Da alcuni mesi mi capita una cosa con una frequenza che non avevo mai visto prima. Mi arrivano romanzi da valutare, molti romanzi, e sempre più spesso riesco a capire dopo poche pagine come sono stati scritti. A volte non serve nemmeno arrivare alla terza pagina. A volte il mistero dura pochi secondi. In alcuni casi, addirittura, il prompt è ancora lì, copiato e incollato dentro il documento senza alcuna modifica, come se nessuno si fosse nemmeno preso la briga di nascondere il procedimento.
Ma non è questo che mi colpisce davvero, e a dire il vero non è nemmeno il motivo per cui sto scrivendo questa newsletter. C’è qualcosa che mi preoccupa molto di più e riguarda il modo in cui stiamo iniziando a pensare alla scrittura.
Partiamo da una premessa importante: io non sono contraria all’intelligenza artificiale.
La utilizzo anch’io, come tutti, per velocizzare alcune attività e credo che continuerà a far parte delle nostre vite sempre di più. Quindi questa non è una newsletter contro l’intelligenza artificiale.
Ma, e lo dichiaro apertamente, questa è una newsletter contro le scorciatoie.
Quello che vedo sempre più spesso sono persone che non usano l’intelligenza artificiale come strumento, ma come sostituto.
E il risultato, quasi sempre, è lo stesso: testi formalmente corretti, frasi che scorrono, italiano apparentemente pulito, paragrafi ordinati, tutto… incredibilmente vuoto.
Una delle illusioni più pericolose che l’intelligenza artificiale produce è far sembrare buono qualcosa che in realtà non ha ancora significato.
Un testo può essere grammaticalmente corretto e narrativamente morto. Può avere una sintassi impeccabile e non raccontare nulla. Può sembrare un romanzo senza esserlo davvero.
Scrivere un romanzo significa prendere decisioni, non mettere solo in fila delle parole.
Occorre decidere chi guarda, cosa mostrare, cosa nascondere, quale ferita emotiva raccontare, quale trasformazione far vivere ai personaggi.
E queste cose non nascono automaticamente da una richiesta ben formulata.
La parte che mi lascia più perplessa è che spesso le persone che utilizzano la scorciatoia dell’IA credono di aver eliminato la fatica, quando in realtà l’unica cosa che hanno eliminato davvero è un’occasione di apprendimento.
Perché la fatica, quando si scrive, non è un difetto del sistema, è IL sistema.
Quando provi a scrivere una scena e non funziona, stai imparando qualcosa. Quando un dialogo suona falso, stai imparando qualcosa. Quando un personaggio ti sfugge di mano, stai imparando qualcosa. Quando riscrivi una pagina dieci volte, stai imparando qualcosa.
Togliendo completamente quel processo, stai risparmiando tempo e rinunciando alla comprensione.
Il problema più grande è che quei testi arrivano sulla mia scrivania. Li leggo, li revisiono, segnalo i problemi. Spiego perché una scena non funziona, perché il narratore è incoerente, perché il punto di vista salta continuamente, perché i personaggi sembrano tutti uguali, perché non esiste una progressione emotiva.
Mi convinco, in totale buona fede, che sì, forse la prima stesura del romanzo è stata affidata a uno strumento IA per riuscire a validare un’idea, ma che se metterò tutto il mio impegno nella revisione strutturale della storia, allora lo scrittore o la scrittrice di turno cambieranno approccio.
E invece, sai cosa succede sempre più spesso? Che la revisione viene nuovamente affidata all’intelligenza artificiale.
Quindi il testo ritorna più corretto, levigato, uniforme e… ancora più vuoto.
Perché lo strumento, se non viene guidato da una competenza narrativa reale, fa esattamente quello che può: rielabora, ricombina, ripete, producendo una versione leggermente diversa dello stesso problema, generando un loop narrativo non da poco.
Un romanzo non nasce perché qualcuno ha trovato il prompt giusto. Nasce perché qualcuno ha avuto il coraggio di interrogarsi davvero, su una storia, una paura, un desiderio, una perdita. Su qualcosa che valeva la pena raccontare.
L’intelligenza artificiale può aiutarti a organizzare le idee, può aiutarti a fare ricerca, a ragionare, può perfino aiutarti a trovare una soluzione quando sei bloccato. Ma non può sostituire il percorso. Non può sostituire lo sguardo. Non può sostituire quella lenta e spesso faticosa costruzione di significato che trasforma una serie di parole in una storia.
E forse è per questo che rimango sempre sorpresa quando qualcuno si offende se faccio notare questi problemi, perché il punto non è giudicare lo strumento, ma chiedersi una cosa molto più semplice.
Stai usando l’intelligenza artificiale per capire meglio la scrittura? O la stai usando per evitare di impararla?
A sabato prossimo,
Stefania
Ecco la puntata numero 5 caricata ieri. Parliamo di un romanzo molto particolare.
📚 Libro di progettazione narrativa
📝 Editing

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.