che sto facendo stanno davvero migliorando il romanzo? Oppure mi stanno semplicemente aiutando a rimandare il momento in cui dovrò lasciarlo andare?

Perché il perfezionismo ha una caratteristica molto particolare: si traveste da virtù.

Sembra rigore. Sembra professionalità. Sembra ricerca della qualità. E invece spesso è soltanto la paura che indossa un vestito elegante.

Forse diventare scrittori significa anche imparare a capire quando è il momento di continuare a lavorare e quando è il momento di fidarsi del lavoro fatto.

Perché i romanzi, proprio come le persone, non diventano mai perfetti. A un certo punto devono semplicemente iniziare ad andare nel mondo e iniziare a comunicare con i lettori che sono destinati a incontrare.

Il tuo è miglioramento o perfezionismo? Fammelo sapere nei commenti.

Ti ricordo che lasciare un like, se ti è piaciuto l’articolo, a te non costa nulla, mentre per me è molto importante, perché mi aiuta a capire se proseguire o meno con la scrittura delle newsletter del sabato. Grazie per il tuo tempo.

A sabato prossimo,

Stefania

Read the original on editorromanzi.substack.com

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